6 Febbraio Feb 2019 1218 06 febbraio 2019

L'evoluzione positiva della figura femminile nella fiction italiana

Lo storytelling è cambiato. Ma non c'è solo la fine del maschiocentrismo: le novità sono la diversificazione e i ruoli di potere, al passo con i tempi. Abbiamo fatto il punto con la sociologa Milly Buonanno.

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Negli ultimi tempi si è parlato molto di come anche in Italia si sia iniziato a investire maggiormente nella serialità italiana, portando la fiction – termine spesso usato impropriamente in maniera dispregiativa – a un livello di qualità mai visto prima. Da Gomorra ai più recenti Il Miracolo e L'amica geniale, la nostra tv è riuscita a rinnovarsi, dimostrando di poter competere anche in un panorama internazionale sempre più affollato. E di pari passo all'aumento di titoli di qualità, a partire dagli Anni Duemila è cresciuto anche il protagonismo della figura femminile, sempre meno subordinata all'uomo ma dotata di una autonomia, personalità e identità ben precise. Perché se la rappresentazione femminile ha iniziato a dominare le serie tv americane (e non solo), anche la serialità italiana ha iniziato a mettere al centro le donne, talvolta anche in ruoli tutt'altro che tradizionali. Per fare il punto della situazione italiana e analizzare l'evoluzione della figura femminile nella fiction, abbiamo intervistato Milly Buonanno, sociologa e curatrice del saggio Television Antiheroines: Women Behaving Badly in Crime and Prison Drama, nonché responsabile dell'Osservatorio GEMMA (GEnder and Media MAtters).

LA ROTTURA DEL MASCHIOCENTRISMO

«Non c'è dubbio che la presenza femminile nello storytelling italiano sia aumentata», racconta Buonanno a LetteraDonna, spiegando che «le cose stanno cambiando. Lo vedo soprattutto nella moltiplicazione delle figure femminili e anche in una certa diversificazione». Negli ultimi anni infatti la fiction italiana ha proposto svariati titoli con protagoniste donne: Provaci ancora prof! (Rai), Che Dio ci aiuti (Rai), Le tre rose di Eva (Mediaset), Non uccidere (Rai), solo per citarne alcuni. Serie televisive che – al di là della qualità più o meno alta – hanno rotto il protagonismo maschile che per anni ha dominato la nostra fiction. Buonanno parla di «maschiocentrismo»: «Ho sempre definito la fiction italiana maschiocentrica, e non maschilista o sessista, perché anche se in passato non valorizzava la figura femminile in senso protagonistico, in effetti la fiction italiana ha sempre rappresentato le donne ma sotto una luce tutto sommato positiva». Ancora oggi, in particolar modo in Rai, si punta su personaggi femminili buoni e ammirevoli, donne anche emancipate ma sempre legate a ruoli tradizionali come mogli e madri.

Miriam Leone nel ruolo di ispettrice di Polizia in 'Non Uccidere'.

RUOLI MASCHILI E FEMMINILI

Non a caso, negli ultimi anni la fiction italiana ha iniziato a mettere in scena le “madri putative” (corrispettive dei padri putativi come Don Matteo): donne che si prendono cura degli altri, che possono essere comprensive, severe, amorevoli o ironiche. Pensiamo al già citato Che Dio ci aiuti, con Elena Sofia Ricci nel ruolo di Suor Angela; o Fuoriclasse (Rai), con Luciana Littizzetto nel ruolo di Isa Passamaglia, madre e docente di Lettere. Al loro fianco però si sono fatte spazio anche protagoniste con ruoli tradizionalmente maschili, come commissaria di polizia (Distretto di Polizia, Mediaset), vice questrice (Squadra antimafia, Mediaset), capitana di Carabinieri (Il Capitano Maria, Rai) e ispettrice (Non Uccidere, Rai). Non mancano anche madri single (Scomparsa, Rai) e studentesse (L'allieva, Rai). Tutti personaggi che rappresentano una volontà di stare al passo con i tempi, conseguente all'entrata delle donne nel mondo del lavoro e ai cambiamenti della società moderna. Buonanno parla di una «femminilizzazione» dei generi e in particolar modo del genere crime, che non sempre però si accompagna a una caratterizzazione e costruzione di protagoniste di spessore.

