25 Giugno Giu 2019 0959 25 giugno 2019

I Mondiali femminili e la mancanza del linguaggio di genere

Portiera, difensora, terzina. Sono parole che dovremmo iniziare a usare quando parliamo di donne che giocano a pallone. Per continuare ad abbattere gli stereotipi.

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Calcio Femminile Linguaggio Di Genere

Il calcio femminile è uscito dal ghetto ed è entrato nelle nostre case. Sei milioni e 525 mila spettatori, pari al 29.3%, hanno seguito la partita dell'Italia contro il Brasile su Rai Uno, 1 milione 740 mila hanno scelto invece i canali di Sky Sport. Il Mondiale Francia 2019 può essere un volano decisivo per tutto il movimento, un'arma per combattere gli stereotipi e dare la meritata dignità alle ragazze che giocano a pallone. Potremmo persino scoprire che ci piace e abituarci a questo nuovo spettacolo, e allora forse sarebbe il caso di smaschilizzare anche il linguaggio che lo accompagna. Sì, perché parliamoci chiaro, anche se in campo scendono le donne, continuiamo a chiamarle con i nomi degli uomini, che è un po' quello che molti si ostinano a fare per le cariche politiche e dirigenziali.

IN FRANCIA HANNO AFFRONTATO LA QUESTIONE

Il tema, che in Italia in pochi hanno sollevato, è stato trattato in Francia da un articolo di LCI, mentre Libération ha spiegato ai suoi lettori la propria linea lessicale per i Mondiali. I media nostrani non hanno fatto altrettanto e l'idea di mettere una -a al termine di una parola che siamo abituati a declinare al maschile pare non trovare ancora tanti sostenitori convinti. Eliane Viennot, linguista francese intervista da LCI, ha spiegato così il problema: «Troviamo sempre degli argomenti ridicoli quando si tratta di rimandare il momento in cui utilizzeremo le parole giuste, perché quello sarà il momento in cui ammetteremo che le donne possono dirigere, possono selezionare e possono allenare». Allora proviamoci noi.

Nel racconto del calcio femminile manca ancora un linguaggio di genere. Laura Giuliani con Sara Gama: portiera e difensora dell'Italia.

Getty Images

PORTIERA, DIFENSORA, TERZINA E... MS

Partiamo dai ruoli: esistono parole che non ci creano problemi come attaccante, centrocampista, regista, ala, punta: nate per essere unisex o addirittura da sempre declinate al femminile. Altre invece prevedono entrambe le forme ed è proprio per questo che sarebbe il caso di iniziare a usarle correttamente. Laura Giuliani è una portiera, non un portiere. Non la portiera di un'automobile ma una che difende i pali della propria quadra, esattamente come fanno Buffon e Donnarumma, ma lo fa essendo donna. Sara Gama è una difensora, non un difensore come lei e le colleghe di ruolo vengono definite ancora su Wikipedia e qualsiasi altro articolo possiate trovare in rete. Alia Guagni gioca terzina, pur non avendo niente a che fare con Dante, mentre la ct Milena Bertolini è stata chiarissima: «Non chiamatemi Mister, chiamatemi Ms».

MARCARE 'A UOMO' O 'A DONNA'?

Fortuna che l'allenatrice di Reggio Emilia fa giocare le sue a zona anche sui calci piazzati, risparmiandoci almeno di doverci chiedere se sia il caso di parlare di marcatura a uomo o a donna. Ma cosa faremo quando ci troveremo davanti a un'espulsione per chiara occasione da gol, quello che in gergo calcistico viene definita «ultimo uomo»? Nella pallanuoto il problema non se lo sono mai poste: quando una giocatrice finisce nel pozzetto per un fallo grave, l'altra squadra gioca «con l'uomo in più», ma non è che entri in vasca un giocatore maschio. Nel volley, dove l'abitudine al femminile è decisamente più diffusa, ci sono schiacciatrice, alzatrice e opposta, ma il libero – termine casualmente mutuato dal contesto calcistico – resta libero, non diventa libera.

Nel racconto del calcio femminile manca ancora un linguaggio di genere. Corinne Diacre, ct francese, sui documenti ufficiali della sua federazione risulta "selectioneur", al maschile.

Getty Images

SÌ A BUTEUSE, NO A ENTRENEUSE

I media francesi hanno girato al femminile praticamente tutte le parole, compreso buteur, l'equivalente del nostro bomber, andando oltre il linguaggio ufficiale della Federazione che si ostina a chiamare la ct Corinne Diacre selectioneur, selezionatore, al maschile. Si sono fermati solo davanti a entreneur (allenatore). La forma femminile entreneuse, infatti, era utilizzata negli Anni 50 per definire le donne assunte dai locali per sedurre i clienti maschi e convincergli a consumare al bancone. Una figura che oggi ovviamente è ufficialmente svanita dai bar ma è rimasta nelle memorie dei francesi e sul dizionario Larousse, e allora per evitare imbarazzanti assonanze, Libé ha preferito soprassedere. Noi italiani non abbiamo problemi di questo tipo, e allora cosa aspettiamo a introdurre il linguaggio di genere anche nel calcio?

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