25 Settembre Set 2019 1346 25 settembre 2019

Vent'anni di Tutto su mia madre, l’omaggio di Almodóvar alle donne

Per il regista spagnolo (che compie 70 anni) sono capaci di una profonda gamma di sfumature emotive e, soprattutto, di una grande solidarietà femminile. Perché il film uscito nel settembre 1999 resta un capolavoro.

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Pedro Almodovar Tutto Su Mia Madre 20 Anni

Spagna, Anni 90. Un intreccio ricco di malinconia e scoppi di risa, una Barcellona bellissima e dolorosa. E poi una donna che scappa da un lutto atroce per tornare a un passato popolato di ombre, una transessuale dalla vitalità contagiosa, una grande attrice teatrale paranoica, la sua amante tossicodipendente e una giovane suora incinta. È indimenticabile la carrellata di personaggi femminili le cui vite si intrecciano dando vita a un film corale di grande intensità. Tutto su mia madre, di Pedro Almodóvar, denso di dramma e alleggerito dall’ironia, ha compiuto a settembre 20 anni, ma continua a essere un’ora e mezza emozionante per chi ha il piacere di (ri)vederlo.

SI AGGIUDICÒ UN OSCAR E UN GOLDEN GLOBE

Manuela, Agrado, Huma, Nina e Rosa restano impresse nella memoria di chi le ha guardate muoversi assieme alle altre figure secondarie nella splendida Barcellona, almeno quanto le protagoniste di quell’altro caposaldo della filmografia almodovariana - il regista compie 70 anni il 25 settembre - che è Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988). Undici anni dopo il capolavoro che aveva riconosciuto l’allora giovane regista manchego Almodóvar come massimo esponente della movida culturale spagnola degli Anni 80, Tutto su mia madre esprime una maturità più consapevole e malinconica, tra lutti, tossicodipendenza e lo spettro dell’AIDS. Questi ingredienti di disagio ed emarginazione si mescolano con la grande naturalezza disegnando una variopinto panorama di personaggi che interagiscono tra loro, nello stile tipico del regista. Uscita in Italia nel settembre 1999 e vincitrice del Golden Globe e dell’Oscar (nella foto) per il miglior film straniero l’anno successivo, la pellicola rifiuta il melodramma, che si libera così della pesantezza, posando uno sguardo ironico sugli eventi della vita.

UN INNO ALLE DONNE IN CARNE E OSSA

È soprattutto un inno alle donne, donne in carne e ossa, della vita di tutti i giorni, ma anche alle attrici e ai loro personaggi. Almodóvar dedica, infatti, il film «A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre». Le attrici danno corpo al film di Almodóvar, che consacra qui una giovanissima Penelope Cruz nel ruolo complesso e sofferente di Rosa, suora che sta per partire missionaria quando si scopre incinta e malata; tornano anche Marisa Paredes, dopo Tacchi a spillo (1991) e Il fiore del mio segreto (1995), e Cecilia Roth, dopo Labirinto di passioni (1982). A ricorrere nella filmografia del regista manchego non sono solo tematiche e interpreti: anche il meta-cinema è uno strumento sempre presente, che regala un sentore autobiografico ai film, in cui il regista gioca – e fa giocare i suoi personaggi – con gli strumenti espressivi che gli sono propri: la macchina da presa e lo schermo arricchiscono le sue opere di molteplici piani di lettura e di rimandi cinematografici. È anche un grande omaggio alla recitazione e allo spettacolo: c’è il cinema, fin dal titolo, un riferimento al classico del 1950 Eva contro Eva (All about Eve nell’originale inglese), richiamato anche da alcune scene. E c’è il teatro, ovviamente – con il sottotesto esplicito di Un tram che si chiama desiderio – ma c’è anche un gioco di sovrapposizioni tra realtà e finzione, che non è da intendere come una menzogna che nasconde la realtà, ma una sua modifica per meglio aderire alla vita stessa. Perché, come dice Agrado in una scena: «Una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa».

LA SOLIDARIETÀ FEMMINILE PROTAGONISTA

Già con Donne sull’orlo di una crisi di nervi, perfetta espressione cinematografica del decennio precedente, il regista aveva messo in scena una storia corale che prendeva vita attraverso un gruppetto di donne, molto diverse tra loro, che – tra le incursioni di qualche personaggio maschile minore, come quello interpretato da Antonio Banderas (già presente in Labirinto di passioni, qualche anno prima, ma consacrato definitivamente da questo film) – sviluppano tra loro una solidarietà che si esprime nelle situazioni più assurde. Ma tutto ciò che nell’88 è commedia, espressione della spumeggiante movida post-franchista, negli Anni 90 con Tutto su mia madre matura in un’ironia più pacata, che argina il dramma evitando di farlo scivolare nel grottesco e nel mélo. Narrandolo tanto tramite l’espressività degli attori quanto tramite le musiche, i colori e l’illuminazione, Almodóvar mostra una sensibilità profonda nella rappresentazione del panorama umano femminile in tutte le sue sfumature, senza caricatura. Ritiene, infatti – e tutto il suo cinema ce lo mostra – che le donne siano capaci di una più ampia e più profonda gamma di sfumature emotive e, soprattutto, di una grande solidarietà femminile che permette loro di affrontare qualsiasi situazione e, magari, di trovarne il lato divertente.

Pedro Almodovar al Festival del Cinema di Venezia, settembre 2019.

TUTTE LE MADRI DI ALMODÓVAR

Gran parte della filmografia del regista spagnolo risente di quest’influenza dell’universo femminile in cui è cresciuto, della figura materna e del rapporto madre-figlio. Il tema della maternità, mai del tutto assente, raggiunge la massima intensità in Volver (2006), nel rapporto di amore e odio tra Raimunda e sua madre Irene e in quello stretto legame di complicità tra la stessa Raimunda e sua figlia Paula. Anche qui, i richiami cinematografici abbondano, come gli omaggi alle madri del cinema – in questo caso italiano – come la Anna Magnani di Bellissima, Sophia Loren e Claudia Cardinale; i motivi non sono solo cinematografici, ma anche iconografici: come il regista stesso afferma, si è rifatto alle madri del nostro cinema, che sono e restano donne prima ancora che madri, mentre nell’iconografia tradizionale e nell’immaginario collettivo della cultura spagnola sono figure di donne mortificate da abbigliamento castigato, atteggiamento sottomesso e pettinature che invecchiano, non appaiono mai desiderabili. Già nel 1999 le madri di Almodóvar sono decisamente non convenzionali: la madre del titolo è Manuela, di cui ricostruiamo i ricordi ancora dolorosi del passato, attraverso gli incontri che fa al suo ritorno a Barcellona, abbandonata 17 anni prima per iniziare una nuova vita nella capitale. Alla sua maternità strappata si affianca quella impossibile di Rosa, che è insieme figlia e (futura) madre. Ma, come evidente dalla dedica, la madre è anche quella del regista, fonte di ispirazione dei suoi personaggi femminili e dei suoi intrecci. Almodóvar ritiene le madri «una fonte inesauribile di storie» a cui attingere per ispirarsi e raccomanda agli aspiranti registi di osservare bene la propria e le sue conversazioni con le amiche, risorse di tutto il materiale umano e artistico di cui si ha bisogno. Quella di Tutto su mia madre è, infatti, anche la madre che tutti abbiamo e che in qualche modo ci plasma e che influenza, nel bene e nel male, le nostre vite: è anche lei una donna, con il suo carico di ricordi, gioie, dolori.

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