18 Marzo Mar 2019 1847 18 marzo 2019

Cosa c'è dietro la crescita del rugby femminile

Il secondo posto dell'Italia nel Sei nazioni corona un periodo di espansione coi tesseramenti saliti del 1000% in 13 anni. Ma le resistenze culturali rimangono.

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Rugby Femminile 6 Nazioni (3)

Seconde nel Sei Nazioni, alle spalle dell'Inghilterra, con una sola partita persa. La Nazionale italiana di rugby femminile ha fatto la storia, segnando il suo risultato migliore di sempre proprio in concomitanza del periodo più nero dei colleghi maschi, che nel torneo più antico e prestigioso d'Europa non hanno vinto nemmeno un match, infilando la 22esima sconfitta consecutiva e il quarto Cucchiaio di legno nelle ultime quattro edizioni. Fortuna che c'è l'altra metà del cielo, verrebbe da dire, a tener su il pallone ovale azzurro. La Nazionale femminile è sesta nel ranking mondiale e prepara la Coppa del Mondo del 2021 con l'intenzione di stupire ancora. Giocatrici come Giordana Duca, Michela Sillari, Manuela Furlan sono tra le protagoniste di un'epoca d'oro semplicemente imprevedibile 34 anni fa, quando il rugby era ritenuto uno sport esclusivamente maschile (uno stereotipo ancora oggi duro a morire) e la Responsabile Nazionale delle attività femminili, Maria Cristina Tonna scendeva in campo per la prima partita internazionale dell'Italia un insolito 0-0 contro la Francia datato 22 giugno 1985.

UN RISULTATO FRUTTO DELLA PROGRAMMAZIONE

Guai, però, a pensare che le tre vittorie (contro Scozia, Irlanda e Francia), un pareggio (col Galles) e una sconfitta (contro l'Inghilterra) siano il frutto di un exploit estemporaneo. Alla base del successo delle ragazze del rugby c'è un movimento in crescita esponenziale. Da quando la Federazione italiana rugby (Fir) ha istituito il settore femminile, le tesserate sono aumentate del 1000%, passando da 600 a oltre 8mila. Numeri comunque ancora lontanissimi da quelli di Francia e Inghilterra, due delle squadre che l'Italia affronta nel Sei Nazioni, il che rende ancora più straordinari i risultati delle Azzurre. I risultati arrivano dalla base. In Italia c'è un campionato di Serie A a 19 squadre divise territorialmente in due gironi Nord-Sud, affiancato da un altro torneo, la Coppa Italia, creato nel 2006 per favorire la pratica del rugby femminile anche da parte di società che fanno fatica a raggiungere un numero di tesserate tale da poter schierare una squadra a 15. La Coppa Italia si gioca infatti 7 contro 7, a metà campo, ma ha una funzione propedeutica in ottica di un travaso delle giocatrici al rugby a 15: una sorta di vivaio in cui crescere potenziali talenti che altrimenti verrebbero dispersi, rivelatosi fondamentale per la crescita del movimento e i risultati ottenuti dalla Nazionale.

SPONSOR CONDIVISI CON LA NAZIONALE MASCHILE

Le risorse economiche sono certamente inferiori rispetto a quelle dei colleghi maschi. Nessuna delle giocatrici è professionista, tutte fanno un altro lavoro. Cattolica e Macron, con contratti da 2,4 milioni il primo e tra 1,5 e 2 il secondo, sono gli sponsor condivisi da tutte le Nazionali, una novità dal momento che il precedente sponsor Cariparma aveva accettato di apporre il proprio nome sulle maglie delle ragazze soltanto nella sua ultima stagione di sponsorizzazione. È evidente, però, che le risorse non vengano distribuite in maniera equa tra i vari settori (maschile, femminile, giovanili), così come accade per i 19 milioni annui che la Fir incassa per la partecipazione al Torneo del Sei Nazioni e la distribuzione dei proventi da diritto tv. Che alle donne spetti una fetta di torta inferiore lo si può facilmente intuire anche dal fatto che Guinness, sponsor del Sei Nazioni, appaia ufficialmente solo in occasione dei match maschili. Il risultato è che le giocatrici della Nazionale italiana di rugby si vedono corrispondere un esiguo rimborso spese, una condizione di svantaggio rispetto alle colleghe di altre Paesi (l'Inghilterra è recentemente passata al professionismo anche per le donne, la Francia si trova in un regime di semi-professionismo). Trovare uno sponsor dedicato esclusivamente al rugby femminile, da non condividere con i maschi, potrebbe essere una soluzione al problema, ma sono ancora forti le resistenze culturali che impediscono di accostare il marketing femminile a uno sport come il rugby.

UNA CULTURA CHE FATICA A CAMBIARE

«Purtroppo i pregiudizi e gli stereotipi esistono ancora», spiega a LetteraDonna Lorenzo Cirri, allenatore delle Puma di Campi Bisenzio e responsabile del portale di informazione tematico Ladies Rugby Club, «le cose stanno cambiando ma si fa fatica a pensare che il rugby sia un gioco da donne». Lui, che ha iniziato a lavorare in campo femminile nel 1999, ha ovviamente un'idea diversa: «Dico sempre che per me i rugbisti sono come gli angeli, non hanno sesso, però soprattutto tra i vecchi rugbisti c'è ancora un po' il pregiudizio. Lavoro nella scuola mi rendo conto che c'è un grossissimo blocco culturale con tutti gli sport di contatto al femminile, per il sistema scolastico italiano lo sport al femminile è ancora la pallavolo». Secondo Cirri, ciò che ha fatto la differenza a livello progettuale nella crescita del movimento è stata l'istituzione della Coppa Italia, poi i risultati della Nazionale hanno fatto da volano. L'Italia è entrata nel Sei Nazioni femminile nel 2007, ha vinto la sua prima partita nel 2008 contro la Scozia, ha chiuso al terzo posto nel 2015, prima di migliorarsi ancora in quest'ultima edizione. Le Azzurre sono testimonial itineranti del loro sport, perché mentre la Nazionale maschile gioca tutte le partite interne a Roma, quella femminile viaggia per le città e gli stadi d'Italia. «Mi ricordo il primo Sei Nazioni, nel 2006, eravamo in 12 e ne prendevamo 70 dall'Inghilterra», racconta Cirri. Ora tutto è diverso.

ORA BISOGNA INTERCETTARE I CAMBIAMENTI

L'obiettivo è proseguire la crescita, non fermarsi come capitato ai maschi, che dopo il boom di fine Anni 90, con l'ingresso nel Sei Nazioni e un enorme incremento di risorse economiche, hanno fatto più passi indietro che avanti. La Federazione continua a programmare per tenersi al passo. Bisogna capire dove andrà il rugby femminile ed essere in grado di seguire le grandi, di non restare indietro mentre movimenti più numerosi e ricchi passano al professionismo. Dall'anno prossimo il campionato di Serie A subirà una riforma, coi due gironi che non saranno più strutturati su base territoriale ma con un criterio meritocratico, per evitare di accrescere ulteriormente il gap tra Settentrione e Meridione, con due raggruppamenti profondamente sbilanciati e delle partite di playoff troppo squilibrate. «Quando ho cominciato ad allenare le squadre erano sei», spiega Cirri, «il Nord ha realtà più strutturate e con maggiore disponibilità economica, ma negli anni abbiamo visto crescere realtà a Napoli, L'Aquila, si continua a lavorare in Puglia e qualcosa si muove anche in Sicilia». Buttare via tutto questo sarebbe davvero un peccato.

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