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Diritti

2 Marzo Mar 2019 0802 02 marzo 2019

Un documentario racconta le attiviste del Medio Oriente

Selay, Rodja e Yanar sono le protagoniste di I am the revolution della regista Benedetta Argentieri. Tre storie di donne che combattono per i diritti delle loro concittadine nel mondo islamico. 

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Diritti Donne Nel Mondo Documentario Benedetta Argentieri

«Molti amici sostengono sia 'solo una femminista'. Io rispondo chiedendo loro come si possa utilizzare la parola solo in una parte di mondo nella quale le donne siano schiave». Yanar Mohammed, co-fondatrice e presidente dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (OWFI) con le sue battaglie grida a gran voce come il girl power non sia una moda, ne uno status symbol o un’etichetta da appiccicare con noncuranza a chi si agita animatamente in manifestazioni troppo spesso ignorate o liquidate in pochi attimi. L’emancipazione femminile è una necessità e non c’è angolo del pianeta in cui possa dirsi meno forte. Quella di Yanar è solo una delle storie presenti nel documentario I am the revolution della giornalista e regista italiana resistente negli Stati Uniti Benedetta Argentieri che attraverso le esperienze di tre attiviste impegnate in progetti di improvement racconta la vita oltre il limite di chi nasce femmina in Afghanistan, Siria e Iraq, terre in cui esserlo significa avere un solo scopo: soddisfare i bisogni dei maschi.

«L’idea ha preso corpo dai viaggi compiuti negli anni in Medio Oriente durante i quali mi sono resa conto che le donne oltre a essere soggette a soprusi di ogni tipo si trovano a fare i conti con una narrazione stereotipata della loro identità. Due le caselle nelle quale racchiuderle: vittime o guerriere sexy», spiega Benedetta. Un’analisi ancora una volta sminuente e avvilente, che non restituisce nemmeno in minima parte il senso delle loro lotte e di un impegno politico che sta cambiando, seppur con passi talvolta impercettibili, la storia. Per raccontarlo è servito tempo, tanto coraggio, «perché camminare in certe zone significa respirare violenza a ogni passo», e una squadra di lavoro priva di uomini. Una scelta ben precisa dettata dalla consapevolezza che «anche loro siano fondamentali per il processo di emancipazione ma che alcune cose possano essere narrate solo da noi», come sottolinea la regista della pellicola in programmazione a partire da fine febbraio in alcune sale cinematografiche selezionate.

SELAY CHE SI BATTE PER L'ISTRUZIONE DELLE RAGAZZE IN AFGHANISTAN

Selay Ghaffar è la prima a raccontarsi. Portavoce di Hambastagi, il Partito della Solidarietà dell’Afghanistan fondato nel 2004, gira il Paese in lungo e in largo promuovendo l’importanza dell’istruzione per le ragazze, che nella maggior l’arte dei casi sono ancora analfabete. «La società qui è totalmente patriarcale e nessuno vuole che vadano a scuola perché scoprirebbero il proprio valore e verrebbero a conoscenza di diritti che invece ignorano di avere», spiega. Figlia di un combattente per la libertà costretto a lasciare l’Afghanistan perché perseguitato, Selay è tornata nel suo luogo d’origine a lottare anche in memoria del padre, e non importa quanto le costi. «Ricevo minacce giornaliere di ogni genere via telefono, mail e di persona. Hanno cercato di rapirmi e uccidermi. Cambio spesso auto, pettinatura e vestiti e tengo la mia famiglia segreta ma a chi mi chiede perché non conduca le stesse battaglie da un posto più sicuro rispondo che se voglio impegnarmi per la libertà delle afgane devo farlo al loro fianco, sopportando anche soprusi e violenze se necessario». Accovacciata a terra davanti ad abitazioni fatiscenti di piccoli villaggi o seduta su divani solo apparentemente più moderni, parla a persone che dopo aver vissuto sulla propria pelle abusi sessuali e di potere da parte delle famiglie e mille altre prevaricazioni sono decise a ribellarsi dando vita a una rivoluzione che si sta espandendo a macchia d’olio, anche grazie all’aiuto degli uomini, che se pur con reticenza, iniziano gradualmente ad accettare.

Selay Ghaffar.

ROJDA CHE COMBATTE L’ISIS IN SIRIA

«Serviva un’ondata di estremismo per aprirci gli occhi». A parlare così è Rojda Felat, comandante in capo delle Forze Democratiche Siriane, un’organizzazione militate composta da unità curde e milizie arabe alleate con gli Stati Uniti per combattere l’Isis. Arruolatasi nell’Unità di Protezione delle Donne del Rojava (una regione autonoma de facto nel Nord e Nord-est della Siria, non ufficialmente riconosciuta da parte del governo del Paese, ndr) nel 2012, attualmente guida un esercito di 60 mila persone di entrambi i sessi. Nonostante la bellezza non è mai stata identificata come combattente sexy. «Qui siamo tutti uguali e nessuno si chiede perché sia io a guidarli». Il nemico, infatti, è comune, travalica i generi e si chiama Stato islamico. In quanto ragazza e appartenente a una minoranza etnica, quella curda, Rojda ha sempre dovuto lottare per affermare se stessa ma quando i militari dell'Isis sono entrati nel Paese le cose sono peggiorate ulteriormente. «Hanno imposto a tutte le leggi della Sharia e se una di noi rifiutava di coprirsi completamente veniva picchiata e torturata. Alle più sfortunate è stato riservato il destino di diventare uno scudo umano durante i combattimenti». Già prima della nascita dello Stato islamico la condizione delle siriane si presentava drammatica ma era quasi come se le stesse non se ne rendessero conto. Questa ondata di violenza però ha portato molte a fare i conti con la realtà e ad armarsi, non senza rinunce perché come conferma Rojda, «chi si allea alle combattenti sacrifica qualcosa di se stessa, compresa la voglia legittima di amare qualcuno».

Rojda Felat.

YANAR CHE AIUTA LE VITTIME DI VIOLENZA IN IRAQ

In Iraq se una donna è sospettata di adulterio o anche solo di tenere comportamenti poco consoni alla morale comune viene gettata da una rupe e la sua mano mozzata appesa alla porta dell’abitazione della famiglia. Viveva in Canada Yanar Mohammed quando un amico le telefonò per aggiornarla sui dettagli raccapriccianti del delitto d’onore largamente praticato nel Paese e di altre violenze più o meno diffuse, pregandola di tornare per fondare un’associazione di aiuto. Un invito raccolto immediatamente e concretizzatosi in quell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq che attualmente gestisce circa una decina di rifugi segreti, nei quali le vittime di violenza possano riprendere contatto con se stesse e con la vita. «Non siamo semplici realtà assistenziali, ma centri capaci di rendere le ospiti consapevoli delle loro potenzialità». L’attività di Yanar però non si ferma qui ma comprende anche comizi nelle piazze e dibattiti nelle strade che il più delle volte finiscono con il suo allontanamento da parte delle forze dell’ordine. Fermarla però è impossibile perché a spingerla è l’ambizione di formare persone libere, come libero deve essere ogni individuo, noncurante del genere di appartenenza, ne dell’area geografica nella quale vive.

Yanar Mohammed.

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