20 Gennaio Gen 2019 0900 20 gennaio 2019

Chi è Mia, la rapper di Matangi

Arriva al cinema il documentario sull'artista britannica di origine tamil. Rivoluzionaria, amica dei ribelli, accusata di terrorismo. Storia di un'artista fuori dagli schemi.

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Mia Matangi Maya Film Documentario

Non ha venduto milioni di copie, non è un'artista best seller, eppure con i suoi album e le sue canzoni M.I.A. ha influenzato potentemente il mondo della musica hip hop, diventando voce di oppressi e immigrati, venendo addirittura accusata di terrorismo, subendo la censura dei canali mainstream, e la sua storia merita di essere raccontata al grande pubblico in un film documentario dal titolo Matangi/Maya/M.I.A in uscita nelle sale italiane domenica 20 gennaio. E pensare che lei nemmeno voleva fare musica, le piacevano le arti visive, poi un incontro fortuito le ha cambiato la vita.

Provocatrice, ribelle, attivista, M.I.A. è nata in Inghilterra da una famiglia originale dello Sri Lanka, registrata all'anagrafe come Mathangi Arulpragasam, figlia di Arul Pragasam, fondatore dell'EROS (Organizzazione Rivoluzionaria degli Studenti Eelam), una costola delle Tigri Tamil, combattente per la formazione di uno Stato indipendente che riconoscesse diritti a una minoranza etnica fortemente perseguitata. A 6 mesi, lasciò l'Inghilterra per trasferirsi con i genitori in Sri Lanka, dove il padre divenne Arular e fu costretto a darsi alla macchia per proteggere la famiglia dalle ritorsioni del governo. Per anni M.I.A. lo vide solo sporadicamente, convinta che si trattasse di uno zio, mentre a scuola era costretta a proteggersi dalle pallottole dei militari, fino a quando, a 9 anni, quella stessa scuola venne fatta saltare in aria da un raid governativo. Due anni dopo mamma Kala prese i figli e li riportò a Londra. Era il luglio del 1986 e una settimana dopo quella bambina che in casa tutti chiamavano Maya avrebbe compiuto 11 anni.

UN'ADOLESCENZA DA RIFUGIATA

M.I.A. ha trascorso la sua adolescenza da rifugiata, andando a vivere alla Phipps Bridge Estate, nel distretto londinese di Mitcham, un sobborgo con appena due famiglie asiatiche, in cui ha dovuto fare i conti col razzismo e la prevaricazione. In quegli stessi anni, però, potè riabbracciare il padre, tornato in Inghilterra e diventato un mediatore di pace indipendente tra le due parti in causa nella guerra civile in Sri Lanka. Intanto frequentava il Central St. Martins College of Art and Design, dove cominciò a sentire l'esigenza di rappresentare la società in maniera realistica attraverso l'arte, indirizzandosi sulle arti visive, la pittura, il cinema, e diplomandosi in belle arti, film e video. Dopo aver rifiutato una proposta del regista afroamericano John Singleton, che avrebbe voluto realizzare un film con la sua sceneggiatura, fu ingaggiata dalla band Elastica per la realizzazione della copertina del loro disco The Menace. Grazie a questo incontro, propiziato dall'amico Damon Albarn, leader dei Blur, decise di acquistare la sua prima groovebox Roland MC-505 e darsi alla musica.

Fu a quel punto che Maya divenne M.I.A., acronimo che sta per Missing in Acton, gioco di parole tra la locuzione militare “missing in action” e il sobborgo londinese di Acton, dove viveva: «In quell'epoca ero alla ricerca di mio cugino, volevo fare un film su di lui dal momento che era disperso in azione in Sri Lanka. Avevamo la stessa età, avevamo frequentato le stesse scuole. All'epoca, dunque, vivevo ad Acton mentre cercavo mio cugino missing in action». Il primo brano di M.I.A., Galang, fu stampato in 500 copie in vinile dall'etichetta indipendente Showbiz Records, mostrando da subito una forte commistione di generi occidentali e orientali, atmosfere indiane, suoni elettronici e ritmi dancehall. Galang piacque alla XL Recordings, che mise sotto contratto M.I.A. Il singolo successivo, Sunshowers, fu già un caso e suona come il manifesto artistico e politico di Mathangi: si parla di guerriglia e rifugiati, di violenza e persecuzioni religiose. Il singolo fu accompagnato da un video girato nella foresta dell'India Meridionale, e MTV ancora oggi si rifiuta di trasmetterlo per via di un riferimento nel testo all'OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina: «Like P.L.O. I don't surrendo'», canta la rapper, «come l'OLP non mi arrendo».

