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Diritto all'aborto

24 Settembre Set 2019 1659 24 settembre 2019

La storia della giornalista marocchina Hajar Raissouni

Il 31 agosto era stata arrestata fuori da un ambulatorio medico per aver abortito illegalmente e aver fatto sesso fuori dal matrimonio. Versione che la reporter smentisce. E il caso sta diventando politico.

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Hajar Raissouni

«Noi, cittadine marocchine, dichiariamo di essere fuori legge». È da settimane che associazioni, movimenti e persone comuni protestano contro il trattamento che il governo marocchino ha riservato alla giornalista del quotidiano Akhbar Al-Yaoum, Hajar Raissouni, arrestata con l’accusa di aver abortito illegalmente e di aver fatto sesso al di fuori del matrimonio. Un caso che, tuttavia, sembra avere implicazioni che vanno ben oltre la potenziale violazione, da parte della 29enne, di alcune delle norme previste dalla legislazione del Paese.

GIORNALISMO E RELIGIONE

Classe 1991, nata a Larache, nel Nord del Marocco, da una famiglia conservatrice, Hajar ha sempre vissuto a metà tra il rispetto delle regole e delle tradizioni e il desiderio di emancipazione. Atteggiamento che l’ha portata a scegliere di indossare consapevolmente l’hijab e, contemporaneamente, a decidere di lasciare la casa che l’aveva vista crescere per andare incontro al suo destino e ai suoi sogni. Dopo una laurea in Matematica, sceglie di dare spazio alla passione per la scrittura e per il dibattito, decisione che l’ha portata a misurarsi con quella che, di lì a poco, sarebbe diventata una missione: il giornalismo, usato come piattaforma per evidenziare l’importanza di una religione che non giudichi né danneggi le libertà individuali e per rendere note la propria totale adesione alla lotta che i movimenti in difesa delle donne avevano iniziato a ingaggiare nel Paese.

L'ARRESTO FUORI DA UN AMBULATORIO MEDICO

La sua travagliata storia con la giustizia è iniziata nella notte del 31 agosto, quando è stata fermata alla polizia appena uscita da un ambulatorio medico di Rabat. Dove, secondo le dichiarazioni che ha rilasciato in tribunale, si era recata per una grave emorragia interna. Questo ha fatto insospettire le autorità maghrebine che, senza particolari prove a supporto, l’hanno arrestata per aver deciso di interrompere illegalmente la gravidanza. In Marocco, infatti, l'aborto è consentito soltanto se la vita della donna è in pericolo. In tutti gli altri casi, rappresenta un grave reato punibile con il carcere da sei mesi a cinque anni, perseguendo penalmente tanto chi ha scelto di ricorrere all’intervento quanto il medico che se n’è occupato. Esattamente quello che è successo alla giornalista che, portata in carcere e ancora in attesa di processo, è stata arrestata assieme al compagno, al medico che l’ha curata, alla segretaria dello studio e a un’infermiera.

LA SUA DENUNCIA ALLA POLIZIA

Davanti a una violazione dei diritti e della privacy così spietata, Hajar non è rimasta con le mani in mano: costretta a un’ispezione medica utile a confessare «azioni che non ha commesso», ha deciso di denunciare la polizia. Ma non è tutto: attraverso i suoi familiari, ha fatto sapere quanto, in realtà, sia convinta del fatto che il suo arresto c’entri davvero poco con le motivazioni che sono state rese note ma sia legato, piuttosto, a una vera e propria persecuzione politica, innescata da alcuni dei suoi articoli più recenti relativi ai detenuti del movimento islamista per la giustizia sociale Hirak-El Rif, attivo da qualche anno nella regione settentrionale del Rif. Destino che, come scritto anche dal quotidiano francese Libèration, la accomunerebbe a una serie di giornalisti vicini agli ambienti islamisti più conservatori e noti per la loro critica nei confronti dei tentativi di modernizzazione, avanzati dal governo del re Mohammed VI, in fatto di libertà individuali, e barbaramente perseguitati a suon di codice penale, vendette politiche e una spietata invasione della vita privata.

LA VICENDA LEGALE

Vittima dell’ingranaggio della giustizia, da quel 31 agosto la vita di Hajar Raissouni si muove tra un'udienza e l’altra, senza nulla di fatto e con il rischio di dover scontare due anni di carcere sempre più vicino. A poco sono servite le richieste di libertà vigilata e i tentativi dei difensori del medico che l’ha curata di appellarsi all’obbligo di soccorso: «Abbiamo tutti gli elementi medici e scientifici che dimostrano che Hajar Raissouni fosse incinta, ma che il feto fosse già morto quando lei è arrivata in clinica. Non si tratta di aborto, ma di un’operazione di salvataggio a seguito di una grave emorragia interna». Dichiarazioni a cui il procuratore di Rabat si è fieramente opposto nel corso di una conferenza stampa, durante la quale ha elencato una serie di evidenze tangibili a supporto della gravidanza e dell’aborto, sottolineando come l’arresto «non abbia nulla a che fare con la professione di giornalista dell’imputata».

IL SUPPORTO RICEVUTO

La storia di Hajar ha trovato spazio nella stampa internazionale e ha mobilitato una solidarietà che non conosce colore politico, portando all’attenzione di tutti istanze come la violenza delle istituzioni nei confronti delle donne e il rispetto del diritto alla privacy, messo da parte con la divulgazione di particolari clinici legati al caso da parte dei giornali locali. L’Associazione marocchina per i diritti umani, Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto l’immediata scarcerazione della giornalista per violazione delle libertà personali. Non sono mancate, ovviamente, le petizioni da parte del mondo dei giornalisti e dei movimenti femministi che, oltre a denunciare l’arresto in sé, hanno contestato anche la violenza degli esami ginecologici a cui è stata sottoposta: «I medici hanno il dovere di non rendersi complici, rifiutando questo tipo di pratica che arriva da un’altra epoca. E hanno il potere di porvi fine». Una linea di pensiero sposata da Ibtissam Lachgar, militante femminista del Movimento alternativo per le libertà individuali, che ha etichettato le ispezioni ginecologiche a cui è stata sottoposta la 29enne come «uno stupro, oltre che una tortura». E ha proposto la revisione del progetto di legge sulla depenalizzazione dell’aborto, bloccato ormai da anni in Parlamento.

UN MANIFESTO DI SOLIDARIETÀ PER HAJAR

In occasione dell’udienza del 23 settembre, la scrittrice Leila Slimani e l’attivista Sonia Terrab hanno proposto un manifesto di solidarietà alla giornalista e a supporto di tutte le donne marocchine che si trovano a vivere la sua stessa situazione. Tra intellettuali, avvocatesse e ragazze comuni, la raccolta firme ha superato quota 2 mila. «Siamo tutte fuori legge», hanno scritto, «e lo rimarremo fino a quando l'articolo che punisce l’adulterio e vieta l’aborto non cambierà».

LA TRAGICA SITUAZIONE IN MAROCCO

Secondo il manifesto di solidarietà proposto da Slimani e Terrah e pubblicato in prima pagina dal quotidiano francese Le Monde, «nel 2018, in Marocco, sono stati perseguiti più di 14.500 cittadini per atti contro la morale pubblica, di cui 3 mila incarcerati per adulterio». Sul fronte dell’interruzione di gravidanza la situazione è ugualmente preoccupante: ogni giorno, infatti, si praticherebbero dai 600 agli 800 aborti clandestini.

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