30 Settembre Set 2019 1253 30 settembre 2019

Lo skateboarding come strumento di emancipazione femminile

Dagli Stati Uniti all'Afghanistan, passando anche per l'Italia, sono sempre di più le ragazze che si dedicano a questa disciplina. Sfidando pregiudizi e tabù. 

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Skateboard Skate Donne Italia

A Tokyo 2020 lo skateboarding debutterà come disciplina olimpica, ma l’arte di ‘surfare’ sull’asfalto ha già raggiunto una dignità che prescinde da qualsiasi riconoscimento ufficiale. Si è affermato infatti come uno strumento di emancipazione, affermazione e rivincita. Alessandro Pistocchi, istruttore federale di skateboard presso la SkateSchool di Cesena, spiega: «Dalle sue origini nella California degli Anni 60 ad oggi questo sport è diventato molto più che un’alternativa al cavalcare le onde». Per i giovani in molte parti del mondo è diventato uno stile di vita, un modo semplice per spostarsi e divertirsi, una forma di inclusione e uguaglianza sociale: «Quando si sta su una tavola con quattro ruote non esistono barriere culturali, distinzioni sociali o economiche, discriminazioni di genere. Tutto si riduce alla ricerca di un equilibrio dinamico e alla capacità di cadere e rialzarsi». Una forma di meditazione interiore che è anche una metafora della vita.

GIRL POWER SU TAVOLA

Lo skateboard è un mezzo di trasporto per spostarsi in libertà ma anche «un pretesto per uscire di casa, un’occasione per stare insieme, tra loro e con i coetanei maschi, e un modo per dimostrare agli altri, ma soprattutto a loro stesse, che si può cadere e rialzarsi all’infinito e che l’equilibrio è un percorso interiore, una sfida quotidiana e una conquista personale» prosegue Pistocchi. Come dimostrano gli articoli delle riviste specializzate, i film e soprattutto i video che si moltiplicano sui social network, lo skateboard è sempre più popolare anche tra le ragazze. Dagli Stati Uniti alla Cambogia, dal Sudafrica all’India, sono sempre di più le donne che hanno fatto della ‘tavola su ruote’ uno strumento di emancipazione e un modo per sfidare i tabù. In Afghanistan, ad esempio, questa disciplina si sta diffondendo come forma di riscatto sociale e simbolo di dignità per le donne, che in molti casi non hanno neppure la libertà di andare in bicicletta.

CONDIVISIONE E SUPPORTO

«Lo skateboarding femminile, a differenza di quello maschile, è molto meno competitivo e si basa soprattutto sulla condivisione e sul supporto reciproco», spiega Pistocchi. La strada e gli skate park (dove esistono) sono ancora un territorio prevalentemente maschile, che va conquistato ogni giorno combattendo contro lo stereotipo che il posto delle donne è tra le mura domestiche e che le ‘brave ragazze’ non vanno in giro a sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. È questo che fanno i collettivi di skater donne americani (come Sisterhood of the Skateboard e Skate Kitchen a New York) ed è a ciò che mirano le Ong come Skateistan, che cercano di promuovere questa disciplina (economica, democratica e facilmente accessibile) nei Paesi più svantaggiati del mondo, come strumento di uguaglianza sociale.

LE PIONIERE IN UN MONDO MASCHILE

L’istruttore ricorda come le prime atlete dare un’impronta anche femminile a questo sport, cambiando di fatto la storia dello skateboard, furono Peggy Oki, Elissa Steamer, Jaime Reyes e Cindy Whitehead. «Per loro essere una donna che fa skate era un fatto assolutamente normale, un modo di essere, una necessità interiore al punto che alcune di esse hanno continuato a farlo fino a oltre i 60 anni di età». Oltre che per le loro tecniche innovative e le loro performance dirompenti, precisa Pistocchi, «queste atlete sono state modello e punto di riferimento per una nuova generazione di skater donne grazie alla loro capacità di trasformare in stile di vita quello che per gli uomini era innanzitutto un gioco». Purtroppo, esiste ancora una certa discriminazione: «La disciplina è nata negli Anni 60, ma per una donna professionista, ovvero Elissa Steamer, si è dovuto attendere fino al 1998. E ancora oggi l’industria dello skate è composta soprattutto da uomini, che a parità di performance preferiscono sponsorizzare le atlete dall’aspetto più piacente e che ancora oggi impediscono alle atlete professioniste di guadagnare quanto i colleghi maschi».

IL FILM E LE ‘STREGHE’

Nel film Skate Kitchen (uscito in Italia a luglio 2019) la regista Crystal Moselle racconta la realtà delle ragazze skaters americane, il cui numero è in crescita ma che devono ancora lottare con il pregiudizio per cui il posto delle donne è in cucina, non negli skate park. Insieme combattono il bullismo, la discriminazione, i tabù e i pregiudizi. Alcune di esse hanno scelto di farsi chiamare Brujas (streghe, in spagnolo), si sono tagliate i capelli e hanno deciso che non serve essere carine o femminili per veder riconosciuto il proprio valore. Sono ragazze alla ricerca di equilibrio, atlete che non hanno paura di cadere e sanno rialzarsi sempre: per alcune di loro scivolare sull’asfalto è una forma di autoterapia, un modo per sentirsi ‘qui e ora’ e per conquistare autostima e consapevolezza di sé.

E IN ITALIA?

Pistocchi spiega che «in Italia le ragazze che skateano sono ancora poche, ma stanno aumentando». Oltre alla Nazionale, l’unica associazione sportiva ad avere un team femminile è la SkateSchool di Cesena, dove si allena anche Asia Lanzi, 17 anni, campionessa di skateboard che cercherà di qualificarsi per Tokyo 2020. «Indipendentemente dal risultato, la speranza è che lo skateboard si affermi davvero come una possibilità per le donne, libera dai condizionamenti e dagli stereotipi che in molti ambiti le privano della libertà di movimento e di affermazione», conclude l’esperto. La vera sfida, insomma, sta nel dimostrare che l’uguaglianza e la libertà, in fondo sono una cosa semplice... come una tavola con quattro ruote.

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