5 Febbraio Feb 2019 1133 05 febbraio 2019

La questione del sessismo nel giornalismo sportivo

Un ambiente ancora «da maschi», in cui le donne fanno da «corredo decorativo». E se ne occupa soprattutto il gossip. Mentre il 95% delle firme delle testate appartiene a uomini.

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Diletta Leotta.

Dicembre 2018, Barcellona: Emanuela Audisio è stata la prima donna a ottenere il premio giornalistico Vázquez Montalban per la sezione sportiva, mentre l'attaccante dell'Olympique Lione Ada Hegerberg è stata la prima calciatrice a ricevere il Pallone d’oro. Se la prima notizia è passata sotto silenzio (fatta eccezione per un trafiletto su Repubblica.it), la seconda ha fatto scalpore solo per l’atteggiamento sessista del presentatore Martin Solveig, che ha proposto alla calciatrice di esibirsi in un balletto sexy. Così, più in generale ci siamo chieste: quando lo sport smetterà di pensare alle donne (atlete o giornaliste) come a semplici decorazioni a margine di un mondo maschile?

TRA FALLI, SENI E LATI B LO SPORT È DIVENTATO VOYEURISMO

Che la rappresentazione mediatica delle donne si nutra di stereotipi sessisti è un fatto noto e denunciato da tempo; forse continua a suscitare riprovazione ma non stupisce ormai più di tanto. Lo sport non fa eccezione: dalla pallacanestro, al calcio, all’automobilismo, la presenza di soubrette in minigonna a bordo campo (o a bordo pista) e l’interesse del gossip per le compagne sexy di giocatori e piloti, hanno contribuito per decenni a delineare un’immagine di questo ambiente come «cosa da maschi» in cui le donne fanno da «corredo decorativo». Se di tanto in tanto si levano mormorii di disapprovazione contro le mise provocanti di alcune tenniste o le divise troppo succinte di qualche squadra sportiva femminile, raramente ci si scandalizza per il modo in cui le atlete sono rappresentate dai media. Come ha evidenziato Mara Cinquepalmi (coordinatrice per l’Emilia Romagna della rete GIULIA, giornaliste unite libere autonome) nel suo blog Un altro genere di sport e nell’e-book Dispari. Storie di sport, media e discriminazioni di genere (2016), il web abbonda di fotogallery in cui ad essere enfatizzato è soprattutto l’aspetto sexy, hot, da urlo delle atlete e spesso gli articoli e le interviste che le riguardano hanno poco a che fare con i loro meriti sportivi o con i risultati di gara.

LE GIORNALISTE SPORTIVE 'INTRATTENGONO' IL PUBBLICO

Ancor meno attenzione suscita il modo in cui sono rappresentate le donne che lo sport non lo praticano ma lo raccontano: giornaliste appassionate e spesso di talento, trasformate in sex symbol per intrattenere il pubblico maschile e aumentare l’audience nel dopogara. Basta svolgere una rapida ricerca online (digitando giornaliste sportive Italia su qualunque browser) per rendersi conto del fenomeno. Titoli come Le sexy giornaliste della tv italiana, La top 11 delle giornaliste più belle, e simili, suggeriscono quanto il loro aspetto estetico susciti più attenzione rispetto alla loro professionalità. L’avvocato Filippo Biolè, responsabile degli affari legali di Assist (Associazione Nazionale Atlete) e specializzato in diritto del lavoro, ci ha spiegato che il giornalismo sportivo al femminile sembra risentire degli stessi preconcetti e discriminazioni che nel nostro Paese riguardano le donne in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. «Basti pensare al fatto che le atlete italiane sono state finora esclude dal professionismo e relegate al ruolo di «dilettanti», e che delle 45 federazioni sportive italiane, nessuna ha una presidente donna. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha promesso dei cambiamenti, ma per ora la gender equality in questo campo resta un miraggio».

UN MONDO DI MASCHI, CON QUALCHE 'EXTRA'

Nel giornalismo la situazione non è migliore: «Il 95% delle firme delle testate sportive appartiene a uomini», fa notare Biolè, «e questo non fa che perpetuare l’idea dello sport come spazio autoreferenziale per soli maschi, in cui loro sono autori, protagonisti e narratori, mentre alle donne, se proprio vogliono entrarci, spetta ruolo 'coreografico', che non minacci di snaturarlo con nuove idee». Professioniste come Emanuela Audisio, Simona Ercolani (ideatrice del format sportivo Sfide), Lia Capizzi, Ilaria D’Amico, Barbara Grassi, hanno dimostrato come l’apertura dello sport al punto di vista femminile possa produrre effetti positivi, innanzitutto cambiando il modo di raccontarlo, sottraendolo al tifo da stadio e alla goliardia da spogliatoio; e in secondo luogo trasformandolo in occasione di confronto e condivisione tra i generi. Eppure il pregiudizio secondo il quale «lo sport non è roba da donne» sopravvive. Secondo il legale «questo non solo si traduce in una subalternità professionale di un genere rispetto all’altro, ma legittima anche un’attribuzione di valore alla persona solo sulla base del suo aspetto. Cosa che non dovrebbe accadere in nessun ambito lavorativo».

UNA NARRAZIONE PIÙ RICCA

Se parte della stampa estera (del calibro di Guardian e New York Times) sembra aver colto in anticipo le possibilità di rinnovamento linguistico e stilistico aperte dall’aumento del fenomeno del tifo femminile, in Italia la rivoluzione sembra dover partire dall’alto. La recente decisione di dare delega al governo per l’adozione di misure di ordinamento sportivo, assieme alla promessa del Coni di introdurre almeno il 30% di donne in tutti i consigli federali a partire dal 2021, potrebbe avere qualche effetto positivo sulla partecipazione femminile nello sport, a tutti i livelli e sul modo di raccontarlo. Secondo l’avvocato «se le donne potranno finalmente partecipare ai processi decisionali in questo ambito, riusciranno anche a riscattare la loro immagine e a ridare piena dignità al loro ruolo. Allora sarà inevitabile anche l’apertura verso una nuova narrazione sportiva. Diversa certo da quella a cui le tifoserie sono abituate, ma sicuramente più ricca». E questo è un bene. Palla al centro.

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