13 Settembre Set 2019 1639 13 settembre 2019

Le donne che raccontano la guerra nella mostra 'Frida e le altre'

Hanno vissuto in prima persona l’orrore della deportazione nei lager. Le storie di sette straordinarie sopravvissute raccolte in una mostra in programma all'ex Sinagoga di Carpi fino al 10 novembre.

  • ...
frida altre mostra carpi

La Seconda guerra mondiale vista attraverso i volti e le voci di sette donne che hanno vissuto in prima persona l’orrore della deportazione nei lager. Questo il filo rosso che lega i racconti di Frida e le altre. Storie di donne, storie di guerra: Fossoli 1944, la mostra prodotta dalla Fondazione Fossoli e in programma all’ex Sinagoga di Carpi fino al 10 novembre 2019. Dalla storia di Frida Misul, una tra le prime sopravvissute italiane a parlare apertamente della sua esperienza nei campi di concentramento, a quella di Maria Marchesi e delle sorelle Baroncini, il tema della resistenza si snoda attraverso le note delicate e coraggiose di chi ha trovato la forza di ribellarsi alla disumanità. Spesso, anche a costo della vita. Vi presentiamo le storie di alcune delle protagoniste dell’esposizione.

LIANA MILLU

Nata a Pisa nel 1914 da una famiglia ebrea, Liana fece sempre fatica a conciliare la severa educazione che la società le imponeva e quel bisogno di indipendenza e emancipazione che, sin da giovanissima, l’aveva spinta a scontrarsi con le regole e i divieti previsti dalla cultura fascista. Soprattutto per le donne. Una ribellione, la sua, che ben presto, la portò, nonostante il diploma magistrale e un destino da maestra ormai scritto nelle stelle, a tentare anche la strada del giornalismo, percorso inusuale per una ragazza degli Anni ’30, ma perfetto per conciliare il suo ottimo spirito d’osservazione e la sua passione per la scrittura. Costretta dall’avvento delle leggi razziali ad abbandonare la collaborazione con il quotidiano Il Telegrafo e la scuola elementare dove insegnava, decise di iniziare una nuova vita a Genova, dividendosi tra mille mestieri e continuando a scrivere in incognito. Ma i corsi e ricorsi storici di cui fu testimone la portarono, ben presto, a unirsi alla Resistenza, tra le file del gruppo clandestino Otto. Una scelta coraggiosa che le costò la libertà: recatasi a Venezia per una missione segreta per conto dell’organizzazione, fu arrestata e portata al campo di concentramento di Fossoli, per poi essere deportata, assieme agli altri prigionieri, prima a Auschwitz, successivamente a Ravensbruck e a Malkow, dove rimase per un anno. Il ritorno in Italia non fu dei più felici: l’indifferenza nei confronti di tutto quello che la circondava l’aveva portata a perdere interesse per qualsiasi cosa e a meditare il suicidio. Un epilogo da cui riuscì a salvarsi riavvicinandosi all’insegnamento e documentando la propria esperienza in una serie di libri in cui le donne erano protagoniste e eroine. Da Il fumo di Birkenau, collezione di testimonianze di prigioniere, alla storia di Elmina ne I ponti di Schwerin, Liana riuscì a trovare nel racconto della tragedia la medicina a una sofferenza che non sarebbe mai sparita.

FRIDA MISUL

Livornese d’origini ebraiche, la Storia ha sempre ricordato Frida Misul per quella voce armonica e melodiosa con cui era riuscita a rallegrare le compagne di prigionia. E che, incantando i generali delle SS, le aveva salvato la vita. Vittima delle leggi razziali che, fino alla deportazione, l’avevano costretta a esibirsi con lo pseudonimo di Frida Masoni, fu arrestata e trasferita a Fossoli prima di essere deportata a Auschwitz. Sottoposta ai lavori forzati e stremata nel fisico e nella mente, fu nel campo di concentramento di Theresienstadt che iniziò a vedere come reale la possibilità di fare ritorno a casa, dalla sua famiglia, scampata alle retate dei nazisti. Convinta dell’importanza di raccontare quanto aveva vissuto, anche nei suoi aspetti più crudi, si dedicò, una volta rientrata a Livorno, alla scrittura del suo memoir, Fra gli artigli del mostro nazista: la più romanzesca delle realtà, il più realistico dei romanzi, un concentrato di impeto e rabbia sull’orrore della Shoah e delle esperienze vissute.

LIA LEVI

Tra le poche a salvarsi dai lager dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nascondendosi con le sorelle in un collegio romano, la scrittrice e giornalista torinese Lia Levi ha raccontato nei suoi libri un passato che, giovanissima, l’aveva obbligata a fare i conti con la guerra e la persecuzione razziale. Tenere viva la memoria di quei giorni è diventata, per lei, una vera e propria missione, iniziata nel 1994 con la sua autobiografia, Una bambina e basta, una delle prime rappresentazioni del trauma emotivo a cui furono sottoposti i bambini al tempo dei rastrellamenti, e proseguita nei romanzi successivi, nei quali la Storia viene filtrata attraverso la quotidianità e le esperienze di vita di famiglie e persone comuni che hanno avuto il coraggio di sfidare il destino e ribellarsi.

MARIA MARCHESI

Segnata da una giovinezza difficile, che l’aveva obbligata ad abbandonare gli studi e a mettere da parte tutte le sue ambizioni per occuparsi dei fratelli, quella di Maria Marchesi fu la storia di una donna eroica che si spinse in capo al mondo per salvare il marito, deportato in Germania per aver aiutato un gruppo di ebrei a sfuggire ai nazisti. Quella tra la giovane modenese e Odoardo Focherini fu una storia di profondo rispetto e ideali condivisi, nella quale Maria riuscì a trovare la comprensione e la stima di una persona che la vedeva come una compagna di vita e non come una massaia capace soltanto di rammendare calzini e rassettare la casa. Immagine che la guerra aveva contribuito a normalizzare, a scapito di tutte quelle donne che si battevano per far valere i propri diritti e i propri sogni.

GIULIANA TEDESCHI

Scrittrice e insegnante milanese a cui le leggi razziali impedirono di lavorare nelle scuole, Giuliana Tedeschi fu arrestata e trasferita a Fossoli e a ad Auschwitz assieme al marito e alla suocera. Unica dei tre a sopravvivere, fece ritorno in Italia dopo qualche anno, accolta dalle figlie, sfuggite alla cattura grazie alla fedele domestica di casa Tedeschi. Dividendosi tra l’insegnamento e la scrittura, si unì al coro delle voci che non ebbero paura di raccontare quello che avevano vissuto nei campi di lavoro. E, come Frida Misul, affidò tutta la sua sofferenza a Questo povero corpo, uno dei resoconti più crudi della deportazione vista con gli occhi di una donna: «Abbiamo vissuto l’esperienza del lager in maniera più ricca e sfaccettata. Perdere tutti i capelli, sentire quella macchinetta fredda che ti solca il cranio, è stato uno strappo continuo, un crudele attacco all’identità femminile».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso