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Diritti

14 Marzo Mar 2019 1613 14 marzo 2019

Sofia, un film sui diritti negati alle donne del Marocco

La regista Meryem Benm’Barerek porta al cinema la storia di una ragazza nubile che diventa mamma. Una scelta che potrebbe costarle il carcere secondo il codice penale locale. 

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Sofia Film Marocco Meryem Benmbarerek 1

Sofia (Maha Alemi) è una giovane e introversa marocchina di 20 anni che vive a Casablanca con i suoi genitori. Durante un pranzo di famiglia lamenta forti dolori alla pancia. La cugina Lena, specializzanda in oncologia, si accorge immediatamente che la coetanea è incinta e che deve partorire al più presto. Così, trovando una scusa con il resto dei parenti, la porta in ospedale riuscendo, grazie ad alcune conoscenze, ad aggirare i controlli richiesti per l’accettazione che impongono l’esibizione dei documenti per verificare lo stato civile delle donne in gravidanza. Ma, nonostante il primo ostacolo sia stato superato, si aprono, da quel momento, una serie di questioni sociali e legali per cui la ragazza ha meno di 24 ore per rintracciare il padre e sottrarsi alle conseguenze che la legge impone in questi casi. Una storia attuale che la regista Meryem Benm’Barerek ha voluto raccontare nel film Sofia, in uscita nelle sale italiane il 14 marzo e già premiato per la migliore sceneggiatura nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2018.

LE RIGIDE LEGGI DEL MAROCCO RACCONTATE IN SOFIA

In Marocco, l’articolo 490 del codice penale, prevede da un mese a un anno di reclusione per chi intrattiene rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Una legge antica ma ancora applicata, indice di una società conservatrice legata alle rigide consuetudini della tradizione. La regista, in occasione della presentazione romana di Sofia, ha parlato della sceneggiatura e della trama del film, muovendo alcune riflessioni soprattutto in merito al divario tra classi sociali che domina il Paese e che influenza anche i rapporti con la giustizia. «Tutto questo sistema, non tocca chi è ricco e fa parte dell’alta borghesia, perché loro troveranno sempre il modo per stare tranquilli, avendo le possibilità economiche di allungare mance in cambio del silenzio». E, rispondendo a chi le ha domandato se davvero poi le persone finiscono in carcere, ha risposto: «Dipende da chi sei, da che famiglia provieni e da che contatti hai. Conosco sia donne che sono finite in prigione sia altre che lo hanno evitato. Ma non si hanno notizie certe di quante siano state penalizzate».

Uno scatto tratto dal film.

IL FILM RIFLETTE UNA SOCIETÀ ANCORA ARRETRATA

Quello che è certo, è che il film fa emergere le dinamiche sociali che caratterizzano il Paese. La storia di Sofia è anche quella di molte altre marocchine. Sono 150 le donne che, ogni giorno, partoriscono senza essere sposate. E, come spiega Meryem Benm’Barerek, il severo codice del Marocco, che i governatori vedono come una soluzione alle nascite extraconiugali e ai bambini abbandonati da madri single, in realtà non fa che mascherare una realtà perpetuata. La pellicola, oltre alle questioni femminili, indaga anche sulle differenze economiche che dividono la società. Il padre del bambino, Omar (Hamza Khafif), appartiene a una classe meno agiata di quella della protagonista. Uno scandalo che i genitori di lei non possono permettersi, soprattutto in vista di importanti trattative professionali e che sfocia, nel corso di tutta trama, in un dibattito concentrato più sulle apparenze che sui sentimenti dei singoli. Esattamente come succede nella vita vera.

LA REGISTA MERYEM BENM’BAREREK

Classe 1984 e nata a Rabat, Meryem Benm’Barerek è regista e sceneggiatrice. Ha studiato a Parigi prima di trasferirsi a Bruxelles per proseguire con la scuola cinematografica INSAS. Dopo aver diretto cinque cortometraggi, di cui uno, Jennah, ha ottenuto critiche positive anche negli Stati Uniti, ha girato il suo primo film, Sofia. La struttura, quasi a thriller, ricorda il cinema di Asghar Farhadi, di cui lei stessa si è dichiarata molto appassionata. Quando è tornata a vivere nel suo Paese d’origine, l’urgenza era quella di produrre qualcosa per il grande schermo. «A vent’anni si tende a vedere solo le cose positive, ma con l’esperienza mi sono resa conto di questa violenza sociale che generava rabbia contro le iniquità. Il cuore di tuti i guai che abbiamo in Marocco è questa battaglia di classe, che io ho voluto raccontare attraverso una storia quotidiana».

La regista Meryem Benm’Barerek

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