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Diritto all'aborto

7 Ottobre Ott 2019 1910 07 ottobre 2019

Il cimitero dei feti abortiti visto da tre psicologhe

Anche chi interrompe una gravidanza può aver bisogno di elaborare il lutto. Ma deve essere una libera scelta, sennò si finisce solo per colpevolizzare le donne. 

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Sensibilità e aiuto nell'elaborazione del lutto o ennesimo tentativo di colpevolizzare la donna limitandone diritti e libertà sanciti da oltre 40 anni? Il dibattito sulla mozione presentata dalla maggioranza di centrodestra al Comune di Cagliari si è infiammato. L'idea del 'Giardino degli angeli', un angolo del cimitero cittadino di San Michele riservato alla sepoltura dei feti abortiti divide anche le psicologhe. E la discussione si estende anche alla terminologia usata nella mozione che in una sua prima versione (successivamente modificata con la giustificazione che si trattasse di un refuso) affermava la necessità di ricorrere alla sepoltura anche in assenza di richiesta da parte dei genitori.

MALATACCA: «UN AIUTO PER CHI ABORTISCE»

«Da 25 anni seguo donne che hanno visto il fallimento del progetto di un figlio, perché hanno storie ostetriche complicate di aborti spontanei ripetuti. Sapere che il loro figlio finisca tra i rifiuti ospedalieri rappresenta una ferita che difficilmente si rimargina. Spesso si vorrebbe dare dignità alla sepoltura per avere un luogo in cui andare a piangere», racconta a LetteraDonna la dottoressa Francesca Malatacca, una delle prime psicologhe in Italia a occuparsi di trauma post aborto. «Non avere un ricordo è come essere spaesati, recarsi nel luogo dove si ritrova il figlio non avuto è un conforto». Secondo lei, non si tratta di un tema che possa dividere sotto l'aspetto politico: «Trovo che evidenziare ideologie personali o politiche, o diversi credi, sia inopportuno di fronte a tale scelta. Perché nessuno può capire, prevedere o mettersi nei panni della donna che ha avuto degli aborti». Per la dottoressa Malatacca, l'iniziativa potrebbe essere d'aiuto anche a quelle donne che chiedono e ottengono un'interruzione volontaria di gravidanza: «Io lavoro prevalentemente con aborti spontanei, ma ho avuto a che fare con donne che sono venute da me a chiedermi consulenze psicologiche per aborti volontari di 50 anni prima, e che ogni notte sognavano di avere un figlio che cadeva dalle loro braccia. E alcuni aborti spontanei sono avvenuti dopo un aborto volontario come reazione della psiche a una maternità che si percepisce come non più meritata. È sempre un trauma, sia che si seppellisca il materiale embrionale abortito sia che non lo si seppellisca, ma riconoscerlo come un bambino e avere un luogo per piangerlo può aiutare a elaborare il lutto».

IL MANDORLO: «BUONA INIZIATIVA, MA SENZA COSTRIZIONE»

Un riconoscimento del feto abortito che non venga trattato come materiale organico di una qualunque operazione chirurgica è positivo anche per Alessia Nota, psicologa de Il Mandorlo, studio specializzato nella terapia post aborto: «La nostra opinione è sicuramente contraria all'imposizione, ma anche in una interruzione volontaria di gravidanza le donne prima o poi devono fare i conti con l'aborto, e il pensare anche di aver lasciato in un inceneritore il bambino, che spesso arrivano a riconoscere come tale, le fa sentire ancora più in colpa. La possibilità di seppellire e raccogliere in maniera differente il feto che hanno portato dentro di sé può essere un'opportunità non un ostacolo». Questa possibilità esiste già, dall'approvazione del regolamento di polizia mortuaria approvato col D.p.r. 285/90, ma per la dottoressa Nota c'è una scarsa informazione sul tema: «Ora la donna deve sapere che c'è questa possibilità e chiedere. Quello che potrebbe essere buono è che venga informata. Poi la scelta deve essere personale e libera e non deve diventare occasione di colpevolizzazione, ma secondo noi non metterebbe in crisi la legge sull'aborto, anzi, riconoscere che quel materiale non è come un'operazione chirurgica qualsiasi significa tutelare di più la donna, perché in linea generale tutto ciò che aiuta a essere più consapevoli anche nel momento in cui si fa la scelta, aiuta la donna a elaborare, tutto ciò che entra in un'ottica di rimozione rende più complicata l'elaborazione». Persino l'uso del termine 'bambino non nato', previsto dalla mozione in sostituzione di 'prodotto abortivo', «non è colpevolizzante o pericoloso»: «Massimo rispetto per le persone, la donna va sempre rispettata, effettivamente però è un bambino quello che lei abortisce, che lei poi arriva a riconoscere come tale chiedendosi dove sia. Solo se viene fatto in maniera pesante e ideologizzato a livello politico può diventare pericoloso».

DI MARTINO: «L'UNICA VOLONTÀ È COLPEVOLIZZARE»

Di orientamento totalmente opposto è Federica Di Martino, una delle ideatrici del blog Ho abortito e sto benissimo, creato per dar voce a tutte quelle donne che non hanno vissuto l'interruzione volontaria di gravidanza come un trauma. Secondo la dottoressa Di Martino, la colpevolizzazione della donna che abortisce «non solo è un rischio, ma è la volontà precisa di queste mozioni, che nascono non tanto per vedere una realizzazione fattiva di ciò che propongono, quanto per spingere perché la volontà della donna sia assolutamente limitata. Siccome al momento la legge 194 non si tocca, si cerca di farlo in maniere collaterali, attraverso una costruzione societaria e comunitaria volta a rendere la donna colpevole d'omicidio, quando né l'embrione né il feto sono riconosciuti come soggetti giuridici». Di Martino chiarisce: «Benvenga parlare di sepoltura del feto laddove ci sia la volontà precisa della futura madre di elaborare un lutto, ma in assenza di questo bisogno si tratta solo di un'iniziativa ideologica». Un altro aspetto negativo della vicenda, secondo la psicologa, si trova in quella «retorica linguistica che riguarda tutto un aspetto anti-choice e antiabortista. Si agganciano a terminologie linguistiche per cui il feto o l'embrione diventa già bambino, la donna gravida diventa la madre, e tutto viene fatto per umanizzare l'aborto e per far passare la donna come colpevole non solo per non aver dato l'innesto all'embrione, ma per essere un'omicida». Anche la scelta del nome 'Giardino degli angeli', fa parte di una «retorica talmente trita, intrisa di morale, di giudizio, di dito puntato. In Italia sull'aborto non esiste libertà di scelta, la 194 che garantisce o dovrebbe garantire la tutela dell'aborto, nei fatti non c'è. Siamo un Paese con il 70% di obiettori. Se tu donna vuoi abortire e trovi il ginecologo che sta lì a farti vedere l'immagine, a farti sentire il battito, sei davvero libera di scegliere? Finché non c'è un accesso sano ai servizi e alle pratiche non possiamo parlare della libertà individuale».

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