29 Novembre Nov 2018 1939 29 novembre 2018

L'infertilità è anche un problema maschile, ma se ne parla poco

Sembra vigere ancora l’idea di una iper-responsabilità delle donne, che ha l’effetto negativo di escludere l’uomo anche da un programma di prevenzione, diagnosi e cura.

  • ...
Infertilita Maschile

Negli ultimi 40 anni il numero degli spermatozoi «nostrani» sembra essersi quasi dimezzato: nel 40% circa dei casi l’infertilità di coppia dipende (anche) dal cosiddetto «fattore maschile», sul quale tuttavia permane spesso una sorta di tabù culturale. E l'Istat, con il nuovo rapporto sulla natalità e fecondità della popolazione residente in Italia nel 2017, ha reso noto che Il 22% delle attuali donne 40enni, alla fine del loro ciclo di vita riproduttiva, potrebbe rimanere senza figli. Una percentuale doppia rispetto all'11,1% della generazione delle loro mamme, nate nel 1950. Ma nel discorso sulla procreazione, sembra vigere ancora l’idea di una iper-responsabilità femminile, che ha anche l’effetto negativo di escludere l’uomo anche da un programma di prevenzione, diagnosi e cura che sarebbe invece fondamentale per arginare il problema. Ne abbiamo parlato col dottor Antonio Granata, urologo e andrologo presso il Centro Medico Monterosa di Milano e col dottor Filippo Maria Ubandi, direttore di GENERA (Centro di medicina riproduttiva) della Clinica Valle Giulia di Roma.

QUANDO LA CICOGNA NON ARRIVA

Attualmente una coppa su cinque in Italia fatica ad avere un bambino e secondo l’Istituto superiore di Sanità, nel 30% dei casi di ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita, la difficoltà a concepire è dovuta a uno o più fattori maschili. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità si tratta di una «malattia sociale» tipicamente moderna, che oggi colpisce il 10% della popolazione maschile nel mondo, ma che spesso sarebbe reversibile o curabile con una diagnosi tempestiva e con l’adozione di opportune terapie o, nei casi più gravi, con la crioconservazione dei gameti.

LE CAUSE DELL’INFERTILITÀ MASCHILE

Gli esperti spiegano che all’origine dell’infertilità maschile possono esserci cause molteplici. Oltre ad alcune disfunzioni ormonali (ipogonadismi ipo e ipergonadotropi, iperprolattinemie, alterazioni tiroidee), ci sono diverse patologie andrologiche che colpiscono anche in giovane età e possono compomettere il numero e la qualità degli spermatozoi. Tra queste varicocele (dilatazione delle vene del testicolo), criptorchidismo (mancata discesa dei testicoli nel sacco scrotale), rosatiti e altre infezioni dell’apparato genitale, tumore al testicolo. A aumentare il rischio infertilità contribuiscono anche ci sono anche fattori ambientali (inquinanti prodotti dal traffico urbano o da agenti chimici industriali), condizioni lavorative sfavorevoli (esposizione a radiazioni, alte temperature, microtraumi, sostanze tossiche), stili di vita poco salutari (obesità, fumo, consumo di droghe) o l’assunzione di alcuni farmaci.

LE DIMENSIONI CONTANO?

Secondo alcuni studi (l’ultimo condotto dalla University of Utah) potrebbe esserci una correlazione tra lunghezza del pene «a riposo» e fertilità maschile. In realtà la tesi secondo la quale a misure maggiori corrisponderebbe una maggiore capacità riproduttiva fa molto discutere. Inoltre, non è ancora chiaro se la ridotta distanza anogenitale dipenda da fattori genetici o congeniti associabili all’infertilità o sia un sintomo secondario dell’esposizione a sostanze chimiche industriali come gli ftalati e i perfluoroalchilici o Pfas, che interferiscono col sistema endocrino, influenzando lo sviluppo dei genitali maschili (lunghezza del pene, volume testicolare, qualità del liquido seminale) e quindi aumentano il rischio di infertilità.

MANCA LA PREVENZIONE

Gli uomini si preoccupano molto della funzionalità del loro pene (soprattutto di eventuali disturbi d’erezione) ma sono poco informati su altri aspetti del loro sistema riproduttivo, non hanno la cultura dell’autopalpazione né una forte sensibilità alla fertilità. Con l’abolizione della visita di leva obbligatoria per il servizio militare è venuta meno una forma di prevenzione andrologica di massa e oggi manca un programma di screening che consenta di fare diagnosi precoci delle patologie che potrebbero compromettere la capacità riproduttiva maschile.

UN ARGOMENTO TABÙ

Gli uomini non parlano volentieri dei loro disturbi di salute, soprattutto se qualcosa non va nella sfera riproduttiva e sessuale. Così mentre in ambito ginecologico è considerato normale trattare le problematiche riproduttive e lo screening è una prassi consolidata, in andrologia permangono disinformazione e reticenze. Sebbene i numeri dimostrino la crescente responsabilità maschile nella difficoltà riproduttiva, il discorso sulla procreazione (e sulla procreazione medicalmente assistita) viene ancora declinato prevalentemente al femminile, contribuendo non solo all’esclusione dell’uomo da una cultura di prevenzione, diagnosi e cura, ma anche il protrarsi nell’immaginario collettivo di un infondato pregiudizio sulle donne che «non riescono a concepire» (con conseguenze negative anche sulle dinamiche della coppia che non riesce a concepire).

QUALI POSSIBILI SOLUZIONI

Per arginare il problema dell’infertilità maschile è importante innanzitutto predisporre programmi di informazione e prevenzione analoghi a quelli già attivi per le donne e avviare un sistema di screening che consenta di sottoporsi a test diagnostici fin dall’età adolescenziale, in modo da giocare d’anticipo su eventuali problematiche legate alla fecondità in età adulta (negli ultimi anni le principali società scientifiche operanti nell’ambito dell’andrologia come SIAMS e SIA si sono già mosse in questo senso). Per quanto riguarda le possibili terapie, l’esperto spiega che «bisogna considerare che non tutte le cause di infertilità sono uguali e per ciascun paziente deve essere individuato l’approccio migliore». In alcuni casi risulta efficace la somministrazione dell’ormone follicolo stimolante (FSH), secondo una metodica che consente di predire la risposta alla terapia (e quindi di personalizzarla) in base al corredo gentico del paziente, ma anche gli integratori di molecole antiossidanti (coenzima Q10 e licopene) o minerali (come lo zinco), che possono aumentare la motilità degli spermatozoi e contribuire a risolvere una piccola percentuale di casi per i quali non ci sono altre opzioni terapeutiche.

IL NUOVO TEST PER ASPIRANTI PAPÀ

La maggior parte dei casi di infertilità maschile rimane attualmente inspiegabile con le metodiche di analisi ad oggi disponibili. Interessanti e promettenti sono le ricerche della Cornell University di New York, dove è stato sviluppato un nuovo test per misurare la potenzialità fecondante dell’uomo (in modo naturale o tramite PMA di I livello (inseminazione intrauterina, IUI) attraverso l’identificazione di un biomarcatore che permette di quantificare i cambiamenti nello spermatozoo e la sua capacità di fecondare un ovulo in vivo. Ma gli esperti avvertono: per valutare l’affidabilità ed il reale di tale metodica e applicarla su larga scala, bisognerà attendere risultati più consolidati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso