Femminismo

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26 Luglio Lug 2019 1553 26 luglio 2019

Perché la fotografa Diane Arbus è una femminista

Ha scelto un percorso di vita non convenzionale, riuscendo poi a coniugare carriera e maternità. Tra i suoi soggetti ci sono state tante donne della sua New York. Il ricordo a 48 anni dalla morte.

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Diane Arbus

Distrutta da una grave depressione, Diane Arbus scelse di andarsene il 26 luglio 1971, ingerendo una forte dose di barbiturici e tagliandosi i polsi nella vasca da bagno. A distanza di tanti anni dalla morte e dai suoi ultimi scatti, sono in tanti a considerarla una vera femminista. Un’etichetta, questa, che in vita non avrebbe per niente gradito: «Diane trovava incomprensibile il femminismo», raccontò una volta l’attivista (lei sì femminista) Ti-Grace Atkinson, fotografata per Newsweek.

PER AMORE ANDÒ CONTRO LA FAMIGLIA

Alla fine, potremmo dire che Diane Arbus è stata una femminista a sua insaputa. Lo è diventata attraverso le sue fotografie, e più in generale grazie alle scelte fatte durante la sua esistenza. Senza cercarlo, ma lo ha fatto. In che modo? Innanzitutto, Arbus è, oggi come ieri, una role model a cui ispirarsi. È stata una donna forte, che per sé stessa ha rifiutato un percorso convenzionale: a 14 anni si innamorò di Allan Arbus, commesso dei grandi magazzini Russek's di proprietà della dalla ricca famiglia ebrea di New York in cui era nata, i Nemerov, e se lo sposò non appena compì 18 anni, il 10 aprile del 1941, nonostante il rapporto non fosse ben visto (eufemismo) dai suoi.

MAMMA IN CARRIERA (E SEMPRE IN GIRO)

Qualche anno dopo il matrimonio, Diane Arbus iniziò a lavorare come fotografa insieme al marito. E lo fece quando era già mamma, in un’epoca in cui le donne con figli (ne ebbe due, femmine: Amy e Doon) se ne stavano a casa. Lei fece l’opposto: girava come una trottola alla ricerca dei suoi soggetti, che spesso erano dei freak, andava da loro e li ritraeva nel loro ambiente, li faceva guardare in camera e poi li immortalava. Sfidò le convenzioni sovvertendo il concetto di bello e brutto, come ha raccontato Fur, film biografico in cui è stata interpretata da Nicole Kidman. Mamma attenta, dicevamo, e moglie devota (almeno finché è durato il matrimonio), ma sempre al lavoro. Come ha scritto il suo biografo Arthur Lubow, autore del volume Diane Arbus: Portrait of a Photographer, «in una pagina della sua agenda si sarebbe potuto leggere ‘Comprare il regalo di compleanno per Amy e poi andare all’obitorio’».

'Woman carrying a child in Central Park'

Quando fotografava le donne di New York, indagava su cosa significasse essere ‘femmina’ in quella città, molto diversa da quella che conosciamo oggi. Attraverso le sue fotografie, esaminava le sue preoccupazioni, le sue lotte, le sue stesse passioni. Mentre camminava per la città in cerca di un soggetto da fotografare, spesso cercava una figura femminile che le ricordasse sua madre, sua nonna, forse persino sé stessa. Qualche esempio? La foto Woman carrying a child in Central Park, che ritrae appunto una giovane donna ben vestita, che porta in braccio un bambino addormentato: ha lo sguardo basso, le labbra semiaperte, sembra tesa, una tensione che può essere quella di una madre attenta ai suoi figli.

'Lady on a Bus'

Lady on a Bus, invece, mostra una signora su un autobus di New York: ha chiaramente prestato molta attenzione al suo aspetto e per questo sembra fuori posto, avvolta in una grande pelliccia con un berretto nero appollaiato sulla testa e mani guantate. Dignità con un tocco di assurdità. La sua cifra stilistica. E lo sguardo fisso in camera. Diane Arbus amava fotografare chi viveva ai margini, chi lottava ogni giorno per andare avanti. Decenni prima che gli Stati Uniti legalizzassero i matrimoni omosex, che facessero progressi verso i diritti dei transessuali, che affrontassero di petto il problema della discriminazione di genere, lei era già lì.

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