26 Giugno Giu 2019 1000 26 giugno 2019

Abbiamo visto Italia-Cina alla Casa delle Donne di Roma

Nel ritrovo del femminismo romano si tifa per le Azzure. Che vincono 2-0 e approdano ai quarti del Mondiale. Tra gol, parate, esultanze e parità di genere. Il reportage.

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La sala Tosi della Casa Internazionale delle Donne comincia a riempirsi un po' alla volta. Quando Rai Uno mostra le formazioni di Italia e Cina è ancora sostanzialmente vuota. Maria, l'addetta stampa, mi guarda dispiaciuta e mi dice «c'è poca gente oggi, per le altre partite era pieno». Qui, in questo luogo di Trastevere che è punto di ritrovo del femminismo romano che ormai da due anni è sotto sfratto, dall'inizio di giugno ci si incontra per tifare le Azzure ai Mondiali di calcio femminile. E visto che porta bene, si va avanti così.

SORELLE D'ITALIA

Le parole dell'inno vengono riadattate per l'occasione: «Sorelle d'Italia», canta qualcuna dalle prime file, dove spunta una maglia azzurra da tifosa vera. Ascolto quella nuova versione del Canto degli italiani e penso che Goffredo Mameli, se potesse sentirla, forse non se ne dispiacerebbe. Anzi. L'Italia è scesa in campo col piglio delle partite del girone, vuole comandare il gioco, mettere subito sotto pressione la Cina. Il primo boato della sala arriva per un prodigioso recupero di Alia Guagni, poi i decibel si alzano per un gol di Valentina Giacinti, ma il Var spegne l'entusiasmo dell'attaccante del Milan e di tutti noi. Poco male, perché qualche minuto dopo Giacinti segna ancora, e stavolta è buono, possiamo tutti saltare sulle nostre sedie. «È indemoniata», mi dice Francesca, la mia vicina di posto, mentre Agata, una deliziosa cockerina nera, accompagna la nostra esultanza abbaiando.

PIÙ TIFOSE CHE TIFOSI, UNA PIACEVOLE NOVITÀ

Mi guardo intorno e realizzo che non mi è mai capitato di vedere una partita di calcio in un ambiente in cui il rapporto donne-uomini fosse di 15-1, forse pure di più. Anche questo è il segnale che questo Mondiale non è solo calcio, no, è qualcosa di più. Qualche rinvio sbilenco di Laura Giuliani fa mormorare la sala: «Coi piedi però non ci sa fare». Su un passaggio sbagliato, Francesca si lascia scappare: «Questi sono errori da dilettanti». Mi verrebbe da rispondere che in effetti è quello che sono queste ragazze, dilettanti per colpa di una stupida vecchia legge, che solo da pochi anni hanno iniziato ad allenarsi come professioniste pur non essendolo ancora. Poi però la nostra numero 1 vola a togliere da sotto la traversa un bolide di Wang Yan. È una parata straordinaria, perché la palla girava da morire, e allora quei rinvii bruttarelli che avevano innervosito lei e le tifose vengono subito perdonati.

Noi siamo pronte #ragazzemondiali

Geplaatst door Casa Internazionale delle Donne op Dinsdag 25 juni 2019

UN MONDIALE SPECIALE

L'intervallo è l'occasione per parlare della partita e del Mondiale. Francesca mi racconta di non essere fanatica di calcio ma di aver sempre seguito i grandi eventi con la Nazionale italiana, «con le ragazze, però, è diverso». Giovanna, invece, è sempre girata al largo dal calcio, «mi ha sempre fatto schifo, c'è troppo business, mi disturba, nel calcio femminile non è così». «Speriamo che le cose cambino anche per loro», la interrompe Francesca, «questa enorme differenza ricalca quella che c'è in ogni ambito, anche se qui probabilmente è ancora più accentuata». Giovanna non ha dubbi: «È capitato nel momento giusto, la mancata qualificazione dei maschi nel 2018 è stato un bene per le donne». È la prima partita che seguono insieme, qua, ma non sarà l'ultima: «Speravamo di vederla nel maxi schermo in cortile», dicono, «comunque torneremo per la finale, a prescindere da chi la giocherà». La sensazione è che davvero non si tratti solo di un pallone preso a calci, non per tutte queste ragazze e donne che forse non sono mai state appassionate di calcio ma che lo sono diventate di questa nazionale e questo Mondiale, arrivando a guardare persino le partite delle altre squadre.

