10 Giugno Giu 2019 1511 10 giugno 2019

Cancro al seno: la fuga dalla Calabria per curarsi

Il 44% delle donne della regione sceglie di farsi operare altrove. Dalla scarsa fiducia nei medici alle strutture male attrezzate, i motivi sono molteplici. LetteraDonna ha raccolto tre testimonianze.

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Tumore Cancro Seno Calabria

Secondo i dati del Programma Nazionale Esiti 2018, realizzato dall'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari, in Italia nel 50% dei casi la ricostruzione della mammella avviene in contemporanea con l’operazione chirurgica per la rimozione del tumore al seno. Una buona notizia, in quanto ciò migliora l'impatto psicologico post operatorio e la qualità della vita della donna, seguita da una peggiore: nel nostro Paese resta ancora alto il numero dei viaggi della speranza da una regione all’altra, con il 44% delle donne calabresi che scelgono (o sono in qualche modo costrette) di migrare altrove per sottoporsi all’intervento. Poca fiducia nelle strutture, ospedali piccoli e mal attrezzati, precedenti poco incoraggianti, tempi di attesa interminabili: i motivi della migrazione, effettuata in alcuni casi anche solo per la chemioterapia, possono essere molteplici. Per vederci più chiaro, ci siamo rivolti alle donne del gruppo Facebook Cancro al Seno – Insieme possiamo sconfiggerlo, dove Erminia scrive: «Ho due zie calabresi che si sono operate a Roma. Non conosco i particolari, ma appena lo hanno scoperto sono scappate via dalla Calabria. Forse sapevano e non hanno proprio preso in considerazione l'ipotesi di operarsi nella loro regione». Per capirci di più, abbiamo raccolto tre testimonianze sul tema.

ANGELICA, COSENZA

«Nel 2014 mia madre si sottopone a un’ecografia in quanto sente la mammella ‘pesante’. I medici dicono che non c’è bisogno di una mammografia, perché si tratta di una mastite: sarà sufficiente una pomata antibiotica. Dopo circa un mese mia mamma si fa male alla gamba facendo ginnastica. I dottori pensano sia uno strappo muscolare, ma nonostante la terapia a ultrasuoni il dolore peggiora. Facciamo i raggi e consultiamo un ortopedico qui in Calabria che, pensando possa essere un tumore osseo, ci indirizza verso l’oncologo ortopedico Rodolfo Capanna di Firenze. Insospettito, richiede una biopsia: metastasi da carcinoma duttale infiltrante. Così rimaniamo a Careggi. Mia mamma ha continuato le cure per due anni, prima di venire a mancare, ma nel reparto del professor Francesco Di Costanzo abbiamo sempre trovato disponibilità e preparazione: un altro pianeta rispetto all’ospedale della mia città. In Calabria la sanità è al collasso».

LUCIA, VIBO VALENTINA

«Nel 2018 scopro un nodulo al seno e faccio l’ecografia, individuando un carcinoma. Prenoto subito una visita all’Istituto Europeo di Oncologia e due giorni dopo sono a Milano: dopo alcune pessime esperienze vissute in famiglia con la sanità calabrese mi ero ripromessa che non mi sarei fatta mettere le mani addosso nei nostri ospedali. Dopo una serie di esami, la visita del senologo e la biopsia, a Milano mi propongono una terapia standard, con tempi di attesa più lunghi, e un’altra sperimentale, che prevede otto cicli di chemioterapia con atezolizumab prima dell’intervento chirurgico, seguito poi da altri quattro cicli. Scelgo la seconda, per avere più chance. Alla fine interrompo la chemio al quarto ciclo, perché sta creando tossicità, e l’intervento di mastectomia bilaterale con inserimento protesi viene anticipato. Riesce benissimo e, dato che l’esame istologico evidenza l’assenza di malattia, alla fine non effettuo nemmeno i cicli di chemio previsti. Non voglio pensare che in Calabria sarebbe finita male, ma di sicuro non avrei avuto questo risultato».

ANTONELLA, COSENZA

«Scopro il mio ospite indesiderato nel 2010, quando sotto la doccia sento un bozzo al quadrante superiore del seno, grosso come una noce. Vado subito dal medico. Seguono ecografia e mammografia: il primario di radiologia mi dice che non è niente e mi consiglia degli antinfiammatori. Non mi fido molto, visto che i miei genitori sono morti di tumore mal curati qui a Cosenza, così su consiglio del dottore che ha fatto l’ecografia decido di andare a Roma. Una settimana dopo sono nella Capitale, all'Ospedale MG Vannini, dove faccio visita specialistica e biopsia, sentendomi in ogni momento a mio agio. Dopo una dozzina di giorni arriva la diagnosi: carcinoma duttale infiltrante. La dottoressa Maria Teresa Lonardo, che a Roma mi ha trattato benissimo, spiega che devo sottopormi alla chemio e poi all’intervento chirurgico. Per la prima mi indirizza verso l’ospedale Mariano Santo, dove però ho subito dei problemi con il dottor Serafino Conforti: dice di non aver ricevuto le mie cartelle, poi le trova ma minimizza, chiede perché sono andata lontano a fare la biopsia. Dopo un colloquio piuttosto acceso, fisso otto sedute di chemio, che ogni volta si rivela un incubo: non c’è mai lo stesso oncologo, dopo le due del pomeriggio i medici per i pazienti del day hospital spariscono, e se mi sento male devo andare al pronto soccorso. Finita la chemio faccio l’intervento a Roma, dove sono stata sempre trattata come un essere umano e non come un numero: qui in Calabria vieni rispettato solo se sei un cliente a pagamento. Se andiamo a curarci lontano è sì ma per la professionalità, ma anche per un’umanità che altrove c’è e qui no».

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