3 Settembre Set 2019 1327 03 settembre 2019

'Mistero buffo' torna sul palco in chiave femminile con Elisa Pistis

Dario Fo e Franca Rame amavano portare in scena l’attualità. Per questo l'attrice ha voluto riadattare il celebre testo e parlare (anche) della condizione delle donne. In barba ai pregiudizi.

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Mistero Buffo Elisa Pistis

Quando qualcuno ha saputo che Elisa Pistis, 33 anni, sta portando in tour Mistero buffo, ha commentato: «Una donna che fa Dario Fo?». A dire il vero Pistis - che è autrice, regista e attrice dello spettacolo – non solo ricopre il ruolo che ha fatto conoscere il premio Nobel (scomparso a ottobre 2016) in tutto il mondo, ma a 50 anni di distanza ha anche anche personalizzato il testo in chiave moderna e femminile. Un’eresia, per i puristi (e i sessisti). L’unico modo, per lei, di mantenere viva un’opera ideata alla fine degli Anni 60 e in cui il rapporto con il pubblico e l’attualità è un elemento essenziale. Per questo Pistis in scena parla di condizione femminile e migranti, senza lasciarsi intimorire da confronti e pregiudizi. C’è chi le dice che l’energia è una caratteristica «molto maschile» pensando all’omone di quasi due metri che era Dario Fo e chi si complimenta perché «è molto più difficile far ridere quando sei una bella ragazza». Lei, dal suo metro e 60, replica a tutto salendo sul palco. Capita spesso che, un’ora e 20 più tardi, qualcuno ammetta di aver cambiato idea.

DOMANDA. Partiamo dall’inizio: perché la scelta di Mistero buffo?
RISPOSTA.
È un’opera che mi piace per la sua possibilità di arrivare a tutti con un linguaggio molto fisico e gestuale; tanto che io recito una parte in sardo non solo in Sardegna ma anche nel resto d'Italia e all’estero, e chi non capisce le parole riesce comunque a seguire e a immergersi nella storia. In più mi piace il fatto che non ci sia nessuna scenografia e il rapporto sia tutto fra l’attore e l’immaginazione del pubblico. Ed è un’opera che mi diverte moltissimo e penso che questo si veda, quando sono sul palco.

Che cosa è cambiato dall’originale?
Come Dario Fo parto dalle storie di Gesù e Maria raccontate dai Vangeli apocrifi per raccontarne una universale in cui tutti, al di là della fede religiosa, possono rivedersi e anch’io alterno alle parti recitate dei prologhi in cui spiego cosa sta per succedere nella scena successiva. Questi ultimi, però, li ho riscritti completamente partendo da me stessa e dalla mia situazione personale per allargarmi poi al contesto politico-sociale attuale. E nella seconda parte in particolare ho dato più spazio al personaggio di Maria (negli spettacoli di Fo veniva interpretato dalla moglie Franca Rame, ndr). Ho voluto presentarla come una donna normale, vicina a noi, perché fosse possibile identificarsi con lei e affrontare i temi legati alla condizione femminile.

Per esempio?
Maria mi dà lo spunto per parlare della voglia di indipendenza e il desiderio di andare a lavorare delle donne. Lei a 16 anni si trovava incinta e senza marito in una società rigidamente patriarcale: una situazione per la quale ancora oggi in alcuni Paesi le donne rischiano la lapidazione. Eppure Maria decise, da sola, di portare avanti la gravidanza. Una dichiarazione di autodeterminazione fortissima, un «decido io del mio corpo» ante litteram. Ci sono donne normali che hanno fatto delle azioni straordinarie migliorando la situazione di tutte noi. In questo senso Maria è una di loro.

Elisa Pistis porta in scena Mistero buffo di Dario Fo. La prima rappresentazione del monologo è del 1969.