UNA MUSICA FORTEMENTE PERSONALE E POLITICA

Con la musica, M.I.A. ha trovato dunque il mezzo per comunicare le sue idee politiche, appoggiare le cause in cui crede, far emergere la persecuzione del popolo tamil in Sri Lanka. Sono testi e video crudi i suoi, che esprimono la posizione di una rivoluzionaria. Se John Lennon, in una delle sue frasi più celebri diceva «Give peace a chance», date una possibilità alla pace, lei ribalta l'assunto: «Io dico date una chance alla guerra, giusto per ribellarci». M.I.A. è diventata punto di riferimento della scena hip hop e pop e lo ha fatto senza mai ammiccare al pubblico, con album in cui il fortissimo legame con l'esperienza personale dell'autrice è espresso già a partire dai titoli: il primo, Arular, porta il nome del padre; il secondo, Kala, quello della madre; il terzo, Maya, il suo nomignolo in famiglia; il quarto, Matangi, il suo nome all'anagrafe; il quinto, AIM, il suo acronimo rovesciato.

M.I.A. racconta se stessa e facendolo da voce ai popoli oppressi, parla dei tamil ma anche dei palestinesi (Sunshowers e Born Free, il cui video cruento è stato censurato da Youtube ma è ancora visibile su altre piattaforme come Vimeo), ricorda i suoi anni da rifugiata e si schiera con gli immigrati (Borders), scrive inni alla liberazione delle donne arabe (Bad Girls) che raccontano la sua visione di un femminismo decisamente militante, che non sia a senso unico e a trazione esclusivamente occidentale, che rappresenti anche le minoranze: «Sui social media, la visione del femminismo è tipo: “Dai, sì, stiamo liberando le donne nel Medio Oriente dall'obbligo di indossare il burqa e fermando gli stupri in India, e l'abbiamo fatto con un hashtag, un obiettivo che abbiamo raggiunto tutti quanti”. Questa è la percezione che si ha sui social media. Ecco, come artista mi sento incastrata in questo ambiente in cui so che un hashtag non cambierà del tutto ma niente, e inoltre non posso criticare nulla di ciò che accade negli Stati Uniti, perché se lo faccio la mia piattaforma social viene bloccata». Un concetto ribadito con un'altra frase: «Se parli di femminismo all'interno dell'America sarai promosso, ma se sei una femminista che viene da fuori e discuti di qualcosa di critico nell'ordinamento americano, ti vedranno come una minaccia che deve essere sepolta».

ACCUSATA DI SIMPATIE COL TERRORISMO

M.I.A. si è sentita trattare come una minaccia più volte. Se da una parte ha ricevuto riconoscimenti dai colleghi (ha collaborato con Gwen Stefani, Madonna, Jay-Z) e dalla critica (è stata candidata agli Oscar per O... Saya, branno della colonna sonora di The Millionaire, e due volte ai Grammy, dove nel 2009 si esibì dal vivo al nono mese di gravidanza appena tre giorni prima di dare alla luce il suo primogenito Ikhyd Edgar Arular), dall'altra ha avuto non pochi problemi con il governo americano, che in diverse occasioni le ha negato il visto d'entrata, inducendola a pensare di essere considerata una sorvegliata speciale dall'Fbi. Mentre denunciava gli atti di violenza subiti dal popolo tamil, parlando di «genocidio» e ricevendo l'approvazione delle Tigri Tamil, veniva accusata di simpatizzare per i terroristi anche da personalità dello spettacolo. In un'intervista a Rolling Stone, M.I.A. ha raccontato di essere stata apostrofata come «terrorista» da Oprah Winfrey: «Mi ha detto: “Non posso parlare con te perché sei pazza e sei una terrorista”. E io le ho risposto: “Non lo sono, sono una tamil e ci sono persone che stanno morendo nel mio Paese, e tu dovresti rendertene conto perché sei la fottuta Oprah e ogni americano mi ha detto che salverai il mondo». In un mondo musicale sempre più di plastica, in cui l'unico obiettivo sembra quello di vendere delle copie dimenticandosi il senso stesso dell'arte, M.I.A. ha avuto la forza di costruirsi una carriera senza mai scendere a patti con nessuno, senza rinunciare a se stessa e alla sua identità. Per Jimmy Iovine, boss della Interscope record, major americana che distribuisce i suoi dischi, M.I.A. è paragonabile a Lou Reed e Patti Smith: «Farà sempre quello che vorrà fare, io non posso dirle nulla». Libera, come la sua musica, come vorrebbe essere il suo popolo.

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