18 Giugno Giu 2019 1808 18 giugno 2019

Tarquinio, Brunelli e Angelini: il calcio raccontato dalle donne

Storie diverse, la stessa identica passione. Le tre giornaliste di Sky hanno seguito la Serie A femminile e ora sono voci del Mondiale. A LetteraDonna hanno raccontato la loro visione del gioco.

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Giornaliste Sky Calcio Femminile (2)

Alessia Tarquinio, Gaia Brunelli e Martina Angelini: sono le voci che hanno raccontato l'ultimo campionato di Serie A di calcio femminile, le stesse che abbiamo ritrovato ai Mondiali Francia 2019, dove il 18 giugno alle 21 l'Italia affronta il Brasile nella terza partita del suo girone (diretta tv su Rai 1, Sky Sport Uno e Sky Sport Mondiali). Tre donne che raccontano il calcio delle donne nel suo momento migliore, almeno in Italia, in una fase di crescita senza dubbio importante e senza precedenti resa possibile dall'impegno delle società professionistiche maschili: «Juve, Milan, Roma, ora Inter, Empoli che torna in A, Fiorentina che è stata la prima. Ci sono più soldi, più strutture e più mezzi», racconta Alessia Tarquinio, giornalista sportiva dal 1999, volto e voce alla conduzione degli studi del Mondiale, «poi Sky ha deciso di trasmettere le partite. Questo perché pensiamo che il calcio femminile sia il calcio del futuro, ma se nessuno sa dell'esistenza nel presente il futuro è difficile da realizzarsi». Per lei, che aveva iniziato 20 anni fa col Mondiale Usa 1999, è un ritorno alle origini: «Scrivevo per un giornale locale di calcio femminile. Ho iniziato e finirò col calcio femminile. Quando mi ha chiamato Sky mi sono occupata di altri sport e di calcio maschile, ma era un momento in cui avevo un po' smesso di fare l'inviata. A me piace raccontare storie, qui ci sono storie da scoprire, è stata una novità, ho imparato tanto. In questo mestiere bisogna rinnovarsi, non fare sempre le stesse cose. È stata una sfida, in un ambiente abituato al maschile, raccontare lo sport al femminile, un punto su cui io ho sempre un po' rotto le scatole, ed è stato un successo».

UNA SCELTA DETTATA DAI VALORI

Quella fatta da Sky, spiega ancora Tarquinio, è stata una «scelta romantica dettata dalla volontà di investire sui valori del calcio femminile. Valori importanti: sportività, sacrificio, passione, rapporto con gli altri, lavoro di squadra, in un ambiente ancora scevro da tutte le cattiverie e le brutture del calcio maschile degli ultimi anni. Speriamo che mantenga questa sua purezza». Il riscontro in termini di audience è stato positivo, con la partita delle 12:30 che ha viaggiato su numeri superiori a quelli della Serie B e di alcune partite della Premier League inglese maschile. Per Martina Angelini, dirigente del Livorno e giornalista, una vita intera dedicata al calcio femminile, «la maglia attira molto. Tifosi, ma anche praticanti. Io lavoro in questo ambiente da 20 anni ed è un discorso culturale. La bambina che dice voglio andare a giocare a calcio troverà un papà più propenso a portarcela se c'è il nome della squadra che lui tifa a fare da attrattiva. C'è voglia anche di un calcio nuovo, meno pesantezza, perché tra i maschi ci si prende troppo sul serio. Le ragazze invece sono più abbordabili per i tifosi. E anche in campo è tutto più genuino, ci sono meno simulazioni, meno sceneggiate».

GIOCARE DOPO L'ASSENZA DEI MASCHI FA BENE

Il Mondiale può dare una spinta ulteriore a questo cambiamento culturale. Per Gaia Brunelli, ex giocatrice del Milan «è stata positiva la mancata qualificazione dei maschi al Mondiale del 2018. Il senso d'appartenenza c'è sempre, la maglia azzurra si tifa sempre. Il fatto che non si sia giocato in Russia è stato un po' un lancio per quello che si sta giocando adesso, rimane un dispiacere, ma ora la gente dice mi metto qui, guardo la partita, prima magari con un po' di pregiudizio, poi si esulta per l'Italia». « La vittoria con l'Australia e la doppietta di Barbara Bonansea hanno aiutato», incalza Tarquinio, «Beh, se avessimo perso 5-0 sicuramente sarebbe stato tutto diverso», le fa eco Martina Angelini, secondo cui «I conti li faremo poi a settembre, quando sapremo quante bambine nuove si sono tesserate». Intanto il calcio femminile si sta globalizzando e lo si vede anche da come il semplice predominio atletico non basti più. «Sui giornali stranieri si parla dello stile europeo e di come sta contaminando il calcio femminile», spiega Brunelli, «l'Italia ha giocato tatticamente in maniera perfetta e ha avuto la meglio sull'Australia, contro ogni pronostico. Questo è un Mondiale più aperto rispetto a quello del 2015. L'Italia ora regge il confronto anche con gli Stati Uniti».

