4 Luglio Lug 2019 1727 04 luglio 2019

Arianna Pomposelli: «Anche le ragazze giocano a calcio a 5»

Pratica il futsal da quando aveva 4 anni ed è arrivata fino alla Nazionale. Adesso si impegna perché altre bambine ce la possano fare. Combattendo i pregiudizi.

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Arianna Pomposelli Calcio A 5 Femminile

Fin da quando era bambina ha sempre rincorso il pallone. Seguiva il papà allenatore e restava incantata. Per Arianna Pomposelli, giocatrice della Nazionale italiana di calcio a 5, giocare è sempre stato naturale, più di quanto non lo sia per tante altre bambine che amano questo sport. Ed è pensando a loro che ha deciso di lanciare #BeBrave, un'iniziativa di educazione rivolta alle bambine e soprattutto ai loro genitori e di cui parlerà in uno degli incontri previsti nell'evento Ragazze nel pallone, che si terrà il 5-6-7 luglio a Padova, all'Impianto Polifunzionale Filippo Raciti, dove arriveranno migliaia di bambine che in tutta Italia giocano a basket, volley, rugby e calcio. Bambine costrette quasi sempre ad affrontare gli stessi vecchi stereotipi delle colleghe del calcio a 11, prima ancora che gli avversari in campo, esattamente come quelle a cui si rivolge Arianna Pomposelli.

DOMANDA. Cosa è #BeBrave?
RISPOSTA.
Un progetto che ho messo su da quasi due anni che si pone l'obiettivo di abbattere i muri culturali e stereotipi.

Di quali stereotipi parliamo?
Quelli sugli sport maschili e gli sport femminili. #BeBrave cerca di proporre una nuova idea, quella di avvicinarsi al calcio senza stereotipi di genere. Poche bambine sono coinvolte nella disciplina in Italia, mentre in Spagna ci sono campionati di bambine under 10. Io ho sempre allenato bambini maschi, ho avuto al massimo una bambina per gruppo. Non è affatto una questione di inclinazione di genere, è un fattore culturale.

Da cosa nasce l'iniziativa?
Nasce da mia nipote Noa, che ha 4 anni e fa danza e calcio. Lei già da piccola veniva a vedere le mie partite, si è appassionata, a fine partita entra sempre in campo con me e gioca a pallone. Mi sono accorta che iniziando a calciare fin da quanto aveva 1 anno ora lo fa naturalmente. Ho pensato ad altre bambine che potrebbero appassionarsi e far crescere questo sport ma non ne hanno l'opportunità perché la pubblicità non lo propone e ti dicono che è uno sport da maschi.

Le difficoltà e i pregiudizi del calcio a 11 esistono anche nel futsal?
Assolutamente sì, forse anche peggio. Il problema è che il futsal è già uno sport minore, il cugino piccolo del calcio, ed è poco considerato. C'è ancora molto la concezione del calcetto tra amici.

Quindi la storia del “campo troppo grande” è solo una scusa?
Sì. Ho letto parecchi commenti in questi giorni, ci dicevano di tornare in cucina. Il gap c'è, è fisico e non tecnico, ma è solo una scusa che nasce tanto tempo fa. Ho fatto una tesi sulla differenza di genere negli sport, sono stereotipi che ci portiamo dietro dai primi del 900.

Quante società femminili ci sono in Italia?
Tantissime. Solo in Serie A siamo 15-16 squadre. In A2 tre gironi da 13, poi la Serie C regionale, la Serie D, l'amatoriale. Le società ci sono, il problema è che non ci sono bambine che giocano e quindi mancano i settori giovanili. Nella migliore delle ipotesi cominciano a 12 anni con bambini che hanno iniziato scuola calcio a 5-6 anni. Immaginate il gap davanti a cui si trovano.

Lei quando e come ha iniziato?
Io ho iniziato a 4 anni, perché mio papà fa l'allenatore. Giocavo giù in cortile e non ho mai avuto problemi. Se sei scarsa non ti vogliono ma se sei forte non gliene frega nulla che tu sia una femmina. Io giocavo coi maschi e volevo rimanere a giocare coi maschi, non volevo proprio saperne di passare al campionato femminile.

Sta seguendo il Mondiale di calcio femminile? Sembra che le nostre stiano riducendo il gap col resto del mondo.
Sì. Il gap si è ridotto ma ancora c'è. Soprattutto sotto l'aspetto fisico e lo si è visto chiaramente nella partita con l'Olanda.

Perché c'è questo gap?
Perché tra l'essere professioniste e il non esserlo passa tutta la differenza di questo mondo. Io lavoro, mi alleno e studio. Gioco in Serie A e gioco in Nazionale. Non siamo professioniste, non veniamo pagate per fare questo e si crea questa differenza atletica con chi invece può dedicare il doppio del tempo agli allenamenti.

Pensa che questa attenzione mediatica possa cambiare lo stato attuale delle cose?
Sì. È stato un boom incredibile, lo vedo anche dalla risposta che ho avuto io dai genitori delle bambine. Ad Ariano Irpino ho allenato 160 ragazzine in due giorni. Quando lo provano si appassionano, il problema è che non sanno nemmeno di poterlo fare.

Perché iniziative come quella di “Ragazze nel pallone” sono importanti?
Intanto perché riuniscono tante ragazze che praticano lo sport, che è una cosa fondamentale per la vita. Poterlo praticare liberamente, senza pregiudizi di genere, è determinante. Sono contentissima di collaborare con loro, condividiamo valori importanti, mi sento a casa.

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