30 Novembre Nov 2018 0800 30 novembre 2018

Le cose da sapere su Baby, la serie di Netflix che fa già discutere

Esce il 30 novembre ma le polemiche l'hanno preceduta, a partire dal titolo: il termine baby squillo è stato bandito dall'Ordine dei Giornalisti nel 2016. Le cose da sapere.

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Baby Netflix

Scorrono le immagine e in sottofondo parte una cover di Girls just want to have fun di Cindy Lauper. Dal 30 novembre su Netflix è disponibile la serie tv Baby, liberamente ispirata ai casi di prostituzione minorile scoppiati negli ambienti della Roma-bene nel 2013, e se l’intento della produzione era quello di buttare ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche che la circondano, si può dire ci siano riusciti fin dal primo trailer. Già, perché quel le ragazze vogliono solo divertirsi sottintende una volontarietà e una leggerezza per nulla compatibile con in concetto di prostituzione, men che meno quando si parla di ragazze ancora minorenni.

IL CASO GIUDIZIARIO

Terzo progetto originale italiano targato Netflix, la serie in sei puntate prodotta da Fabula Pictures e diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, pur non essendo una cronaca fedele, prende spunto da quanto successo nel quartiere Parioli nel 2013, quando il Nucleo investigativo dell’Arma di Roma scoprì un giro di prostituzione che aveva come protagoniste due ragazzine di 14 e 15 anni. Quanto emerso anche grazie alla segnalazione della madre di una delle due giovani fu un mondo fatto di sesso a pagamento condito dall’immancabile cocaina, consumato negli ambienti dell’alta borghesia da professionisti insospettabili, tra i quali il marito di Alessandra Mussolini, Mauro Fiorani, che alla fine patteggiò la pena a un anno di reclusione e una multa di 1800 euro, ammettendo il contatto con le ragazze ma sostenendo di non conoscerne la vera età. Per quanto riguarda il filone principale delle indagini furono tutti condannati in via definitiva i protagonisti della vicenda, per reati che vanno dall’induzione allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione minorile, dopo che la Terza Sezione Penale della Cassazione rigettò i ricorsi presentati dagli imputati contro la sentenza emessa dalla Corte d’Appello. Condannata anche l’altra madre della minorenne, giudicata a conoscenza di ciò che faceva la figlia.

POLEMICHE SULL’USO DEL TERMINE «BABY PROSTITUTE»

Balzato agli onori delle cronache come il caso delle Baby squillo dei Parioli, fu al centro fin da subito di diverse polemiche, soprattutto relative al termine utilizzato per definire le ragazze coinvolte. Non esistono baby squillo, ma solo ragazzine troppo giovani per capire gravità e conseguenze dei propri gesti da un lato; e adulti che invece si approfittano consapevolmente di loro e del potere che esercitano dall’altro, entrando a pieno titolo nella categoria dei pedofili. Una precisazione che non ammette confini poco chiari o eccezioni e che per questo generò diverse alzare di scudi da movimenti femministi e non solo, evolutesi in una petizione online su change.org indirizzata all'Ordine nazionale dei Giornalisti, per chiedere che questo termine non venisse più usato dagli organi di informazione. Alla fine l’ODG nel 2016 lo bandì ufficialmente perché in violazione della Carta di Treviso, il documento che tutela i minori inserito nel testo unico dei doveri del giornalista. «Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare parole corrette è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviante», si lesse nella nota.

NETFLIX ACCUSATA DI IPOCRISIA DOPO IL CASO SPACEY

Ma se con il calare dell’attenzione sul caso giudiziario si placarono via via anche le polemiche, alla notizia che Netflix avrebbe prodotto una serie sulla vicenda, chiamandola proprio Baby, ecco che il polverone è tornato più che mai attuale. Ad accendere gli animi sono stati in tanti ma a farlo con la voce più accesa ci ha pensato Lisa Thompson, vicepresidente del National center on sexual exploitation (Centro nazionale per lo sfruttamento sessuale con sede negli Usa) che ha accusato Netflix di ipocrisia avendo cacciato Kevin Spacey in seguito alle accuse di molestie a suo carico, per poi realizzare una serie in cui le donne si riducono a oggetto di piacere e la prostituzione minorile è elevata quasi a normalità. «Hanno prodotto uno show che glorifica il traffico sessuale che coinvolge minori ma se si preoccupassero maggiormente di porre fine allo sfruttamento sessuale in questo momento all' insegna del movimento #MeToo, piuttosto che sfruttare economicamente la tematica, cancellerebbero immediatamente la serie», sostiene la Thompson.

LE PROTAGONISTE, DA BENEDETTA PORCAROLI A ISABELLA FERRARI

I diretti interessati però non ci stanno e rivendicano la qualità di un prodotto che a loro dire segue semplicemente le vicende di un gruppo di adolescenti di un liceo capitolino che sfidano la società ricercando la propria identità e indipendenza tra amori proibiti, pressioni familiari e segreti condivisi. Non un documentario ma la denuncia di una disgregazione sociale e di un disagio che non risparmia nemmeno chi, potenzialmente, avrebbe tutti gli strumenti per vivere una vita di privilegi. Le due protagoniste interpretate da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani si muovono in una Roma quasi troppo bella per essere vera, e che infatti altro non è se non la vetrina luccicante di un sommerso nel quale soccombere è questione di un secondo. Accerchiate da uomini senza scrupoli e dalle madri troppo concentrare su loro stesse - Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi - fuggono dalla realtà per ritrovarsi in una più grande di loro, che non le rispecchia. Quello creato dal collettivo GRAMS composto dai cinque giovani autori Antonio Le Fosse, Re Salvador, Eleonora Trucchi, Marco Raspanti e Giacomo Mazzariol e dagli head writer e coautori Isabella Aguilar e Giacomo Durzi, vorrebbe dunque essere solo il racconto di uno spaccato sociale e al di là della scelta senza alcun dubbio infelice del titolo e di qualche playlist azzardata quello che si sa fino ad oggi è tutto qui. Non resta che accendere Netflix e farsi un’opinione.

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