L'IMPORTANTE È RACCONTARLO

Ma quanto è importante che il calcio femminile sia raccontato dalle donne? «L'importante è che venga raccontato, punto e basta. Che sia una donna o un uomo cambia poco», dice Alessia Tarquinio, «quando ho iniziato questo mestiere mi hanno fatto la domanda all'inverso. Fino a 20 anni fa eravamo pochissime: io, Martina Maestri e Anna Billò. Certo, abbiamo modi diversi di raccontare, ma come può capitare anche a livello individuale. Anche io e Gaia abbiamo stili differenti». Per Martina Angelini «lo stesso discorso vale per allenatori e arbitri: basta che sia uno bravo, non importa se maschio o femmina». Con un pizzico di sarcasmo, Gaia Brunelli aggiunge che «sarebbe meglio se la stessa contaminazione ci fosse anche nell'altro senso, con le donne che raccontano il calcio maschile». E invece così non è: «Anche dentro le redazioni spesso capita che alle donne venga chiesto di non porre domande tecniche», racconta Alessia Tarquinio, «a me è successo un sacco di volte». Insomma, il Collovati-pensiero appare particolarmente diffuso, «un sacco di cazzate», replica secca Martina Angelini.

RIDURRE IL CAMPO? ANCHE NO

Gaia Brunelli non si definisce né maschilista né femminista e ha un'idea sua su come possa esser reso più affascinante questo sport: «Non dobbiamo negare alle atlete la loro femminilità. Sarebbe bello che indossassero divise che la esaltino, invece, non dei magliettoni che le infagottano, magari le vecchie divise dei maschi, come spesso capitava in passato». Di certo nessuna di loro sembra particolarmente attratta dall'idea di cambiare dimensioni di campo e porte, già bocciata dalla ct Milena Bertolini. «Sarebbe giusto se le partite finissero sempre 20-18, ma abbiamo commentato uno 0-0 due settimane fa», ragiona Angelini, «non c'è un'inferiorità sulla resistenza e in generale il confronto col maschile è fastidioso, non si fa in nessun altro sport». Che poi, a portare avanti questa proposta, «sono sempre gli uomini». Per Alessia Tarquinio il problema è che si continua a guardare al calcio femminile «come si guarda al calcio maschile. E invece non deve essere così, deve essere pallone, e basta. Nel campionato italiano, poi, si allenano in strutture decenti da due anni. Se partissero alla pari probabilmente sarebbero più o meno allo stesso livello».

NO AI NOMI NOTI SENZA MERITI

Per Angelini il nodo è «sapere quello che ti puoi aspettare. Non si può pensare sempre di vedere il massimo, ma succede anche nel calcio maschile a seconda della squadra che si guarda». E magari accorgersi che è uno spettacolo decisamente gradevole, come quello offerto dalle Azzurre in Francia, dopo anni di sostanziale vuoto sotto la gestione Cabrini, un allenatore maschio senza nessuna esperienza nel settore femminile, scelto soltanto per il suo curriculum da calciatore. «Ora hanno una allenatrice che le conosce», spiega Martina Angelini, «il rischio è che con l'arrivo delle società professionistiche si salga tutti sul carro e che alcuni club finiscano per scegliere un allenatore di nome, un ex calciatore». Per lei non è un problema il sesso, quanto la voglia di darsi alla causa: «Quando da dirigente del Livorno scelgo un allenatore, se posso, scarto tutti quelli che mi dicono da subito che per loro è solo un inizio ma puntano al maschile. Poi per necessità mi è capitato di trovarmi a prenderne uno con queste idee che dopo qualche anno mi ha chiesto per piacere di trovargli un'altra squadra femminile». Perché il pallone è pallone, non importa chi lo calcia.

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