9 Agosto Ago 2019 1602 09 agosto 2019

‘Magari’, il primo lungometraggio diretto da Ginevra Elkann

Tra i protagonisti del film, con tanti riferimenti autobiografici, ci sono Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio. La pellicola è stata presentata a Locarno. 

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Ginevra Elkann Magari 2

Nipote di Gianni Agnelli, figlia di Margherita Agnelli e di Alain Elkann, sorella di John e Lapo. Sì, Ginevra Elkann è tutto questo. Ma la famiglia in cui è nata (la più famosa/importante d’Italia) non sembra averne indirizzato il destino. Ha quasi 40 anni e da una ventina gravita nel mondo del cinema: è stata assistente di Bernardo Bertolucci per il film L'assedio e di Anthony Minghella per Il talento di Mr. Ripley, ha conseguito un Master in Regia Cinematografica alla London Film School e ha girato un cortometraggio proiettato poi a Venezia. Da imprenditrice, sempre nel settore della settima arte ha prima fondato la casa di produzione Caspian Films e poi quella di distribuzione Good Films. Mancava il debutto alla regia di un lungometraggio: è arrivato nel 2019 con Magari, film dove non mancano riferimenti autobiografici, presentato al Festival di Locarno. Fabiana Giacomotti lo ha visto. E ce lo ‘racconta’.

«Ci dica come è nato questo film». Sono le 21.45 di martedì 7 agosto in Piazza Grande, serata di apertura del 72esimo Festival di Locarno. Ha piovuto tutto il giorno, fa freddo, e 6 mila fra ospiti e spettatori paganti seduti aspettano di vedere Magari, la prima prova di regia di Ginevra Elkann, 40 anni, fino ad oggi di professione produttrice o quel che vorrà, perché il cognome che porta, e quel nonno di cui le si scorgono i tratti sul viso bellissimo sono la sua garanzia e, in un certo qual modo, la sua condanna. Lo sa, sorride, le parole che vorrebbe dire, i ringraziamenti che vorrebbe fare per questo film che racconta un’eccentrica vacanza di Natale di tre piccoli misfit, tre bambini di buona famiglia divisi fra padre e madre sul finire degli Anni ‘80, le si strozzano in gola e le inumidiscono gli occhi. Troppo grande è il portato autobiografico della vicenda. Parlano per lei tutti i suoi interpreti; le fa i complimenti per la «solidità del testo» e la mano sicura nella guida degli attori il suo produttore, che si chiama Lorenzo Mieli e non viene più definito ‘il figlio di Paolo’ perché sulla scena della cinematografia internazionale è di certo più famoso del padre (la madre, Francesca Socrate, ha lasciato da professore associato il Dipartimento di Storia, Culture, Religioni della Sapienza qualche tempo fa e ora fa parte del direttivo dell’Aiso). Sorride dolce Alba Rohrwacher, che nella storia interpreta la fidanzata di un padre ambiziosamente immaturo, e si dice conquistata dalla cristallina precisione della sceneggiatura e dalla ‘grazia’ del tutto. Dice più o meno la stessa cosa Riccardo Scamarcio che, le fan ci perdoneranno, sembra catapultato da un altro mondo e da altri quartieri per interpretare il padre di quei bambini alti, dagli arti sottili, la fronte spaziosa e il tratto elegante, così disperatamente somiglianti agli Elkann che uno di loro, il piccolo Ettore Giustiniani (e in caso foste addentro alle vecchie direzioni del Corriere della Sera il cognome vi dirà qualcosa), non solo ricorda in modo impressionante Lapo da piccolo, ma ne ha anche i movimenti e quel tratto tenero e spavaldo insieme che conserva tuttora.

Nella prima scena del film che, lo diciamo, è ben girato e parecchio ben scritto (la sceneggiatura porta la firma della stessa Ginevra Elkann e di Chiara Barzini, a sua volta usa a storie autobiografiche, benché le malelingue dicano che i dialoghi si avvantaggino molto dell’intervento del marito di Chiara, Luca Infascelli), appare Alain Elkann. Florinda Bolkan interpreta la nonna paterna: due minuti, classe inarrivabile, un’altra presenza di un fitto sistema di relazioni e conoscenze che puntella l’impianto. «E’ da quando avevo 14 anni che sognavo di fare questo lavoro e adesso ci sono riuscita», dice la regista in rosso, capelli raccolti alti sul capo e su quegli zigomi perfetti. La sua ispirazione: Francesca Archibugi e tre registi che ben conoscono la psiche infantile, i suoi sogni e i suoi turbamenti: Eric Rohmer, Wes Anderson (Moonrise Kingdom, che affiora qua e là nei sogni a occhi aperti della piccola Alma, tenacemente a caccia di affetto e di ricongiungere i genitori che non ha mai visto insieme) e il Luigi Comencini di Incompreso. Ecco, più incompresi di Alma, Seb e Jean, con i loro Moon Boot e il loro piumino Moncler a Sabaudia (la madre, incinta di un nuovo uomo, «sempre innamorata di qualcosa o di qualcuno», li ha spediti da Parigi a Roma convinta che sarebbero partiti con il padre per Courmayeur) non si ricordano altri bambini apparsi sullo schermo di recente, né altri così accattivanti e simpatici, di quella simpatia scontrosa e carica di speranze che nei figli di divorziati è un tratto molto comune e stringe sempre il cuore.

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