GIORGIA CHE GIOCA A CALCIO

Per Giorgia non è proprio così. L'ho notata appena entrata in sala. È alta, ha i capelli neri e lunghi raccolti in una coda, un paio di pantaloni che arrivano appena sotto le ginocchia e lasciano scoperti dei polpacci che non mentono. Gioca a calcio, ne sono sicuro, così mi avvicino al tavolino a cui è seduta con Federica, la sua amica che ama gli sport ma finora non il calcio perché «ho sempre seguito basket e volley, dove è più facile vedere giocare le donne». Mi metto a chiacchierare con loro. «La gente si accorge che sono calciatrice appena mi vede camminare», mi racconta, «ho iniziato da bambina e all'inizio è stata dura farmi accettare. Giocavo coi maschi fino ai 12 anni, poi da 14 non è più possibile e mi sono trovata una squadra femminile». Un percorso analogo a quello di tutte le ragazze italiane. È felice di vedere il calcio femminile in tv, con milioni di spettatori a seguirlo, ma la cosa che le interessa di più è che si faccia alla Casa delle Donne, «che sostengo, visto che è sotto sfratto». Gioca difensore, anzi «difensora». Non è ancora sicura di come si dica ma è «a favore del cambiamento del linguaggio».

IL LINGUAGGIO DI GENERE

Quello del linguaggio di genere è un tema particolarmente sentito, qui. Così, dopo che il gol di Aurora Galli in apertura di secondo tempo ha sorpreso le ultime ritardatarie fermatesi qualche minuto di troppo in giardino, e mentre la partita si avvia alla conclusione, si arriva a parlarne. Lo fanno, per la verità, Tiziana Alla e Patrizia Panico, giornalista e commentatrice tecnica della partita. «A Laura Giuliani non piace essere chiamata portiera, sono le ragazze per prime a dire che non debbano essere forzate al femminile delle parole che esistono da sempre e che identificano dei ruoli a prescindere dalla vocale con cui terminano», è più o meno questo il succo del discorso. Ma in sala i mormorii e mugugni cominciano a sentirsi: «Ma cosa stanno dicendo? Esattamente l'opposto di quello che dovrebbero dire?». Mi fermo a parlarne con Francesca, le racconto che proprio in giornata ho scritto un articolo sul tema e che l'argomento ha suscitato un discreto vespaio sul mio profilo Facebook. Per lei è importante dire portiera e non portiere, anche se a Laura Giuliani non piace.

AMELIA CON LA MAGLIA AZZURRA

Il finale scivola via con l'Italia saldamente in vantaggio per 2-0. Le cinesi continuano a sbattere contro il muro eretto da Elena Linari, Wang Shuang, il loro più grande talento, che ha avuto la fortuna di trovarsela davanti per tutta la partita. «Mamma mia, è una sicurezza», mi dice ancora Francesca. Lisa Bartoli se ne va via palla al piede e scatta l'applauso; Laura Giuliani esce ad afferrare una palla bassa ed è ancora un battito di mani all'unisono; Valentina Giacinti calcia in porta per cercare la doppietta dopo uno stop e lancio di Manuela Giugliano da pelle d'oca ed è ancora una buona occasione per esultare. L'Italia giocherà i quarti contro l'Olanda, ci sarà un'altra occasione per vedersi e sostenerle tutte insieme alla Casa Internazionale delle Donne. La Sala Tosi si riempirà ancora, forse davvero comincerà a essere necessario usare il proiettore e il telo gigante del giardino. Ci saranno ancora delle donne per cui esultare e con cui emozionarsi. Di certo ci sarà Amelia con la sua maglia azzurra: «Me l'ha regalata la team manager della Nazionale in persona», mi dice orgogliosa, «sono tifosissima, amo questo calcio bellissimo e genuino, senza divismi e business dietro». Durante la partita l'ho vista fare un selfie alla sala e mi sono avvicinato per chiederle di mandarmi quella foto: «Così la metto nell'articolo, se ti va». «Certo certo, dammi il tuo numero».

Il selfie di Amelia durante la proiezione di Italia-Cina alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.

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