11 Ottobre Ott 2019 1318 11 ottobre 2019

Maila Andreotti, quando molestie e body shaming distruggono un'atleta

La ciclista si ritira a 25 anni, tradita dallo sport a cui ha dato tanto. «Violenza psicologica dal ct e molestie da un massaggiatore». Ma nell'ambiente regna l'omertà.

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Maila Andreotti ha 25 anni, è nell'età in cui un'atleta potrebbe tirar fuori il meglio dalla sua carriera, alle porte di un'Olimpiade alla quale avrebbe potuto partecipare, forte di 20 titoli italiani conquistati nel ciclismo sul pista. Ma la sua carriera, di fatto, è finita per colpa di molestie sessuali e insulti sessisti che oggi, a distanza di nove anni da quel primo orrendo incontro con un massaggiatore della Nazionale, ha la forza di raccontare al Corriere della Sera.

«AVEVO 16 ANNI»

«Maggio 2012, avevo 16 anni». Comoncia così il racconto di Maila: con una ragazza alle prime esperienze in Nazionale giovanile. «Ai Pre campionati europei juniores e under 23 in Portogallo c’erano nuovi tecnici e massaggiatori. Ebbi la sensazione che Dino Salvoldi trattasse le ragazze in modo diverso. Con me era professionale, con qualcuna molto più aperto». Dino Salvoldi è dal 2005 il ct della Nazionale di ciclismo femminile, il tecnico più titolato nella storia dello sport italiano con oltre 200 medaglie conquistate in tutte le categorie. Salvoldi è stato recentemente sentito dalla Procura federale della Federciclismo per alcuni episodi che lo avrebbero visto protagonista di quelli che l'ex olimpionico Silvio Martinello aveva definito «comportamenti non idonei e inopportuni di un tecnico».

«DA SALVOLDI VIOLENZA PSICOLOGICA»

Maila racconta: «Io fisicamente da Salvoldi non sono mai stata molestata. Le ragazze che hanno avuto rapporti con lui erano tutte consenzienti», ma il tecnico si comportava in maniera strana, aveva rapporti con le atlete, una relazione con una che, a detta di Andreotti, veniva favorita nelle convocazioni a discapito di ragazze più forti di lei, e soprattutto «diceva: “Lascia la porta della camera aperta”. E lui entrava in qualsiasi momento, che tu fossi vestita o no». Comportamenti che il giornalista del Corriere della Sera che la intervista definisce «sconvenienti», ma «non vere e proprie molestie», con l'effetto di sminuire i fatti e delegittimare una denuncia. Ma per Maila, quella di Salvoldi nei suoi confronti è stata «violenza psicologica», che si esprimeva anche col bodyshaming, «offese tipo “sei una cicciona, devi dimagrire”, “non vali niente”, non possono essere ammesse. Ha fatto di tutto per portarmi alla decisione di lasciare il ciclismo. L’avevo presa prima che scoppiasse questo putiferio».

MOLESTATA DA UN MASSAGGIATORE

E la storia non finisce con Salvoldi, perché Maila Andreotti racconta di averle subite le molestie, sì, da un massaggiatore. «Mi faceva domande strane, faceva battute un po’ spinte, entrava nella mia camera senza bussare e mi diceva “spogliati” prima dei massaggi». E lei rimaneva in maglia e slip: «proprio perché lui era un uomo e io una ragazzina, avrebbe dovuto avere più tatto. Un massaggiatore normalmente entra, ti mette un asciugamano addosso e ti massaggia. Lui stava a guardarmi mentre mi spogliavo. Mi sono sentita a disagio». Poi Maila racconta di quella volta che le massaggiò solo il sedere e di quelle in cui lei chiese un altro massaggiatore, mentre altre ragazze ne invocarono una donna, ricevendo una risposta negativa. «Finita la trasferta in Portogallo, mi è stato fatto sapere che avrei dovuto farmi andare bene anche le cose che non andavano. Sono stata lasciata a casa dalla Nazionale per due anni».

IL CASO NASSER È LA PUNTA DI UN ICEBERG

Il caso scoppiato nel ciclismo non è certo l'unico nello sport. Lo scandalo simbolo del #MeToo delle atlete che ha colpito la ginnastica artistica americana, con la condanna a 175 anni per il medico Larry Nassar, che abusò di 150 atlete, molte delle quali minorenni, è solo la punta di un iceberg che perlopiù rimane sommerso sotto il pelo dell'acqua. Denunciare non è semplice, non lo è stato nemmeno per Maila: «Non ho avuto modo di farlo. Tutto si è svolto molto sbrigativamente e in un clima che non ho percepito a me favorevole. Avrei voluto parlare di bullismo e di violenza psicologica». Il clima, ecco, quello fa la differenza. La sensazione di non essere mai ascoltate, mai prese sul serio. Quel velo di omertà che circonda l'ambiente, quel sessismo nemmeno troppo latente che anche il ministro per lo Sport Vincenzo Spadafora ha denunciato a margine della presentazione del Dossier Indifesa di Terre des Hommes: «Credo che sia un tema culturale fondamentale e lì vale molto la testimonianza e anche la capacità di chi rappresenta le istituzioni, per esempio di usare la parole e i linguaggi giusti perché il rispetto va esercitato nella quotidianità e non soltanto nelle manifestazioni». Parole e linguaggi giusti dovrebbero essere usati anche nel racconto quotidiano di fatti di questo tipo: bisogna chiamarle molestie, perché è questo che sono, altrimenti chi le subirà continuerà ad aver paura a parlarne, continuerà a sentirsi in difetto. E questo non possiamo più permetterlo.

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