24 Settembre Set 2019 0800 24 settembre 2019 Aggiornato il 10 ottobre 2019

Tempo rubato, la storia di un’innocente condannata a morte

In occasione del World Day Against the Death Penalty, vi proponiamo un estratto dell'autobiografia di Sunny Jacobs, scagionata dopo quasi 17 anni trascorsi in prigione. Il libro è edito in Italia da Neos. 

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Sunny Jacobs Libri Tempo Rubato 2

Sonia ‘Sunny’ Jacobs è una sopravvissuta. Ragazza ebrea di buona famiglia e hippie newyorchese, aveva 27 anni quando nel 1976, sulla base di false testimonianze, fu condannata a morte insieme al compagno Jesse Tafero per l’omicidio di due poliziotti. Quando entrò in carcere era una giovane madre, una figlia e una moglie. Quando ne uscì dopo l’annullamento della condanna nel 1992, dopo quasi 17 anni di cui cinque in isolamento, era una nonna, un’orfana e una vedova: Jesse era stato giustiziato sulla sedia elettrica due anni prima. Tempo rubato alla sua vita, tutto quello trascorso in prigione in Florida, ed è proprio Tempo rubato il titolo della sua toccante autobiografia, ‘schierata’ ovviamente contro la pena di morte: pubblicato per la prima volta nel 2007, il libro arriva in Italia nel 2019, grazie a Neos Edizioni. «Mi sono impegnata a porre fine alla violenza, in tutte le sue forme. Questo è il mio modo di onorare le vite che sono state sacrificate lungo la strada. L'amore è la risposta. La paura è il nemico. Noi dobbiamo scegliere il mondo che vogliamo e lavorare perché sia il mondo che vogliamo ogni giorno delle nostre vite», ha detto Sunny Jacobs, che attualmente vive in una fattoria in Irlanda insieme al marito Peter Pringle, a cui è accomunata da un destino simile. Anche lui era stato infatti ingiustamente accusato di aver ucciso due agenti, per poi essere scagionato dopo 15 anni trascorsi in cella: insieme hanno creato un’associazione finalizzata all’aiuto e all’assistenza degli ex-condannati a morte ora liberi, per far sì che si possano ricostruire una vita, nuova e serena.

Detenuta 4015. Dopo l’identificazione fui portata da un medico per una breve visita, consistente nella misurazione della pressione e delle pulsazioni e da un dentista che mi fece una lastra. Poi fui scortata nel guardaroba. Un’altra detenuta in uniforme da lavoro stava dietro un bancone e, dietro di lei, c’era uno scaffale che arrivava fino al soffitto con pile di maglie, pantaloni, pigiami e biancheria. Sebbene fosse vestita esattamente come la fotografa, non aveva un’aria mascolina. Mi studiò per un momento, prendendomi le misure con il suo occhio esperto. «Un metro e sessanta, una cinquantina di chili, giusto?». Mi fu consegnata una serie di uniformi di cotone bianco, biancheria intima nella taglia più simile alla mia fra quelle disponibili, un asciugamano, un telo e delle scarpe di gomma. Le mutande erano troppo larghe. La detenuta mi disse che avrebbe cercato di fare meglio la prossima settimana. A me non importava granché. Non mi aspettavo di rimanere in quel luogo a lungo. Lei mi disse il suo nome e spinse la pila di vestiti verso di me. «Grazie» dissi con una voce che mi sembrò sottile, diversa dalla mia. Guardai di nuovo la guardia «Andiamo, prendi ‘sta roba e seguimi». Non so chi fosse la più stranita, la guardia, la detenuta o io. Mi sentivo intrappolata nello spazio fra loro. Presi i vestiti e seguii la guardia fuori su un viottolo che portava a diversi edifici e su una collinetta erbosa. (…).

