18 Luglio Lug 2019 1315 18 luglio 2019

La ragazza che levita, una favola nera contro il patriarcato

Vi proponiamo un estratto del romanzo dell’autrice gotica Barbara Comyns. Uscito in Inghilterra nel 1959, il volume è adesso disponibile anche in Italia edito da Safarà. 

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Barbara Comyns Libri La Ragazza Che Levita

Un incrocio tra Flannery O’Connor e Stephen King. Barbara Comyns, una delle più enigmatiche autrici del Novecento inglese, potrebbe essere descritta così. Poco conosciuta in Italia ma di culto al di là della Manica, nata nel 1907 a Warwickshire fu molte cose prima di diventare scrittrice: imprenditrice, artista outsider, modella, madre e moglie, due volte. Dopo un infelice matrimonio in giovane età, si sposò con Richard Strettell Comyns Carr e con lui si stabilì a Londra, dove ebbe modo di dedicarsi alla scrittura: esordì tardi, a 40 anni, ma fece in tempo a regalare ai lettori 11 spiazzanti romanzi gotici caratterizzati da un punto di vista femminile e permeati dal grottesco familiare, suo marchio di fabbrica. Impregnato di riferimenti autobiografici, La ragazza che levita è una favola nera che denuncia gli orrori del patriarcato di epoca edoardiana attraverso la storia di Alice, terrorizzata dalle angherie del padre-padrone, un veterinario brutale e misogino (il titolo originale è The Vet’s daughter): Barbara Comyns mostra il crudele trattamento che veniva riservato alle mogli e alle figlie, descrivendo i rituali della società inglese e la compostezza nella disperazione, in un realismo magico tutto british che porta i lettori per le strade dei sobborghi di Londra, dentro case abitate da personaggi difficili da dimenticare.

Quando andai a sparecchiare i piatti di mio padre lo trovai seduto con le sue mani quadrate sul tavolo, ognuna su un lato del piatto, tutto imbrattato adesso di cibo rappreso. Misi le porcellane sporche sul vassoio. Non mi piacque affatto prendere il piatto dalle sue mani spaventose; persino le sue dita avevano dei peli scuri. Con mio sollievo lasciò improvvisamente il tavolo e si sedette sulla poltrona di pelle. Sentivo che mi stava osservando e le mie dita tremavano mentre cercavo di sparecchiare. D’un tratto gridò: «Sbrigati, ragazza! Per l’amor del Cielo, smettila di tergiversare! Voglio parlarti». In un modo o nell’altro riuscii a portare le cose in cucina ma quando tornai per il nervosismo urtai contro la porta, il che fece scoppiare il latrare dei cani lungo tutto il corridoio. Entrai nella sala, dove c’era ancora mio padre che mi guardava. Rimasi in piedi sulla porta tenendo stretta la maniglia in modo da poter fuggire in velocità se ce ne fosse stato bisogno. Prese delle pastiglie al catecù dalla scatoletta d’argento appesa alla sua catenella dell’orologio e mentre le masticava non smise di fissarmi; quell’odore dolce che associavo a mio padre mi terrorizzava ancor di più, sebbene alle altre persone dovesse sembrare piuttosto innocuo.

All’improvviso iniziò a parlare in modo studiato, come se avesse fatto delle prove. «Ci sono cose che dobbiamo dirci, e io le dirò adesso. La cosa più importante è che tu domani lascerai questa casa. Spero di non vederti mai più. Questo giovane Peebles sembra averti presa e, perdio, può tenerti! Non sei mai stata mia figlia. Lo sai che non sei stata capace di camminare prima di compiere due anni? Mi dava il voltastomaco vederti battere le mani sul tuo sedere invece di camminare come un bambino perbene. Guardati adesso, pallida e malaticcia come un pezzo di stoffa sbiadito, senza un filo di carne attorno all’osso. Ma nonostante tu sia una creatura miserevole e in nessun modo possa dirti mia figlia, ti ho mai lesinato nulla? Dimmelo!».

«No, padre» sussurrai. Mi scoccò un’occhiata feroce e continuò: «Lo sai che ho sposato tua madre per la miserabile cifra di cento sterline? Se avessi aspettato un anno, anche meno di un anno, avrei avuto dieci volte quella somma di denaro, ma tua madre mi ha incastrato con quel miserabile centone. L’avrei potuta perdonare se avesse prodotto un figlio, ma non è stata in grado di fare nemmeno quello. Suo fratello la chiamava “ratto canterino”, insieme ad altri stupidi nomignoli; ma ben presto l’ho fatta cantare dal lato sbagliato della bocca, e se l’è meritato. Ma non le ho mai fatto mancare nulla». La sua voce si incrinò e i suoi occhi non mi guardavano più. Parlava con qualcun altro. «Non ti ho mai fatto mancare nulla, sebbene fossi meno di una governante per me. Ti avrei potuto voltare le spalle per avermi truffato, per la tua natura malaticcia, ma ti ho permesso di stare qui come Mrs. Rowlands, sebbene mi disgustasse la tua vista e quella della tua fastidiosa figlia. Ora sei morta, ed è un bene per entrambi. Quella schifosa malattia ti stava facendo marcire; stai meglio da morta, te lo dico io. Non ti ho mai lesinato nulla; sei tu che hai lesinato a te stessa. Ti ho dato una bella bara. Cosa vuoi di più? È tua figlia, quella creatura bianca come un cencio…». Mio padre non si accorse che avevo abbandonato la stanza.

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