2 Luglio Lug 2019 1718 02 luglio 2019

Le pioniere del calcio che sfidarono il fascismo

«Lottarono per poter giocare e il regime le fermò. Ora le cose possono finalmente cambiare». La storia delle prime giocatrici italiane rivive in un libro. Ne parliamo con l'autore Giovanni Di Salvo.

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Calcio Femminile Fascismo

Il Mondiale di calcio femminile Francia 2019 era ancora lontano, Cristiana Girelli, Barbara Bonansea e Sara Gama sarebbero nate solo 50-60 anni dopo, ma in Italia le donne giocavano a calcio già nel 1933. In particolar modo lo facevano a Milano, dove nacque il Gruppo Femminile Calcistico milanese. Una trentina di ragazze coraggiose che si sfidavano tirando calci a un pallone in gonnella e furono in grado di infastidire il regime fascista per 10 mesi. Tanto ci mise Mussolini a fermarle, cambiando persino un presidente del Coni, inventandosi perizie mediche che farneticavano di problemi e pericoli per la loro salute e le loro capacità riproduttive, in ultima istanza bandendole definitivamente, bucando metaforicamente il loro pallone. La vicenda delle prime pioniere del calcio femminile in Italia è narrata in un libro dall'ingegner Giovanni Di Salvo, da anni collaboratore del quotidiano La Sicilia, appassionato ed esperto di questo sport dal 2000. Si chiama Le Pioniere del Calcio: la storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista (Bradipolibri, 128 pagine, 13 euro) e racconta la storia vera di un sogno spezzato.

DOMANDA. Com'è nato il suo interesse per la vicenda?
RISPOSTA.
Nel 2015 ho scritto un primo libro che si chiama Quando le ballerine danzavano col pallone, ricostruendo la storia del calcio femminile. Dai commenti e dalle domande ho capito che un particolare interesse era suscitato dagli albori del movimento, così ho deciso di approfondire.

Cosa ha scoperto attraverso le sue ricerche?
La storia di un Gruppo sportivo nato nel febbraio del 1933 attraverso un annuncio su vari giornali che ebbe un successo molto superiore alle aspettative, raccogliendo un numero elevato di adesioni.

Un successo che non piacque a tutti.
Sì, il calcio era sport maschile per eccellenza, funzionale alla retorica fascista. Un anno dopo ci sarebbero stati i Mondiali in Italia. La Chiesa osteggiava lo sport femminile in generale. I giornali le ignorarono o ne fecero oggetto di satira. Non vennero riconosciute dal Coni nonostante loro stesse avessero chiamato un medico che smentisse le teorie sulla pericolosità del calcio per la loro salute.

Poi si arrivò al bando.
Sì. La voce si sparse, si cominciò a parlare di squadre a Roma e Torino, ad Alessandria la Serenissima creò una sezione femminile. Si cominciò a organizzare la prima vera partita tra le due squadre e a quel punto il regime fascista capì che non poteva più ignorarle. Così, quando Achille Starace arrivò alla presidenza del Coni al posto del più permissivo Leandro Arpinati, la loro attività fu interrotta.

Finito il Ventennio poterono tornare a giocare?
Nel Secondo Dopoguerra l'embargo terminò. E Alessandria fu il fulcro di questa rinascita. Sorse un'altra squadra a Torino e una a Genova. Il calcio femminile ripartì, anche se un po' a macchia di leopardo fino al 1968.

E poi?
Poi ci fu la rivoluzione dei costumi che andò a colpire anche il mondo sportivo. Ma anche lì si tornò ai vecchi pregiudizi. Prima di organizzare il primo campionato ufficiale, si chiese nuovamente un parere medico per capire se fosse o meno uno sport adatto alle donne, l'opinione fu favorevole e si organizzò il campionato. Campionato non regolamentato fino a metà degli Anni 70, quando tutto ricadde per la prima volta sotto un'unica Federazione.

Il veto fascista, secondo lei, ha segnato la mentalità italiana nei confronti del calcio femminile?
Non credo. Penso che il calcio venga visto ancora come esclusivo appannaggio degli uomini anche se non è così. È una mentalità un po' dura che ebbe la sua massima cassa di risonanza durante il periodo fascista, ma in una fetta ormai ridotta di popolazione questi stereotipi serpeggiano ancora.

Pensa che sia una storia ancora attuale?
Oggi c'è ancora qualche rigurgito di pregiudizio, ma questa Nazionale e questi Mondiali credo abbiano abbattuto tante barriere facendo avvicinare tante persone che erano scettiche ma hanno visto che il calcio femminile offre uno spettacolo godibile, bello, avvincente e appassionante. Non ne ho mai sentito parlare così tanto come in questi giorni. Unitamente al fatto che le squadre professionistiche sono entrate nel calcio femminile, gli ottimi risultati della Nazionale possono segnare il momento di svolta, anche se qualche stupido ancora si trova.

Cosa si può fare per aiutare ancora il movimento e superare i pregiudizi?
Smetterla di fare paragoni forzati col calcio maschile. Sono discorsi che non sento con la pallavolo né col basket. Perché farli col calcio?

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