21 Settembre Set 2019 0827 21 settembre 2019

Chi è Sandra Day O'Connor, prima giudice donna della Corte Suprema

La Storia la ricorda per il primato che si è conquistata, ma non è stata solo questo. Si è battuta anche per la parità di genere nell'avvocatura e per la legalizzazione del diritto all'aborto.

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sandra day oconnor

Sandra Day O'Connor non ha una storia conosciuta. E non figura neppure tra le donne celebrate dai movimenti femministi come modello. Ma il primato che è riuscita a conquistare ha cambiato la storia della giustizia americana. Scombinando le carte e gettando le basi della battaglia per la parità di genere nelle professioni legali. Era il 21 settembre 1981 quando, appena cinquantenne, veniva eletta prima giudice donna della Corte Suprema, conquistando la piena unanimità del Senato. Ecco la sua storia.

DAL TEXAS A STANFORD

Classe 1930, originaria del Texas, trascorse buona parte della sua vita in un ranch desolato e malmesso di proprietà della sua famiglia. Fu proprio grazie all’intraprendenza dei genitori che, abbandonate le gioie e i dolori della vita bucolica, si trasferì nella vicina cittadina di El Paso, dove frequentò le scuole e iniziò a immaginare il suo futuro a Stanford. Un futuro che non rimase soltanto un sogno di bambina: diplomatasi in anticipo, studiò duramente per partecipare alle selezioni per l’ammissione nella prestigiosa università. E, nonostante il timore di non venire accettata soltanto perché donna, riuscì ad entrare in un programma di studio che le consentì di conseguire ben due lauree, una in giurisprudenza, l’altra in economia, con il massimo dei voti e con un anno d’anticipo rispetto ai suoi colleghi.

L’ELEZIONE A GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA

Non furono certo poche le difficoltà che dovette affrontare per inserirsi nel mondo del lavoro. Negli Anni ’60, infatti, l’America non vedeva ancora di buon occhio le donne che cercavano di farsi strada nell’avvocatura: davanti a un’infinità di porte chiuse e alla proposta di diventare la segretaria di un legale, Sandra decise di accettare un incarico diverso, quello di vicesindaco della contea di San Mateo, in California. E, poco più tardi, si sposò con John O’Connor, suo vecchio compagno di università. Dopo un breve trasferimento in Germania e il ritorno in Arizona, Phoenix divenne il punto di partenza per dimostrare, a chi si ostinava a proporle ruoli alle dipendenze degli uomini, di che pasta fosse fatta. Non si accontentò soltanto di giostrarsi tra lo studio legale appena aperto e la famiglia, ma si impegnò attivamente nella politica locale. Una scelta che le permise di arrivare, passo dopo passo, a cambiare ben 191 anni di storia della Corte Suprema. Grazie a una promessa di Reagan e a una lunga gavetta, il 21 settembre 1981 ottenne la piena unanimità del Senato e, qualche giorno dopo, il 25 settembre, prese ufficialmente servizio come giudice della Corte.

LE BATTAGLIE PERSONALI

Nonostante le aspettative di chi pretendeva si impegnasse a difendere le tradizioni e a soffocare sul nascere qualsiasi novità, nel suo lavoro Sandra ha sempre cercato di conciliare il rispetto delle leggi e l’attenzione ai diritti. Soprattutto a quelli delle donne. Come nel caso del diritto all’aborto e del trattamento delle molestie sessuali nelle scuole. Rispetto all’interruzione di gravidanza, fu a capo della maggioranza dei membri che votarono alla legalizzazione della pratica (anche in forme piuttosto discusse come l’aborto tardivo, messo in atto dopo la 20esima settimana) e alla tutela della libertà individuale di disporre del proprio corpo come meglio si crede. Ebbe modo di dimostrare lo stesso polso anche nel valutare la tematica degli abusi nelle scuole, ribadendo la necessità di colpevolizzare severamente l’indifferenza che i presidi di molti istituti avevano dimostrato davanti alla denuncia delle vittime. E lavorando a un programma di facilitazioni utile a incrementare le opportunità offerte a donne e minoranze sul luogo di lavoro e a contrastare concretamente discriminazioni e molestie. Nel 2006, dopo ben 25 anni, decise di abbandonare la Corte Suprema e, dopo qualche anno, iniziò a scrivere Lazy B: Growing up on a Cattle Ranch in the American Southwest, memoir sulla sua vita, sulla sua carriera e sulla straordinaria conquista che l’aveva portata a fare la Storia. Un modo per farsi conoscere alle nuove generazioni e, soprattutto, per fermare nel tempo i ricordi. Quei ricordi di cui non riusciva più a tenere traccia così facilmente a causa dell’aggravarsi di una demenza senile che, ben presto, si rivelò essere Alzheimer.

STORIA DEL SUO DRAMMA PRIVATO

Quella che, sul lavoro, appariva come una donna sicura e indistruttibile, nel privato si trovò a fare i conti con un dolore, spesso, ben più grande di lei. Nel 1990 il marito John iniziò a soffrire di Alzheimer: la situazione si aggravò, precipitando nel giro di qualche anno. Al punto che Sandra fu spesso costretta a portarlo con sé in Corte Suprema, per non lasciarlo da solo in casa e per evitare che si facesse del male. Dividendosi tra lavoro e famiglia, fece di tutto per prendersi cura di lui in prima persona. E, dopo il 2009, continuò a tenerlo vivo nei discorsi e nelle memorie di una vita passata insieme.

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