25 Giugno Giu 2019 1750 25 giugno 2019

«Quelle che... il calcio», il libro che racconta le campionesse dei Mondiali

Da bambine volevano solo giocare a pallone, da grandi sono diventate campionesse. Ma per riuscirci hanno dovuto fare sacrifici e sforzi. Le storie delle calciatrici italiane.

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Milena Bertolini Libro Quelle Che Il Calcio

Martedì sera, c'è da scommetterci, saremo in milioni davanti agli schermi per tifare Italia. La febbre da Mondiale di calcio femminile continua a salire e l'ottavo di finale contro la Cina, in programma alle 18 del 25 giugno allo Stade de la Mosson di Montpellier (diretta su Rai Uno, Sky Sport Uno e Sky Sport Mondiale) è destinato a ritoccare i record di ascolti già fissati dalla partita contro il Brasile (7,3 milioni di spettatori complessivi). Ad appassionarci è certamente la maglia azzurra, ma anche un mondo nuovo, tutto da scoprire, popolato di ragazze semplici e umili, così lontane dal cliché del calciatore, così vicine a noi. Ragazze che hanno storie comuni di una lotta per il diritto di giocare a pallone, in cui nulla è stato semplice, «storie fragili, piccole, fatte di emozioni delicate» raccontate nel libro Quelle che... il calcio. Le ragazze del Mondiale (Aliberti, 192 pagine, 17 euro), scritto da Milena Bertolini con Domenico Savino. Dentro ci sono storie diverse ma unite da un filo conduttore: per nessuna di loro è stato semplice arrivare fino al Mondiale. E non perché ci sono state avversarie da battere sul campo, quello è stato il meno, ma per tutti i pregiudizi e le difficoltà oggettive da dover superare. Le calciatrici non sono professioniste, non lo sono nemmeno ora che la Serie A femminile è popolata da club come la Juventus, il Milan, la Roma, l'Inter, figurarsi quando si giocava nel Tavagnacco, nel Brescia o nella Torres. E allora hanno dovuto ingegnarsi.

LAVORARE PER POTER GIOCARE

Laura Giuliani, per esempio, la portiera che sta stupendo il mondo con i suoi riflessi e le sue uscite, è persino emigrata in Germania prima di vincere due scudetti con la Juventus. E siccome il rimborso da calciatrice non bastava a mantenersi, ha lavorato in una fabbrica dove impacchettava dvd e Play Station, poi ha fatto l'alba alle 3 del mattino in un panificio, quindi è rincasata tardi la sera per servire ai tavoli in un ristorante. Linda Tucceri Cimini, terzina sinistro del Milan, da ragazza faceva Avezzano-Roma tre giorni alla settimana, per sei anni. Il calcolo l'ha fatto chi ha scritto il libro: 147.420 chilometri, quasi quattro volte il giro del mondo, per la modica cifra di 22.100 euro di benzina.

Valentina Cernoia, centrocampista mancina della Juve, è stata impiegata in una società di recupero crediti fino a quando è arrivata in Nazionale e a quel punto è stata costretta a scegliere tra calcio e lavoro, iscrivendosi comunque alla facoltà di Scienze Motorie. Sara Gama una laurea ce l'ha già e da ragazza ha fatto di tutto pur di terminare il liceo a Trieste, anche se giocava in provincia di Udine: «Nello stesso anno feci contemporaneamente Maturità, Europeo con la 19, patente e andavo in Nazionale A», racconta nel libro, «è la storia di tutte noi, compiti e studio spesso e volentieri di notte, sui treni, in auto; ma si può fare tutto con la volontà, se si vuole perseguire la propria passione». Cecilia Salvai, che al Mondiale non c'è per colpa di un infortunio ma che per molti è la difensora più forte al mondo, ha dovuto trasferirsi a Lugano, ma per allenarsi era costretta a farsi ospitare da società maschili e non sempre funzionava. Fino a quando si è iscritta al Centro di Formazione Tecnica Calcistica Individuale Footballab, fondato da Rita Guarino, sua attuale allenatrice alla Juventus, una scuola privata per calciatrici. Ora sta per laurearsi in Economia e commercio.

ORA IL CONTESTO È PROFESSIONISTICO

Sono storie che rendono ancora più belli i progressi di ora. Per queste ragazze, il contesto professionistico in cui riescono ad allenarsi negli ultimi anni, non è mai stato la normalità. Elena Linari, che gioca difensora centrale nell'Atletico Madrid, parla così del suo club spagnolo: «Ha deciso di investire sul calcio femminile ormai da cinque anni, le strutture sono di alto livello e questa è la base per poter avere delle calciatrici, il cui livello tecnico possa raggiungere l'eccellenza, come peraltro è tradizione nel calcio iberico». Alia Guagni, terzina della Fiorentina che crede nella reincarnazione e in Svezia, in mezzo a una foresta, ha capito che in una vita precedente era una pianta, ricorda così l'ingresso al Franchi per giocare la partita col Tavagnacco decisiva per lo scudetto della stagione 2016-2017: «Lì da bambina ci andavo a vedere la Fiorentina dei maschi! L'avevo sognato da sempre». Se giocare per la propria squadra del cuore è il desiderio di ogni bambino che comincia a tirare calci a un pallone, questo sogno a loro, da piccole, era negato dall'assenza di un settore femminile nei club professionistici. Così, quando nell'estate del 2017 è arrivata la chiamata della neonata Juventus Women, Barbara Bonansea da Pinerolo non ci ha pensato su nemmeno un attimo e ha risposto «no, grazie» alla proposta del Lione, non un club qualunque ma il più forte d'Europa, vincitore delle ultime quattro edizioni della Champions League.

TUTTE QUELLE CHE IL CALCIO... NO

Certo, ancora non sono professioniste e persino nei Paesi dove il calcio femminile vince di più lottano contro il gender gap, eppure, se si guarda al contesto globale, le ragazze italiane rimangono comunque tra le privilegiate. Se Ilaria Mauro ha dovuto prendere a calci un pallone da volley per convincere la mamma che quello non era lo sport che faceva per lei e Martina Rosucci ha quasi smesso perché, come Cristiana Girelli, non ne voleva sapere, a 14 anni, di smetterla di giocare coi maschi e passare a una squadra di sole donne, tante altre bambine e ragazze che amano il calcio in tutto il mondo se la passano decisamente peggio. A Zanzibar, per esempio, vengono ritenute delle pervertite e per questo emarginate. In Afghanistan sono state violentate e l'ex capo del dipartimento, Khalida Popal, è stata costretta a lasciare il Paese dopo averlo denunciato. In Arabia Saudita le donne sono segregate in settori riservati esclusivamente a loro dentro gli stadi in cui fino a pochissimo tempo fa non potevano nemmeno pensare di mettere piede, come ancora succede in Iran. Persino in Italia le resistenze non sono poche: gli ultrà della Curva Nord della Lazio hanno impedito alle donne di piazzarsi nelle prime file relegandole «dalla decima in poi» con un comunicato che ha fatto scalpore. E le giornaliste sportive devono stare bene attente a non parlare di tattica per non far «rivoltare lo stomaco» a Fulvio Collovati. A loro, Bertolini e Savino dedicano l'ultimo capitolo del loro libro. A quelle donne che ancora non ce l'hanno fatta, perché parlare di calcio femminile non è solo parlare di calcio, ma è parlare di donne e dei loro diritti. Ed è questa, alla fine, la cosa che conta di più.

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