Foto di Roberto Corridori

Dario Fo era molto diretto nelle critiche sociali e negli attacchi politici, vale lo stesso per lei?
Io non sono così esplicita, nel senso che non faccio nomi di politici, anche perché non sono Fo e non voglio dare lezioni a nessuno. Preferisco offrire spunti di riflessione, agli uomini e alle donne stesse, e lavorare a un livello 'subacqueo': il mio sogno è piantare un seme, instillare un dubbio su cui magari il pensiero torna a spettacolo finito, il giorno successivo, o quando ci si trova in una situazione particolare.

Nello spettacolo affronta anche il tema dei migranti.
Anche in questo caso descrivo la realtà di oggi, invitando a riflettere. Se ci fermiamo a pensare, verosimilmente Maria non era né bionda né con gli occhi azzurri e non indossava il velo. E la Sacra famiglia che arriva in Egitto, per esempio, non è diversa dai migranti di oggi che si adattano ai lavori più umili e non parlano la lingua del paese di arrivo.

A proposito di lingua: Fo usava il grammelot, un miscuglio di parole e versi onomatopeici ispirati ai dialetti padani e che si rifà alla tradizione dei cantastorie medievali. Lei?
Mi ispiro ai posti dove ho vissuto e anch’io mescolo milanese, piemontese e friulano. Ma soprattutto ho introdotto il sardo, la mia lingua d’origine. Il nostro è un dialetto duro e dalle sonorità antichissime, assomiglia a una lingua araba e ti riporta indietro di 2 mila anni, per cui mi è sembrato perfetto per raccontare il dolore di Maria sotto la croce, quello di una madre che assiste alle morte del figlio. Spesso le persone mi dicono che anche se non hanno capito le parole è la parte che li ha emozionati di più: a volte, paradossalmente, è meglio non seguire il filo del discorso: lo spettacolo diventa una specie di rituale in cui si abbattono le barriere linguistiche e si resta senza difese davanti a quello che si prova.

Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, in un'immagine di giugno 2016. L'artista è morto il 13 ottobre dello stesso anno.

Foto di Filippo Monteforte/AFP/Getty Images

Dario Fo sapeva di questo spettacolo?
Sì! Ottenere i diritti sull’opera non è stato facile perché c'è sempre stata una grande attenzione a tutelare il suo lavoro, ma quando nel 2015 l’ho incontrato e gli ho parlato dello spettacolo che avevo in mente era rimasto colpito dalla scelta del sardo e mi aveva esortato a continuare. Era di un’umanità grandissima e incoraggiava i giovani: «Prima di essere Dario Fo non ero mica Dario Fo», mi disse. Aveva aggiunto che gli avrebbe fatto piacere venire a vedere il lavoro finito, purtroppo è morto prima che io debuttassi. Oggi ho un ottimo rapporto con il figlio Jacopo e la sua famiglia.

Franca Rame ha spesso portato in scena la condizione femminile e raccontato delle difficoltà di essere donna, anche in ambito artistico. È ancora cosi?
Storicamente il teatro è stato fatto dagli uomini e ancora oggi ci sono molti più ruoli maschili e più registi, ma le cose stanno cambiando. Parlando del movimento #MeToo, devo dire che chi si approfitta del proprio ruolo purtroppo c’è: una volta mi è capitato di fare un provino molto ambiguo, era una situazione sgradevole da cui sono riuscita a uscire subito.

C’è bisogno di più spettacoli femministi per far sì che le cose cambino?
Di testi a tema femminista ce ne sono molti, ma secondo me c’è soprattutto bisogno di raccontare storie in cui si crede davvero. Questo è un mestiere che serve: non si è artisti perché non si ha voglia di lavorare, come alcuni pensano. Ci vuole tempo e dedizione. E, al di là del tema del singolo spettacolo o di una qualsiasi creazione artistica, abbiamo bisogno dell’arte perché ci emancipa dalla condizione di semplici esseri di passaggio e ci rende tutti, chi la fa e chi ne fruisce, immortali.

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