23 Gennaio Gen 2019 1228 23 gennaio 2019

Gli Oscar 2019, femministi ma senza registe

Dalle donne "sole" di Roma a quella vincente di A Star is Born. L'Academy sceglie storie di emancipazione. Ma continua a farle raccontare sempre e solo da uomini.

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Il #MeToo aveva appena lambito la cerimonia degli Oscar 2018, con le fresche accuse ad Harvey Weinstein approdate sul palco solo in qualche sporadica e mai troppo esplicita battuta del presentatore Jimmy Kimmel, in un video che parlava di inclusione, nei discorsi di Mira Sorvino e Geena Davis. Una risacca più che lo tsunami che ci si aspettava, e le parole più importanti le pronunciò Frances McDormand, premiata come migliore attrice protagonista per Tre Manifesti a Ebbing, Missouri: «È una battaglia appena cominciata e che siamo intenzionate a portare fino alla fine». Ecco, a distanza di un anno e a giudicare dalle nomination di questa edizione degli Oscar, quella battaglia sembra iniziare a produrre i suoi frutti in una rappresentazione diversa della donna nell'industria cinematografica.

ROMA, PER UN FEMMINISMO INCLUSIVO

Prendete Roma di Alfonso Cuarón, per esempio. Una storia di uomini che abbandonano e scappano dalle loro responsabilità, di solitudini femminili che si incontrano per darsi forza e trovare un senso senza necessariamente dover avere un compagno o un marito al loro fianco. Una storia in cui emerge la figura di Cleo, ragazza alla pari di una famiglia benestante di Città del Messico alle prese con una gravidanza non cercata, interpretata da Yalitza Aparicio, alla sua prima volta su un set e già nominata agli Oscar come migliore attrice protagonista. Questo mese Yalitza, così lontana dai canoni estetici occidentali, è stata la prima donna di origini indigene a finire sulla copertina di Vogue Mexico, e non può che essere un forte segnale di inclusione. «Alcuni stereotipi sono in corso di distruzione: che solo le persone con un determinato profilo possono fare le attrici o stare sulle cover dei giornali», ha commentato lei che nel film recita a lungo in mixteco, la lingua della sua etnia, «possono essere mostrate anche altre facce, ed è qualcosa che mi rende felice e orgogliosa delle mie radici». Roma è un forte contributo che Cuarón dà alla causa femminista e in particolar modo a un femminismo che non sia necessariamente bianco, istanza più volte presentata dalle donne che rappresentano le minoranze di tutto il mondo.

I GIOCHI DI POTERE DE LA FAVORITA

Una donna diversa da quelle raccontate in La Favorita, film del regista greco Yorgos Lanthimos con un cast al 100% femminile. Olivia Colman interpreta Anna Stuart, ultima regina d'Inghilterra della sua famiglia. Complessa, fisicamente e mentalmente fragile, si trova a gestire una situazione più grande di lei e a subire i giochi di potere di due cortigiane, Sarah (Rachel Weisz) e Abigail (Emma Stone), che cercano di guadagnarsi i suoi favori. Un binomio tra donne e potere che se sembra complesso oggi lo doveva certamente essere ancora di più nel XVII e XVIII secolo.

