23 Dicembre Dic 2018 0800 23 dicembre 2018

Cosa significa essere una professionista del cinema nell'era #MeToo

Sceneggiatrici produttrici e registe raccontano come si lavora da donne dietro la macchina da presa, tra bisogno di espressione, creatività e femminismo.

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Donne Come Lavorare Nel Cinema Riprese

Davanti ai riflettori, sulle pagine patinate dei magazine, ai microfoni delle televisioni figurano quasi sempre loro, le attrici, ma i mestieri del cinema sono tanti: un mondo sommerso dietro le quinte, un lavoro silenzioso e costante svolto da una nutrita minoranza di professioniste , creativa, competente e soprattutto combattente in un settore ancora prerogativa degli uomini. Anche loro sono state parte del movimento #MeToo, perché anche loro, dietro la macchina da presa, hanno subito abusi e le violenze. Che ruolo hanno, quindi, le donne nell’universo della produzione video, in Italia e all'estero? L’associazione Women and Hollywood ha recentemente pubblicato una serie di statistiche riguardo alle differenze di genere, etnia e ruoli nel mondo del cinema. Nel 2017, le donne hanno rappresentato solo il 18% del totale tra gli addetti a regia, sceneggiatura o produzione nei principali film pensati per la distribuzione a livello internazionale. In particolare, le registe rappresentano l’11% del totale. Inoltre, secondo un report del think tank Anneberg Inclusion Initiative alla produzione dei 100 principali film del 2017 hanno partecipato 109 registi: di questi, il 92% sono uomini. Per quanto riguarda l’Italia, l’organizzazione European Women’s Audiovisual Network ha rilasciato uno studio basato sull’ineguaglianza di genere nell’industria cinematografica relativo al periodo 2006-2013. Di tutti i fondi, pubblici e privati, elargiti in supporto alla produzione di lungometraggi o cortometraggi solo l’11% ha finanziato un progetto diretto da una donna e solo il 9,2% dei film che abbiamo visto in sala hanno avuto una regia al femminile.

Marta Corradi.

AL CENTRO SPERIMENTALE DI ROMA PER LA PRIMA VOLTA IL 50% DI DONNE

Le donne attive nel campo, però, ci sono e hanno tutte le carte in regola per farsi notare. Marta Corradi ha iniziato la sua carriera a Roma, ma presto si è accorta che l’Italia le stava stretta. Si è imbarcata su un volo per New York e ha poi frequentato la Ucla di Los Angeles. «In Italia il fatto di 'essere donna e non uomo' sul lavoro è più evidente, le differenze vengono sottolineate in modo implicito», ha raccontato a LetteraDonna. «Un esempio è l'atteggiamento ambiguo che spesso alcuni uomini hanno nei confronti delle donne, cosa che nei set cinematografici romani non è insolita». Nonostante questo, ci tiene a sottolineare qualche dato positivo: «In Italia ho avuto anche tante sorprese. Una fra tutte l'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove ogni anno vengono ammesse solo sei persone». La norma voleva che di sei alunni solo una fosse donna. «Quell'anno invece per la prima volta abbiamo formato una classe di regia composta dal 50% di donne e dal 50% di uomini». Corradi è convinta che nel mondo del cinema sia necessario aggiornare costantemente le proprie conoscenze, specializzarsi e stare al passo con i tempi: «In più, una donna deve anche dimostrare di essere in grado di fare questo mestiere». Non è impossibile, ma «spesso manca la possibilità di fare il primo passo, di mettersi in gioco».

Federica Belletti.

«GRAZIE ALL'ESEMPIO DI TANTE, SONO CAMBIATA ANCH'IO: NON STO PIÙ ZITTA»

Federica Belletti dopo la laurea allo Iulm di Milano si è trasferita oltreoceano per studiare Creative producing presso la Columbia University. La sua carriera negli Stati Uniti l'ha portata a pensare che la disparità di genere esista ancora a tutti i livelli nel mondo della cinematografia: «Ci sono state tante situazioni in cui per il fatto di essere donna mi sono trovata all'angolo o non rispettata», afferma Belletti, sottolineando però anche che la voglia di cambiamento è tanta: «Grazie all’esempio di tante donne che hanno alzato la voce per farsi rispettare sono cambiata anche io. Semplicemente, non sto più zitta». In America si respira aria di rivoluzione e tanta voglia di valorizzare la diversità in termini di gender, etnia, minoranze: «Ci sono iniziative, premi, borse di studio mirate al cambiamento, ma soprattutto ci sono comprensione e mutuo supporto. Ed è questo che ti dà la forza di reagire di fronte a comportamenti scorretti». Belletti ha anche lavorato a vari progetti con protagoniste femminili, come il film Nice talking to You in cui viene raccontata la storia di una giovane ragazza libanese che forma un legame forte e silenzioso con un suo coetaneo a Beirut, una delle città più rumorose al mondo. Al momento, tra le altre cose, Belletti sta scrivendo la serie tv 42 Aubrey Road e producendo il cortometraggio Blister. Entrambi i progetti sono ancora in lavorazione e i dettagli non sono noti, ma Belletti ha rivelato che entrambe avranno donne come personaggi principali.

Marisa Vallone.

VALLONE RACCONTA LA FATICA DELL'EMANCIPAZIONE CON LODOVINI

Anche Marisa Vallone non ci sta e ha deciso di sfidare gli stereotipi mettendo in scena, in Italia, la storia di una donna forte con il lungometraggio No Potho Reposare. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Frosinone e al Centro Nazionale di Cinema, dal 2016 lavora al suo film raccontando la storia di Fidela, proveniente da un contesto rurale nella Sardegna a cavallo tra gli Anni '30 e '50. Schiacciata dal sistema patriarcale dominante e ultima di sette figlie, Fidela viene addestrata per diventare presto la nuova "coga" del villaggio, cioè una di quelle misteriose figure appartenenti alla tradizione pagana: conciatrice di pelli, levatrice, ma anche curatrice di malocchi e malori tramite erbe e preghiere tipiche. Un film che nel bene e nel male sfiora i temi della sessualità, della maternità e della costruzione della propria identità; No Potho Reposare parla di donne represse, confuse e violate dal rigido contesto socio-culturale e dalle precise aspettative della comunità: «Raccontiamo di forti tradizioni e di come sia difficile emanciparsi realmente, in maniera autentica e sana, senza rinunciare completamente alle proprie radici», spiega Vallone. Molte sono le donne attualmente coinvolte nel progetto: la produttrice e sceneggiatrice del film Paola Sini, la scenografa Bianca Pezzati, la costumista Santina Cardile, e tutto il cast artistico che per il momento prevede la presenza di Valentina Lodovini e la giovane Syama Rayner. «Soprattutto all'estero, negli Stati Uniti, questo progetto è stato spesso visto come una naturale e spontanea manifestazione del sentimento #MeToo che da tempo ci ribolle dentro. Io personalmente procedo con cautela, non amo le etichette», spiega la regista, facendo poi presente che il progetto è anche arricchito dalla presenza di grandi professionisti uomini «per sottolineare che, al di là delle necessarie battaglie per le discriminazioni che purtroppo ci riguardano nel settore cinematografico e lavorativo in genere, mi interessa anche raggiungere un genuino equilibrio nella parità». La strada per arrivarci nel mondo del cinema è ancora lunga. I segnali di cambiamento, però, sono tanti e disegnano un percorso da seguire per tutte le aspiranti registe, sceneggiatrici e produttrici.

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