26 Luglio Lug 2018 1814 26 luglio 2018

L'arte di Maria Cristina Finucci e l'amore per l'ambiente

La designer toscana è a Roma la sua installazione realizzata con plastica riciclata. Ed è un «grido d'aiuto» per le acque dei nostri mari.

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Maria Cristina Finucci Wasteland Installazione Roma

Al buio sembrano fieno incandescente, o lava. Sono immobili però, tra le meraviglie di Roma. Se osservati dall’alto ricordano i resti di una città antica e formano la scritta «HELP». Che, nelle ore notturne, si illumina. Sono circa 5 milioni di tappi di plastica e chiedono «aiuto» per le acque dei mari. Ai Fori Imperiali, nell’area della Basilica Giulia, li ha portati l’artista e architetto Maria Cristina Finucci. L’installazione, realizzata con il sostegno della Fondazione Bracco, rimarrà fino al 29 luglio.

L'ISPIRAZIONE SULL'ISOLA DI MOZIA

«L’idea è nata nel 2016, sull’isola di Mozia, passeggiando tra le vestigia della civiltà fenicia. Lì mi sono chiesta che cosa sarebbe rimasto ai posteri della nostra era, “L’età della plastica”. Allora, con un’enorme installazione, ho iniziato a raccontare la storia di un ipotetico archeologo, utilizzando elementi costruttivi simili alla pietra», spiega a Letteradonna.it la designer toscana. Ma la ricerca dello studioso immaginario, venuto dal futuro, non si è fermata sull’isola di fronte a Marsala. L’8 giugno, la narrazione l’ha portato al termine di un altro «scavo». A Roma, appunto. «Di notte, la scritta diventa incandescente. Rappresenta un evidente grido d’aiuto per il nostro Pianeta, lanciato questa volta dal luogo dove più di 2000 anni fa si governava il mondo. È un appello che migliaia di turisti, con i loro smartphone, potranno contribuire a condividere», racconta Finucci.

L'AMORE PER L'ARTE E PER LA TERRA

L'amore per l'arte ha sempre accompagnato Finucci, da quando «ho potuto tenere la matita in mano», rivela. L’architettura, invece, è arrivata in un secondo momento, quando si è resa conto di quanto fosse importante come mezzo di comunicazione. Per l’ambiente si batte da tempo. «Vedere la natura così bella e così calpestata mi spezza il cuore», dice. «Credo sia dovere di ciascuno trattarla bene. Giustamente, ci infuriamo se vediamo maltrattare un animale ma, allo stesso tempo, sotto gli occhi di tutti, c’è chi butta dal finestrino dell’auto una bottiglietta di plastica vuota o un mozzicone di sigaretta. A queste persone vorrei chiedere di non maltrattare la nostra Terra». E per difenderla ha scelto il linguaggio dell’arte, appunto. Perché «comunica a un livello emozionale, irrazionale, toccando delle corde profonde». Finucci non è sola nella sua battaglia. È infatti sposata con Pietro Sebastiani, ambasciatore italiano alla Santa Sede, che la sostiene e che l’ha sempre supportata in tutta la sua carriera: «Adesso che ha questo incarico, il nostro impegno si intreccia ancora di più perché coincide con i temi dell’enciclica Laudato Sì, incentrata sulla difesa del Creato e sul rispetto della persona umana in senso lato».

Nel 2013 ha realizzato l'opera multimediale Wasteland facendo riconoscere all'Unesco il «Garbage Patch State», lo Stato spazzatura. «Allora non si parlava molto del fenomeno della plastica negli oceani. Le poche notizie che si potevano leggere, a mio avviso, non avevano un grande impatto perché, di fatto, non esisteva una vera immagine associabile a questo problema», spiega Finucci. «Nei tre oceani ci sono cinque grandi sistemi di correnti che trasportano rifiuti dalle coste verso il centro, formando cinque enormi chiazze di detriti non biodegradabili», continua l’architetto. La somma delle loro superfici è di circa 16 milioni di chilometri quadrati. E rappresentano il secondo Stato più esteso al mondo, dopo la Russia. «Questo fenomeno non è registrabile nemmeno dai satelliti, perché la plastica, con il tempo, si polverizza, diventando quasi invisibile. Ho pensato di creare un’immagine con la quale poter rappresentare questa realtà e, dunque, ho simbolicamente piantato la bandiera su questo “territorio”», chiarisce la designer.

OPERE D'ARTE COME «LABORIOSI RICAMI»

Per Finucci, però, niente installazioni realizzate con la spazzatura. «Non la uso mai: i tappi che ho spesso adoperato sono riciclati e quindi frutto di un comportamento virtuoso, una risorsa più che un rifiuto». Le sue opere le definisce un «laborioso ricamo», qualcosa di prezioso. «Cerco di attirare la curiosità sull’argomento con proposte accattivanti, a volte paradossali. Ma evito le immagini dei pesci morti o delle tartarughe strozzate dalle reti, perché nessuno vuole vederle. Preferisco un approccio più ironico», specifica.

DONNE E ARCHITETTURA

Come architetto ha lavorato nelle più grandi città del mondo. E nessuno l’ha mai discriminata in quanto donna. Ricorda solo, nei primi Anni 90, l’atteggiamento di superiorità di alcuni colleghi uomini. «Il mondo dell’architettura è molto complesso e varia da un continente all’altro. In Occidente, gli studi sono meno legati alle imprese di costruzione, mentre, per esempio, in Asia sono un tutt’uno. In questo caso, credo che lo spazio per le professioniste donne sia purtroppo ai minimi livelli».

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