Sessismo

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14 Gennaio Gen 2019 1702 14 gennaio 2019

La serie di Netflix su Marie Kondo e il femminismo annacquato

Le protagoniste di alcuni episodi sul metodo KonMari sono donne stressate per colpa di mariti egoisti. Uomini ai quali tutto è perdonato.

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Marie Kondo Netflix

E vissero felici e contente. Con buona pace del femminismo e della parità di genere, chiusi in un sacco dell’immondizia insieme agli altri oggetti inutili. Le protagoniste della nuova serie di Netflix in onda dal primo gennaio Facciamo ordine con Marie Kondo, infatti, si affliggono per non riuscire a essere mogli, madri e casalinghe perfette. Per questo chiamano in aiuto la Kondo, 34enne giapponese esperta di riordino che promette loro di mettere a posto la casa ma soprattutto la vita. E in effetti si capisce da subito che i problemi delle signore non sono i garage ingombri di cianfrusaglie, quanto piuttosto dei mariti assenti e pigri. Episodio dopo episodio, si delinea un’America in cui spesso la divisione dei ruoli sotto il tetto coniugale è ancora un miraggio e questo, purtroppo, si sa. Quello che stupisce (e fa rabbia) è vedere delle donne buttare insieme ai vestiti fuori moda anche una buona dose di amor proprio, come già aveva sottolineato la giornalista francese Titiou Lecoq su Slate. Come in una fiaba, a fine episodio le si vede abbracciate al partner che ha appena scoperto dove siano i detersivi e la lavatrice. Soddisfatte e felici. Poco importa se fino a quel momento lui non le ha mai aiutate in nulla, troppo preso dal lavoro che loro invece hanno dovuto ridurre. Poco importa se la consorte è sull’orlo di una crisi di nervi mentre si barcamena tra figli, pulizia e cucina, magari con un impiego part-time. Ora i cassetti sono in ordine, lui ha capito i suoi sbagli (pare) e i ruoli uomo/donna, ridimensionati ma non troppo, restano al loro posto. Marie Kondo davanti a tutto questo cinguetta felice. A noi di LetteraDonna, invece, viene un po’ da piangere. Ma procediamo con ordine.

IL METODO KONMARI: PERCHÉ RIORDINARE VI CAMBIA LA VITA

Marie Kondo è diventata famosa come inventrice del metodo KonMari, un modo per riorganizzare gli spazi e trovare il posto giusto per ogni cosa che si basa su due presupposti: eliminare tutto quello che non ci riempie di gioia e sistemare il resto in verticale. Il libro Il magico potere del riordino (edito da Vallardi) ha venduto più di sette milioni di copie e la 34enne è diventata una star mondiale. A spiegare il successo della formula è la promessa di riflettere, attraverso la sistemazione degli oggetti, sulle scelte di vita fatte e migliorare il nostro futuro.

LE CASALINGHE DISPERATE DI NETFLIX

Nel libro si sottolineava come il metodo non fosse rivolto solo a «casalinghe disperate», ma anche a manager in carriera o studenti fuori sede, uomini e donne. Eppure il primo episodio di Netflix ci mostra una giovane madre frustrata che vive tra pile di piatti sporchi e mucchi di vestiti da lavare. Il marito, seduto accanto a lei, non nasconde un certo fastidio su questa situazione che sembra ormai irrecuperabile. Al punto che il signor Friend non entra più in cucina «per il troppo disordine». Lungi da lui mettere mano a uno straccio. Dopo averci detto quanto siano felici insieme, si scopre che in realtà la coppia litiga spesso, soprattutto per il fatto che lei ha chiesto aiuto a una signora per fare il bucato, mestiere che detesta ma che con due bambini piccoli occupa gran parte del suo tempo. Uno spreco di soldi, secondo lui. In fondo basterebbe che lei, che oltre alla casa si occupa dei figli e lavora part time, si organizzasse meglio. Grazie ai consigli di Marie, però, i due iniziano a raggruppare i loro oggetti per categoria (è uno dei requisiti indispensabili del metodo) e a selezionare quello che vogliono tenere e quello che può essere eliminato. Mano a mano che il lavoro procede lui scopre quanto può essere bello la sera caricare la lavatrice tutti insieme appassionatamente mentre ci si racconta le rispettive giornate. Non solo: così si risparmiano anche i soldi della colf. Evviva. Il fatto che probabilmente a lei non piaccia comunque fare il bucato e che lui potrebbe farlo da solo (e magari non solo quello) non sfiora la mente di nessuno.

