31 Ottobre Ott 2018 0800 31 ottobre 2018

Chi è Lisbeth Salander, protagonista di Millennium 4

È in uscita, il 31 ottobre, Quello che non uccide, il quarto capitolo della saga, con Claire Foy nel ruolo della antieroina protagonista che può essere definita una femminista atipica.  

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Millennium 4

È in uscita, il 31 ottobre, il quarto capitolo della saga MillenniumQuello che non uccide, che questa volta vede nei panni dell’antieroina Lisbeth Salander – già interpretata da Rooney Mara e Noomi Rapace – niente meno che Claire Foy, l’attrice inglese interprete della Regina Elisabetta nei primi due capitoli della serie Netflix The Crown.

UN ANTIEROINA AMBIVALENTE

Basta leggere la trilogia ‘originale’ – quella scritta dal primo autore, Stieg Larsson, deceduto nel 2004 e sostituito nei capitoli successivi dal giornalista David Lagercrantz – per comprendere il ruolo sovversivo e anti-misogino di Lisbeth, la hacker che rifugge da tutti gli stereotipi di ‘eroina’ e di ‘vittima’. È proprio la sua ambiguità, potremmo dire, il suo punto di forza: vittima e vendicatrice, dall’apparenza androgina.

UNA FEMMINISTA ATIPICA

Sarà anche per questo carattere spiccatamente fluido che Salander non fa sue le lotte femministe più classiche, né i suoi metodi: non c’è sorellanza, non c’è politica, né si parla di diritti delle donne. Lisbeth è solitaria, al limite – o ben al di là? – della sociopatia. Nondimeno, esemplifica il coraggio davanti alla violenza, trionfa sulla misoginia – che affronta, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma, sul lavoro – e calpesta il patriarcato.

UNA ‘VIGILANTE’ DELLA TERZA ONDATA

Lisbeth Salander è, senza ombra di dubbio, quella che si potrebbe chiamare una femminista della terza ondata, del XXI secolo, per intenderci: bisessuale, indipendente, una vittima che combatte per le vittime e la giustizia, senza lasciare andare le proprie vulnerabilità. Allo stesso modo, il personaggio di Salander può definire il paradigma postfemminista: un'ideologia che rappresenta il rifiuto dei vincoli culturali tradizionali. Così, per esempio, il genere è un costrutto sociale che viene instillato alla nascita, quando viene pronunciato «maschietto» o «femminuccia». Così com'è visto e utilizzato, il genere non è solo scomodo, per molte persone, ma diventa strumento di oppressione. Nel film, Lisbeth combatte anche con questo limite socialmente imposto: esibisce caratteristiche maschili nella sua vita personale, così come sul posto di lavoro. È ferocemente indipendente, estremamente intelligente e aggressiva, anche se in modo silenzioso, il suo ruolo contraddice l'immagine convenzionale della protagonista femminile.

NON È TUTTO FEMMINISMO QUELLO CHE LOTTA

Nonostante l’indiscutibile bontà del ruolo di vittima-vendicatrice, il pericolo del personaggio è, proprio, la vendetta: glorificata in un modo che non lascia spazio alla tolleranza, rischia di mostrare la punizione come unico metodo di riscatto, sociale e personale. Il messaggio, a quanto pare, è che i poteri istituzionali sono saldamente radicati negli ideali patriarcali – il che è anche vero – e l'unico modo per combatterli sia affrontare di petto i problemi. Ma è vero, o efficace? Un metodo più realistico sarebbe, forse, sollevare il velo dell'oppressione, svelare i domini del potere sul lavoro. Ma Millennial è una saga letteraria – e cinematografica – che può, pensiamo, permettersi di trascendere, a patto di promuovere l’emancipazione.

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