A STAR IS BORN E THE WIFE, DONNE CHE ESCONO DALL'OMBRA

Donne che sgomitano per emergere come la Ally di A Star is Born, prima prova da regista di Bradley Cooper, è infatti un'altra potentissima storia in cui è impossibile non ritrovare le tematiche del #MeToo. Non quelle legate alle molestie sessuali, ma in generale alle pari opportunità. La parabola con cui Ally (interpretata da un'icona femminista come Lady Gaga, candidata anche al premio come migliore attrice protagonista e per la migliore canzone) passa da servire ai tavoli a diventare una popstar e la reazione di frustrazione e mancata accettazione del suo successo del compagno Jackson sono il ritratto di una società patriarcale in cui le donne sono costrette a vivere nell'ombra degli uomini e uscirne senza conseguenze appare impossibile. Esattamente ciò che succede in The Wife, storia di Joan Castleman, interpretata da Glenn Close (candidata all'Oscar come migliore attrice protagonista), scrittrice di talento e successo tanto da riuscire a vincere il Nobel (che nel romanzo di Meg Wolitzer, da cui è tratto il film, viene chiamato premio Helsinki), anche se nessuno lo sa. Perché i suoi romanzi sono firmati dal marito, Jonathan Pryce, e lei è costretta a vivere per anni in questa situazione, un po' come nella realtà avvenne alla pittrice Margaret Keane, quella dei Big Eyes raccontati anche in un recente film di Tim Burton con Amy Adams protagonista. Come la Keane, Joan trova la forza di ribellarsi, di riappropriarsi della sua opera, di lasciare il marito che la opprime, di opporsi a una società che non tollera il successo femminile.

RALPH, SPIDER-MAN E GLI INCREDIBILI: ANIMAZIONE FEMMINISTA

Ma il mezzo attraverso cui i temi femministi hanno viaggiato in maniera più potente e continua nell'ultimo anno di produzioni cinematografiche pare essere quello dei film d'animazione. Dei cinque candidati agli Oscar, almeno tre sembrano seguire l'onda del #MeToo. Se in Spider-Man: Into the Spider-Verse (basato sulla versione dell'Uomo Ragno-Miles Morales, disegnato per la prima volta dalla fumettista italiana Sara Pichelli) emerge il personaggio di Spider Gwen, Gli Incredibili 2 e Ralph Spacca Internet hanno portato una boccata d'aria nuova nel contesto Disney. Nel primo il ruolo di protagonista e l'incarico di salvare il mondo dai nemici è affidato Elasti-Girl, mentre Mr. Incredibile sta a casa a occuparsi di figli adolescenti e neonati indomabili, atto dipinto come altrettanto eroico in un profondo ribaltamento degli stereotipi di genere. Nel secondo il compito di stravolgere i canoni femminili disneiani è affidato a Vanellope, la bimba con le caramelle nei capelli, che fa scoprire alle principesse le meraviglie del pigiama.

NESSUNA REGISTA CANDIDATA

In tutto questo contesto emerge comunque un preoccupante paradosso: se Hollywood sembra aver voluto imprimere una svolta al suo modo di raccontare l'universo femminile, questa narrazione rimane comunque affidata esclusivamente agli uomini. Basta scorrere la lista dei registi candidati alla statuetta per scoprire che nessuno di loro è donna. La nomination di Greta Gerwig per Lady Bird, annunciata nel 2018 da Emma Stone con la frase «questi quattro uomini e Greta Gerwing hanno creato il loro capolavoro quest'anno», resta un'eccezione, l'unica negli ultimi nove anni. Una sola donna, nella storia degli Oscar, è riuscita a imporsi nella categoria più maschilista di tutte: Kathryn Bigelow nel 2010 con The Hurt Locker. La stessa Bigelow nel 2013 ricevette la nomination a miglior film per Zero Dark Thirty ma non venne considerata per la regia. Ai Golden Globe del 2018, fu Natalie Portman a introdurre il premio dicendo: «Ed ecco a voi i candidati tutti maschi». Solo per citarne alcune, nel 2019 l'Academy ha ignorato Marielle Heller (Copia originale - Can you ever forgive me?, una nomination per migliore attrice protagonista a Melissa McCarthy); Lynne Ramsay (You were never really here – A Beautiful day, migliore sceneggiatura a Cannes), la più premiata dell'anno dopo Cuarón e al pari di Spike Lee; Chloe Zhao (The Rider, miglior film dell’anno della National Society of Film Critics). Si dovrà certamente fare di più, altrimenti sarà difficile parlare di un cinema che includa le donne se a raccontarlo non saranno anche le donne.

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