IMMA SAVASTANO E LE DONNE DI POTERE

«Noi abbiamo bisogno di figure femminili che siano più complesse», afferma la sociologa. «E la complessità coinvolge necessariamente gli aspetti più bui della personalità e del comportamento di un personaggio». Ne è un esempio Imma Savastano (Maria Pia Calzone) di Gomorra (Sky), che per un breve periodo diventa il boss del clan camorrista. «Quello che ho trovato affascinante in Imma Savastano è l'evidente piacere che lei prova nell'esercitare il potere. Questo è qualcosa che si vede di rado», spiega Buonanno. A lei si aggiunge Rosy Abate (Giulia Michelini), di Squadra Antimafia, «la prima antieroina italiana». Così come Imma, anche Rosy è tra le poche donne di potere dello storytelling televisivo italiano. Squadra Antimafia, tra l'altro, ne metteva in scena ben due: la vice questrice Claudia Mares (Simona Cavallari), a capo della squadra antimafia di Palermo; e Rosy Abate, boss del clan mafioso. Quest'ultima ricopre sia il ruolo di criminale, assettata di potere; e di madre amorevole, disposta a tutto per proteggere il figlio. Una figura complessa, spietata, sensuale, autentica 'dark lady', che ha riscosso un successo tale da ottenere anche uno spin-off omonimo.

PARLARE DI VIOLENZA SULLE DONNE NON BASTA

Tutte queste serie confermano i passi avanti fatti nella fiction italiana, ma anche quanto ci sia ancora da fare. Quello che manca, per Milly Buonanno, sono personaggi femminili capaci di rimanere nel nostro immaginario, alla pari di quelli maschili (dal Maresciallo Rocca al già citato Montalbano); e che facciano «sistema»: «Quello che ancora non vedo è quel tipo di protagonismo femminile che lascia un impatto duraturo» e che va oltre i casi singoli e isolati. Per quanto riguarda Sky, Gomorra rappresenta l'unica serie con una vera pluralità femminile di personaggi – oltre a Imma ci sono Scianel (Cristina Donadio) e Patrizia (Cristiana Dell'Anna), solo per citarne un paio. Senza dimenticare Sole Pietromarchi (Elena Lietti) de Il Miracolo, first lady, madre imperfetta e moglie inquieta. Mediaset, invece, al di là di Rosy Abate, negli ultimi anni ha mostrato un'evidente stagnazione, puntando su operazioni nostalgiche e ritorni infelici come Il bello delle donne e La Dottoressa Giò, di cui «non avevamo certo bisogno», dice Buonanno. Perché sposare lotte anche importanti come quella contro la violenza sulle donne, non basta a rendere una serie degna di nota.

Una scena de 'L'Amica Geniale'.

IL CASO DE L'AMICA GENIALE

Alla fine, la rete che più di tutte ha sorpreso positivamente negli ultimi tempi è la Rai. La tv di Stato ha investito molto nella serialità, con una maggiore attenzione alla rappresentazione femminile, anche grazie a Eleonora Andreatta, direttrice di Rai Fiction dal 2012. L'amica geniale è infatti il frutto di un nuovo corso, che tenta di andare oltre gli archetipi narrativi tradizionali di madri, moderne cenerentole e damigelle in pericolo. Milly Buonanno, però, al momento rimane cauta nella valutazione della serie: «Per quanto riguarda il femminile, adesso [Elena e Lila, ndr] le abbiamo viste da piccole, quindi aspettiamo... », dice la sociologa, che continua: «Trovo che la serie, invece, sia importante nella storia della fiction italiana perché segna una svolta dal punto di vista della qualità produttiva». Eppure, L'amica Geniale non solo ha rotto la triade Mafia-Stato-Chiesa, ma ha messo in scena l'amicizia femminile. Un tema raramente raccontato sul piccolo scherno e non, e che straordinariamente ritroviamo anche in Baby, la seconda produzione originale italiana di Netflix, liberamente ispirata allo scandalo delle baby squillo.

NETFLIX, TIM VISION E IL FUTURO DELLA TV

Non bisogna mai dimenticare l'influenza delle nuove piattaforme di streaming, capaci di mettere «a disposizione di pubblici internazionali una grande varietà di prodotti» – spiega Milly Buonanno – e che incentivano il pubblico ad essere più esigente. Pensiamo a The Handmaid's Tale o Killing Eve, serie arrivate in Italia con Tim Vision, che confermano il «trend fortissimo della femminilizzazione dello storytelling», impossibile da ignorare. Intanto, nel 2019, oltre ai ritorni di Gomorra e L'amica Geniale, ci saranno anche nuovi arrivi interessanti. Su tutti, Luna Nera di Netflix, serie ambientata nel 17° secolo, che racconta la storia di un gruppo di donne accusate di stregoneria. Nonché creata da tre donne: Francesca Manieri (Il Miracolo), Laura Paolucci (L’amica geniale) e Tiziana Triana (autrice del manoscritto su cui si basa la vicenda). Forse, come dice Buonanno, possiamo essere fiduciosi: oggi «la competizione è tremenda», e l'unico modo per essere presenti nel panorama internazionale è guardare ai trend principali con storie originali che guardino al presente e futuro.

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