28 Giugno Giu 2019 0833 28 giugno 2019

Chi sono Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera dei moti di Stonewall

Transgender, amiche, attiviste, secondo i racconti furono tra i volti più noti della protesta che, scoppiata nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, cambiò il movimento dei diritti LGBTQ.

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Era la notte tra il 27 e 28 giugno del 1969 quando a New York transessuali, drag queen, uomini e donne omosessuali, in poche parole la comunità che oggi viene definita LGBTQ, decisero di ribellarsi contro quella che era una vera e propria oppressione da parte della polizia locale. Una decisione che si trasformò nei moti dello Stonewall, dal nome dello Stonewall Inn un gay bar nel quartiere di Greenwich Village a Manhattan, che durarono un'intera settimana. Non è chiaro quale fu il motivo scatenante della rivolta, ma durante quei giorni, furono oltre duemila le persone che manifestarono contro le forze dell'ordine che arrestarono una ventina di contestatori. Una settimana che cambiò per sempre il movimento dei diritti civili degli LGBTQ catapultando la questione a livello nazionale. Sono passati 50 anni dal quella notte che New York si prepara a festeggiare con il suo primo World Pride. Tra le iniziative previste c'è anche la costruzione di un memoriale dedicato a Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, due donne transgender che hanno contribuito alle proteste. Un riconoscimento tardivo, ma importante per quello che hanno rappresentato all'epoca.

MARSHA P. JOHNSON

Nata nel 1945, nel New Jersey, Marsha iniziò a indossare abiti femminili all'età di cinque anni. Decise poi di smettere per un periodo per evitare le molestie dei ragazzi del vicinato. In un'intervista del 1992, raccontò infatti di essere stata anche vittima di violenza sessuale. Certo all'epoca era ancora più difficile essere omossesuali ed essere accettati. Secondo la madre di Marsha chi non era etero era addirittura «peggio di un cane». Insomma l'allora Malcolm Michaels Jr. (questo era il suo nome di battesimo) doveva andarsene al più presto e così fece appena diplomata: con solo 15 dollari in tasca e un sacco di vestiti si trasferì a New York dove nel 1966 iniziò a lavorare come cameriera. Gay, travestito, (drag) queen, così si definiva lei quando ancora il termine transgender era poco utilizzato. Black Marsha fu invece lo pseudonimo che utilizzò per le sue prime esibizioni. Marsha P. Johnson arrivò solo dopo: la P. stava per «pay it no mind (non farci caso)», frase che utilizzava sarcasticamente quando le facevano domande riguardo il suo genere, Johnson invece era il nome di un ristorante sulla 42esima strada. Anni dopo dichiarò di essere una delle prime drag queen a frequentare lo Stonewall Inn, dopo che venne aperto anche alle donne e alle drag queen (prima era un bar per soli uomini gay). E per molti fu lei una delle tre persone che iniziarono la rivolta. Secondo alcuni resoconti avrebbe lanciato un bicchiere contro uno specchio del locale urlando «I got my civil rights (Anche io ho i miei diritti civili». Altri invece raccontano che Marsha avrebbe lanciato un mattone contro un agente di polizia. Leggende che Johnson ha poi smentito negli anni dicendo di essere arrivata solo a rivolta iniziata.

Dopo la rivolta, Johnson si unì al Gay Liberation Front per poi fondare, insieme all'amica Sylvia Rivera, l'organizzazione Street Transvestite Action Revolutionaries (STAR). Le due diventarono una presenza nota alle marce di liberazione omosessuali. Intanto inaguravano la STAR House, un rifugio per ragazzini gay e transessuali, pagando l'affitto con il denaro che guadagnavano prostituendosi. La vita turbolenta e i tanti arresti (oltre 100) sono probabilmente la causa delle crisi mentali che la colpirono dal 1970 fino alla sua morte nel 1992 quando il suo corpo venne ritrovato nel fiume Hudson. La polizia bollò il decesso come suicidio, ma gli amici si rifiutarono di accettare questa ricostruzione. Furono infatti diversi i testimoni che si fecero avanti raccontando di aver visto alcuni teppisti che la molestavano, ma le forze dell'ordine non erano interessate ad indagare. Eppure sono tanti quelli che non l'hanno dimenticata tanto che le sono stati dedicati documentari ed è stata rappresentata e omaggiata in film ed opere d'arte. Nella sua trasmissione RuPaul's Drag Race, la cantante e conduttrice ha definito Marsha un'ispirazione, «la vera Drag Mother» che «ha aperto la strada a tutte» le drag queen.

SYLVIA RIVERA

Di origini portoricane e venezuelane, Sylvia Rivera è nata, invece, a New York in un taxi di fronte al Lincoln Hospital. Abbandonata dal padre e presto orfana dopo il suicidio della madre, crebbe con la nonna che non condivideva i suoi modi femminili. Così all'età di 11 anni Sylvia iniziò a vivere in strada entrando in contatto con la comunità di Drag queen della città. Secondo i racconti riguardanti i moti di Stonewall Inn fu la prima a lanciare una bottiglia contro i poliziotti. Negli Anni '90, pur rimanendo in contatto col movimento gay, decise di limitarsi a partecipare ai Pride annuali. Intanto l'uso di sostanze stupefacenti la portarono a un tracollo e alla vita da senzatetto. Nel 1994, sempre più delusa dall'emarginazione delle persone transgender da parte della comunità omosessuale, decise di mettersi alla testa della cosiddetta marcia illegale, un gruppo di manifestanti respinti dagli organizzatori del Pride. Discriminazioni che spesso l'hanno portata a tentare il suicidio. Poi nel 2000, insieme ad altri attivisti, rilanciò lo STAR. Due anni dopo la morta a causa di un tumore al fegato.

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