Camminammo per un certo tempo, superando edifici che sembravano dormitori posti su entrambi i lati. Ogni tanto qualche donna entrava o usciva dagli edifici, ma per la maggior parte del tempo il viottolo rimase deserto. Portavo con me i miei vestiti e una piccola scatola con lo spazzolino da denti, la spazzola, elastici per capelli, sigarette e le poche fotografie che avevo preso nella cella dov’ero prima. Mi aggrappai al mio mucchietto di roba come se la mia vita dipendesse da esso e ogni oggetto diventasse un talismano di protezione e speranza. Ogni volta che ci avvicinavamo a un edificio pensavo Sarà questo. Dall’altra parte della collinetta c’era un unico edificio. Era di cemento, fatto a U, con un solo piano e il tetto piatto. Circondato tutto intorno da due barriere separate sormontate da enormi grovigli di filo spinato, l’edificio era separato dal resto della prigione da una cinquantina di metri di spazio vuoto. Ci avvicinammo, la guardia e io, una ben misera e triste processione. Sebbene all’interno non ci fosse nessuno, avevo l’impressione che centinaia di occhi mi stessero guardando. Cercando la chiave da un grosso mazzo che aveva con sé, la guardia aprì il primo cancello. Aspettai mentre lo richiudeva e cercava la chiave per aprire il secondo cancello. Stessa cosa. C’era una guardiana che aspettava all’ingresso. Guardai l’uomo che mi aveva scortato sin lì. Lui mi guardò poi si rivolse alla donna e disse «Eccola». «La prendo in consegna qui, grazie» rispose la donna. Io spostavo lo sguardo da uno all’altra. Non volevo che la guardia mi lasciasse lì, rinchiusa con quella donna.

Lo sguardo dell’uomo scivolò velocemente su di me poi lui si girò e se ne andò, chiudendo i cancelli dietro di sé. «Puoi venire con me adesso» mi disse la donna fermamente, mettendomi una mano sul braccio. «Mi hanno detto che potevo portare con me questa scatola con la mia roba personale». «OK, vieni dentro e vediamo che cos’hai e cerchiamo di capire se sono cose permesse». Entrai. La guardia chiuse a chiave la spessa porta di legno dietro di noi. «Questo edificio è chiamato la Zazzera – disse – e sarà la tua nuova casa…». Mi chiesi se intendeva dire che questo era il posto dove avrei atteso la mia morte. La guardai più da vicino. Era una donna grossa di pelle scurissima con i capelli raccolti ordinatamente in uno chignon nella parte posteriore della sua grossa testa rotonda. La sua faccia però era gentile e sembrava volesse mettermi a mio agio. Eravamo nell’ufficio d’ingresso e alle sue spalle c’era una porta a sbarre che portava nel retro dell’edificio. «Ecco, tira fuori le tue cose e dai un’occhiata a questa lista di regole. Qui nell’ufficio puoi fumare se vuoi». Tirò fuori una sigaretta dal mio pacchetto e me l’accese, dopodiché mise sigarette e fiammiferi in un cassetto della sua scrivania. Scorsi velocemente la lista di cose permesse. Asciugamano, sapone, spazzolino da denti, dentifricio, un paio di scarpe di gomma, un paio di uniformi bianche, niente sigarette. «Ma questo non è ciò che mi era stato detto, mi dissero che potevo portare queste cose. In carcere mi dissero… e quando posso fumare? Qui c’è scritto che non posso fumare nella mia cella». «Potrai fumare ogni volta che sarai fuori dalla tua cella. E potrai fumare qui nell’ufficio. Ora ti porto nella cella. Puoi lasciare le tue cose qui per ora» . «Ci sarebbe una fotografia che mi piacerebbe avere con me…». «Per il momento porterai in cella solo le cose permesse dal regolamento». Presi il mucchietto di cose in silenzio. «Ma faremo in modo di farti avere quello di cui hai bisogno e più tardi potrai parlare con il sovrintendente per ogni domanda riguardante il regolamento».

Prese il telefono e richiese qualcuno che mi scortasse in cella. La guardia doveva aspettare nei paraggi perché dopo un attimo fu alla porta. «OK, andiamo». Non c’era nessun vantaggio a protestare, a questo punto, e non volevo iniziare con il piede sbagliato con questa donna da cui avrei dovuto dipendere per ogni mio bisogno. Fece entrare l’altra guardia ed entrambe mi portarono nel corridoio dietro la porta a sbarre. Il corridoio era oscuro e indistinto, tetro come la morte. Le pareti di calcestruzzo puzzavano di umidità. Superammo quattro celle durante il nostro percorso per arrivare all’ultima, in fondo al corridoio. La guardia aprì la porta con una grossa chiave scelta da un mazzo attaccato a un grosso anello di metallo, proprio come nei film. Stavamo in silenzio. Cosa si poteva dire che fosse adatto a quella situazione? «Accomodati, benvenuta nel braccio della morte!». Le guardai. Stavano aspettando. Presi fiato e lo trattenni mentre entrai in cella. Questo era il posto dove avrei aspettato la mia fine.

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