MUSICISTI DISTRATTI O MARITI EGOISTI?

Il mio preferito, però, è il signor Mercier, un affascinante musicista afroamericano. Douglas, sposato e padre di due figli si è trasferito da poco con la famiglia in una casa in cui ci si muove a stento fra scatoloni e pile di dvd. La moglie ha chiamato Marie Kondo perché è esaurita dalla situazione: è l’unica a occuparsi della gestione familiare e il marito e i figli la tempestano di messaggi per sapere dove siano i calzini o una t-shirt. La signora, che sogna fra l’altro di riprendere a fare la parrucchiera, spiega la situazione fra le lacrime alla giovane giapponese, accorsa in suo aiuto, e si accusa di essere un fallimento perché «è lei la madre e quello è il suo compito». Mentre lui l’abbraccia e sorride. Giuro, sorride beato. Quando poi Marie gli chiede se dà una mano in cucina, Douglas scoppia a ridere. Racconta di aver bruciato una zuppa d’avena al college e da allora di non ha più rimesso piede tra i fornelli. Anche qui però il metodo sembra funzionare: lui scopre dove sono i detersivi, i figli piegano da soli i vestiti e lei può tirare un sospiro di sollievo. Tutto risolto.

UNA CASA CONDIVISA SIGNIFICA PULIRE ENTRAMBI

La serie di Netflix è una lunga sequela di stereotipi (non potevano mancare la coppia gay, adorabile, e molti statunitensi di origine straniera, i più simpatici), ma non tutti gli episodi sono così maschilisti. Marie Kondo, da parte sua, si limita a spiegare sempre le stesse basi del suo metodo, controlla i progressi fatti dalle famiglie e se ne va. Quando le viene chiesto come faccia ad avere una casa ordinata (anche lei ha un marito e due bambine piccole), lei risponde semplicemente che si aiutano fra loro e ognuno è responsabile delle proprie cose. Insomma, a buon intenditor poche parole. In qualche occasione, davanti a situazioni palesemente squilibrate, la giovane accenna a qualche commento ma conclude poi sempre con un gran sorriso. Difficile capire cosa pensi davvero, trincerata dietro un cinguettio e una dolcezza impassibile, delle donne che incontra ancora relegate in cucina, lavanderia e poco altro.

IL FEMMINISMO NON È UN CASSETTO

Il metodo KonMari, tuttavia, è affascinante ed è vero che eliminare gli oggetti superflui fa provare un senso di liberazione. Confrontarsi con le proprie cose è un modo di ripercorrere il proprio passato e, perché no, può aiutare a fare scelte migliori per il futuro. Anche l’accusa di essere simbolo del consumismo, come scrive Wired, è vera solo in parte. Perché se dice di eliminare anche gli oggetti in buono stato in base solo al principio del «ti comunica gioia?», nulla vieta di donarli ad associazioni benefiche e, soprattutto, l’operazione di riordino dovrebbe servire a riflettere meglio sui prossimi acquisti e non comprare più compulsivamente. Diverso, però, è usare il metodo per realizzare un riscatto femminile o per affermare la parità di genere col proprio compagno. Sono condizioni che non dovrebbero dipendere da un cassetto in disordine e ci fanno capire quante battaglie ci siano ancora da combattere. Non basta una cena per perdonare anni di assenteismo e disistima, è un buonismo ingannevole e pericoloso. Vedere donne che si sentono in colpa per non riuscire a liberarsi di un sovraccarico di lavoro che è stato loro imposto e i mariti che fanno spallucce è la vera cosa da rimettere a posto.

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