12 Novembre Nov 2018 1754 12 novembre 2018

Il Codice Lilla nei Pronto Soccorso funzionerà?

È ancora sconosciuto, e anche nelle grandi strutture ospedaliere potrebbe essere difficile applicarlo. Abbiamo chiesto perché al dottor Ettore Corradi, esperto di disturbi alimentari.

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Codice Lilla Disturbi Alimentari

A marzo 2018 il Ministero della Salute ha pubblicato delle Raccomandazioni per il personale sanitario e per i familiari di pazienti con disturbi del comportamento alimentare (DCA); contestualmente ha anche avanzato la proposta di un iter ospedaliero pensato appositamente per accogliere e avviare a un percorso terapeutico mirato chiunque si presenti in Pronto Soccorso con un sospetto DCA: il Codice Lilla (qui avevamo spiegato cos'è e come funziona). Istituito ufficialmente il 24 luglio, in occasione della Giornata nazionale della Salute della Donna, il Codice Lilla dovrebbe essere attivato dal 2019, ma è ancora in larga misura sconosciuto, e anche nelle grandi strutture ospedaliere potrebbe essere difficile applicarlo. Abbiamo chiesto perché al dottor Ettore Corradi, direttore del Centro per i disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale Niguarda di Milano.

COME DOVREBBE FUNZIONARE IL CODICE LILLA?

Quando un paziente arriva in Pronto Soccorso, le sue condizioni vengono valutate innanzitutto dall’infermiere del triage che, in base alla gravità del caso, assegna un codice cromatico (dal bianco al rosso) che determinerà l’iter di accesso del paziente alle cure mediche. Corradi spiega che «con l’attivazione del Codice Lilla, gli infermieri avranno la responsabilità di identificare preliminarmente i sintomi di un disturbo alimentare, sulla base di alcuni parametri clinici fondamentali (pressione arteriosa, frequenza cardiaca e respiratoria, temperatura corporea, indice di massa corporea) e del racconto di parenti o accompagnatori». Spetterà poi al medico accertare la diagnosi e valutare se ricoverare il paziente o indirizzarlo nella più vicina struttura specializzata in disturbi del comportamento alimentare per intraprendere un programma terapeutico mirato.

DIAGNOSI DIFFICILI

Se i DCA rappresentano ormai una vera e propria «epidemia sociale» (in Italia ne soffrono circa tre milioni le persone, per il 95% donne), le sindromi sono ormai molto lontane dai quadri sintomatici puri (anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata): sono comparse nuove declinazioni patologiche (come la vigoressia e l’ortoressia), non ancora pienamente inquadrate dal punto di vista diagnostico e più difficili da valutare al momento del triage, perchè spesso i risultati delle analisi di routine sono nei limiti della norma (neppure il peso può essere considerato da solo come sintomo inequivocabile, perché anche persone normopeso possono essere avere un rapporto distorto col cibo). L’esperto spiega che «occorrerebbe una valutazione integrata nutrizionale-psicologica del paziente, che difficilmente è possibile in sede di accoglienza in molti PS».

LE AMBIGUITÀ DEL TESTO

Un aspetto che potrebbe rendere difficoltosa l’applicazione del Codice Lilla nei Pronto Soccorso italiani è l’ambiguità dei criteri per stabilire il ricovero indicati dal testo ministeriale: «È necessario distinguere tra gravità ed emergenza; i disturbi alimentari sono patologie 'croniche', nel senso che si sviluppano nel tempo e determinano una sintomatologia che tende ad assestarsi su parametri che, seppur anomali per un individuo sano, non rappresentano un pericolo immediato per il soggetto anoressico». Per quanto gravi possano essere le condizioni di chi soffre di DCA «non tutti i pazienti di questo tipo necessitano di un ricovero immediato. A meno che non vi sia un imminente pericolo di vita, questo tipo di pazienti dovrebbe essere indirizzato verso strutture specializzate per intraprendere un percorso terapeutico mirato, multidisciplinare, clinico e al tempo stesso psicologico e psichiatrico». Tuttavia è giusto che anche i Pronto Soccorso si attrezzino per poter attuare una presa in carico specifica di questi pazienti.

DALLE PROPOSTE AI FATTI

Per rendere applicabile il Codice lilla, Corradi insiste sull’importanza della formazione: «Il trattamento dei pazienti con disturbi alimentari deve avvenire in strutture adeguate e con personale specializzato, ma anche la loro corretta gestione in Pronto Soccorso è importante e necessita di una fase formativa di tutti gli operatori sanitari che operano in queste strutture d’emergenza». Occorrono una preparazione specifica sugli aspetti clinici e terapeutici dei DCA e una sensibilizzazione anche sugli aspetti relazionali e comunicativi che devono essere messi in campo già da coloro che svolgono servizio sulle ambulanze. Tutti coloro che si trovano a interagire con questo tipo di pazienti, devono considerare che spesso chi soffre di patologie alimentari non accetta di avere un problema e non è incline a collaborare con il personale sanitario. «Mettere in atto una comunicazione empatica e assumere un atteggiamento non giudicante è fondamentale per costruire un rapporto di fiducia reciproca con l’assistito e rendere efficace qualsiasi trattamento. Ma per riuscirci in situazioni difficili bisogna essere formati per farlo».

LA SITUAZIONE ATTUALE

Oggi in Italia mancano strutture dotate di equipe (psichiatri, psicologi, internisti, nutrizionisti, endocrinologi, dietisti, fisioterapisti, educatori, tecnici della riabilitazione psichiatrica e infermieri) specializzate per offrire il percorso terapeutico multidisciplinare necessario per curare i disturbi del comportamento alimentare. E anche per quanto riguarda la formazione del personale 'ordinario' (come appunto infermieri e medici dei Pronto Soccorso) si procede a rilento: Corradi spiega che «a inizio 2019 dovrebbero partire dei corsi di 'formazione per formatori', per i Medici di Medicina Generale organizzati dalla Regione Lombardia», ma per ora di Codice Lilla non si parla neppure delle strutture d’eccellenza delle grandi città.

UN’OPPORTUNITÀ DA NON SPRECARE

La fase formativa necessaria per la gestione dei casi di CDA «dovrebbe servire anche a standardizzare questo tipo di assistenza e a garantire maggiore uniformità su tutto il territorio nazionale, con trattamenti differenziati per adulti e giovani o giovanissimi e interventi di sostegno ad hoc per le famiglie» (obiettivo attualmente oggetto del Ddl 2821). «Sarebbe anche l’occasione per contribuire a una maggiore conoscenza di patologie sulle quali vigono ancora troppi tabù» conclude l’esperto.

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