23 Luglio Lug 2019 1833 23 luglio 2019

Quando le figure femminili segnano la storia del rock

Nella musica le donne sono state, e sono ancora, molto più indipendenti degli uomini. A 16 anni dalla prima pubblicazione, torna nelle librerie il saggio Groupie. Ragazze a perdere

 

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Nella guerra dei sessi che infuria a ogni livello, stupisce che proprio l'ambiente più sessuale di tutti, il più erotico per definizione, quello del rock, sembri immunizzato da polemiche e contese di genere. Come se non fosse un suo problema. D'altra parte, il rock riposa su una convenzione ostinata quanto bugiarda: che sia anzitutto, se non essenzialmente, musica da maschi. I suoi dei sono per definizione di sesso ‘forte’, benché insicuri e irrisolti, le donne o loro ancelle (in un mondo che nasce e cresce profondamente maschilista) o eccezioni, più o meno radiose ma sempre, per così dire, un passo indietro. Niente di più sbagliato. Il rock è equamente spartito nelle sue componenti e nelle sue confusioni sessuali, al punto che forse proprio questa sua babelica parità lo ha difeso da controversie legate al genere. È quanto non si può fare a meno di pensare leggendo Groupie. Ragazze a perdere, monumentale saggio che Barbara Tomasino, conduttrice e giornalista, ha appena riproposto, debitamente, dopo la prima edizione del 2003, per i tipi di Odoya. Ha fatto bene Barbara, perché il lavoro meritava senza discussione ‘a second run’, un nuovo giro: memento per chi lo aveva già apprezzato all'epoca, scoperta per chi vi si approccia solo oggi.

DIETRO OGNI GRANDE ARTISTA

È un libro curioso, morboso, tragico, spietato perché tutto questo sono le figure femminili che vi scivolano dentro, pagina dopo pagina, racconto dopo racconto, offrendo inoppugnabili conferme ad una sensazione che potrebbe sorprendere qualcuno (ma non dopo avere terminato questo lavoro). Senza retorica, qui non vale la proprietà transitiva: se dietro ad un grand'uomo, pure nel rock, c'è almeno una grande donna, non è per forza vero il contrario, le femmine se la cavano da sole, nascono, assurgono allo status di divinità trasandate, volgari, disperate, debosciate, viziate, e da sole poi muoiono, stroncate dal circo maledetto della musica o dalle loro debolezze congenite. La storia di questa musica che da popolare era destinata a divenire uno dei business più lussuosi e redditizi del ventesimo secolo è abbastanza nota: più o meno tutti sanno, ricordano che a fianco ai Beatles c'erano Linda, per Paul, e la strega giapponese Yoko Ono per John, colei che, secondo la leggenda, e una leggenda nasconde sempre almeno un pizzico di verità, li avrebbe separati per sempre; Dylan non sarebbe diventato Dylan senza la sua prima fidanzatina, la talentuosa, esaltata e petulante Joan Baez, e senza la processione di donne che poi l'avrebbero accompagnato per tutta la vita e la carriera; i Rolling Stones non sono immaginabili senza quelle presenze femminili, dalla Faithfull alla Pallenberg, che tutto erano meno che groupies adoranti: erano, se mai, l'altra metà di quel circo macabro e quasi mafioso, ispirazione, estasi e dannazione. L'autodistruzione di Keith Richards deve molto ad Anita, violenta ed estrema quasi quanto lui, così come la sua definitiva rinascita si completa solo con l'incontro di Patty Hansen, la modella di Playboy da cui non si sarebbe più separato; le donne di Jagger sono state altrettanto leggendarie, da Marianne, musa per Wild Horses e Sister Morphine, a Bianca, che pareva fisicamente il suo doppio, a Jerry Hall, fino alla sfortunata, tragica 'Lwren Scott, morta suicida, inspiegabilmente, qualche anno fa. Nessuno può nominare Sid Vicious senza Nancy Spungen, la giovane tossica che ne fu uccisa al Chelsea Hotel, entrambi poco più che ventenni, prima che lui la raggiungesse all'inferno; e non esiste Kurt Cobain senza la pazza, dannata Courtney Love, lei sì una groupie, fin da bambina, che poi si calò nel ruolo di ‘vedova allegra del grunge’ con calcolato cinismo.

FIGURE FORTI E INDIPENDENTI

Beh, la stessa cosa non vale per le signore. La citata Joan Baez brillava di luce propria, così come Joni Mitchell, a prescindere dai suoi legami, coi colleghi illustri. Janis Joplin bruciò in fretta, tutto da sola, ‘sul palco faccio l'amore con trentamila persone, poi mi ritrovo in un letto senza nessuno’. Madonna è stata una mantide (religiosa), e non ha mai avuto bisogno di nessun uomo per risplendere. Aretha, non parliamone. Le altre grandi soliste, da Billie Holiday a Whitney Houston, tutte donne che amavano, si perdevano, ma non erano l'ombra di nessuno. Amy Winehouse muore in proprio, e Tina Turner vive in proprio solo quando fugge dalla gabbia di Ike. Quanto ai nostri confini, chi potrebbe dire che Mina avesse bisogno di qualcuno tranne che se stessa, del suo immenso talento? Lei, Ornella, Milva, ed altre furono le nuove ragazze che negli Anni 60 stabilirono una nuova cifra del successo femminile, imponendo l'autonomia del talento controcorrente, scontroso, sempre e comunque indipendente. Groupie, in questo senso, ha un titolo accattivante ma fuorviante: quelle sirene, arpie, incantatrici, streghe, puttane, sono molto di più. Infinitamente di più. Lo sapeva bene Frank Zappa, che ad un giudice esterrefatto spiegò: « Certo, vostro onore, che ho sposato una groupie, e una groupie fantastica, per di più». Ma Gail, così come molte altre, cessava di essere una groupie nel momento stesso in cui agganciava Frank: in certi disastrosi periodi fu lei a prendere in mano le redini amministrative e finanziarie, e a sorreggere la carriera di un marito senz'altro dal genio sconfinato, ma non quando si trattava di far quadrare i conti. C'è tutto questo, in Groupie, e c'è molto di più: c'è una storia del rock vista dalla parte femminile, raccontata con sensibilità diversa. Senza sconti, senza indulgenza, senza patetici sentimentalismi. Anzi dura, diretta, feroce, scritta benissimo. Scritta da una donna, vedi un po'.

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