10 Settembre Set 2019 1843 10 settembre 2019

Esistono davvero delle professioni family friendly?

Secondo il New York Times le donne sarebbero trattate più equamente nel settore medico. Ma la storia di Britni Hebert dimostra che spesso sono costrette a cambiare reparto per ottenere turni più flessibili. E conciliare lavoro e famiglia.

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Professioni Family Friendly

Non passa giorno che non si legga da qualche parte la domanda: «Le donne possono davvero avere tutto?». E per tutto si intende principalmente una carriera fiorente, un matrimonio e una famiglia felice. A destra e a manca su tutto il web si trovano suggerimenti su come «scegliere il percorso di carriera più adatto» o su come «bilanciare lavoro e vita privata», il tutto sempre incitando le donne a coltivare l'indipendenza e il senso di sé. E un articolo del New York Times, pubblicato a fine agosto, ha riportato le ultime novità a riguardo. Secondo il pezzo in questione, titolato How Medicine Became the Stealth Family-Friendly Profession, le donne risulterebbero essere trattate più equamente nel settore lavorativo della Medicina.

IL CASODI BRITNI HERBERT, CHE NON HA CAMBIATO MESTIERE MA REPARTO

Il titolo sembra dire tutto d’un fiato come quella in Medicina sia diventata la carriera migliore per le donne poiché molto family-friendly. Per family-friendly si intende adatto alle famiglie, che tradotto sta a indicare come sia più comune che le dottoresse continuino a lavorare dopo avere figli rispetto alle madri avvocate, ingegnere, ecc. L'articolo però racconta una storia un po’ diversa: Britni Herbert, capa reparto d’Oncologia di un ospedale americano, ha sì continuato a lavorare dopo aver partorito due gemelli, ma ha cambiato la sua specialità in Medicina interna e Geriatria, un settore con orari più flessibili in grado di aiutarla a bilanciare carriera e famiglia. Per una terza persona, in questo caso il lettore del New York Times, può sembrare fantastico che la dott.ssa Herbert sia riuscita a mantenere il suo ruolo di medico senza abbandonare la vita privata e la famiglia, ma il fatto è che questa donna sentiva la pressione del portare avanti entrambe le cose e ha deciso di passare a un campo meno impegnativo all'interno della stessa medicina. Allo stesso tempo però il marito, il dottor Herbert, ha continuato a lavorare intensamente e con turni di ogni tipo nel reparto Radiologia, e solo cambiando la sua specializzazione Britni Herbert è riuscita a conciliare lavoro e famiglia. Vero è che altri campi, ovviamente, non offrono alle donne il lusso di questa scelta, ma consideriamo davvero Medicina una professione family friendly se una donna è costretta a rinunciare alla sua passione mentre suo marito insegue i suoi sogni in modo che lei possa essere a casa a crescere i figli?

DONNE AL LAVORO: I NUMERI IN ITALIA SONO DEPRIMENTI

Tra i Paesi dell’Unione Europea, l’Italia è sempre stata caratterizzata da un basso livello di occupazione, sia maschile che femminile. Ma negli ultimi anni Un balzo in avanti per l’uguaglianza di genere, come dice l’omonimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), è stato sì fatto. Nessun fraintendimento, la situazione è ancora preoccupante: con un tasso di impiego del 52,2% della popolazione femminile tra i 20 e i 64 anni, l’Italia si classifica penultima all’interno dell’Unione Europea in termini di impiego femminile. Ma allo stesso tempo - dati alla mano (ISTAT - Come cambia la vita delle donne) - la presenza delle donne nella forza lavoro e in ruoli decisionali appare in crescita, sia nei luoghi politici che economici.

A VOI LA SCELTA: INATTIVITÀ O UN FORZATO LAVORO PART-TIME?

L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro è autore di Donne al lavoro: o inattive o part-time, un dossier sull’occupazione femminile, pubblicato l’8 marzo 2019. Già dal titolo si può capire come ancora oggi, in Italia, esiste una consistente disparità tra l’occupazione maschile e quella femminile, dovuta anche al periodo di crisi del mercato mondiale che però ha colpito in primo luogo le donne con i bambini. Sono infatti 433 mila le madri in condizioni di inattività (280 mila) e occupate part time (153 mila) che nel 2017 avrebbero potuto cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se fossero stati adeguati i servizi per la gestione dell’infanzia.

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