18 Maggio Mag 2019 0831 18 maggio 2019

La storia e le foto di Eve Arnold

«Sono una donna e volevo conoscere le donne», così l'artista, i cui scatti sono protagonisti di una mostra a Villa Bassi di Abano Terme in provincia di Padova, sintetizzava il suo lavoro. 

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Eve Arnold Foto Mostra

Ruota attorno all’universo femminile la mostra Eve Arnold. Tutto sulle donne, allestita alla casa museo Villa Bassi di Abano Terme in provincia di Padova fino all’8 dicembre. Con gli scatti realizzati dalla fotografa americana, che contende alla collega Inge Morath il primato dell’ingresso in un ambito professionale prettamente maschile, l’agenzia parigina Magnum, fondata nel 1947 da Robert Capa, per la quale lavoravano nomi del calibro di Henry Cartier – Bresson. La rassegna veneta propone ritratti di star come Marilyn Monroe e Marlene Dietrich, ma anche immagini delle giovani afroamericane di Harlem, delle afgane che si nascondono dietro al velo o di casalinghe inglesi colte nella routine quotidiana. Un’opportunità di ripercorrere la vita e il lavoro di una pioniera, come racconta a LetteraDonna il curatore dell’evento Marco Minuz, che cita una frase significativa di Eve: «Essere una donna è un meraviglioso vantaggio nel fotografare. Agli uomini piace essere fotografati dalle donne, diventa provocante e divertente, e le donne sentono meno l’implicazione emotiva», ci racconta lui a poche ore dall'apertura al pubblico in programma il 17 maggio, il giorno prima della Giornata internazionale dei musei, che con eventi e incontri in tutta Italia, punta i riflettori sul ruolo di riferimento che gallerie e pinacoteche rivestono sempre più spesso nella vita sociale delle città.​

IL FASHION DI HARLEM, QUARTIERE NERO DI NEW YORK

Ma torniamo ad Eve. Figlia di un rabbino russo emigrato negli Stati Uniti, nel 1950 frequentò un corso di fotografia alla New School of Social Research di New York, sotto la guida di Alexey Brodovitch, direttore della rivista Harper's Bazaar. Per un’esercitazione, ricorda Minuz, decise di realizzare un servizio sulle sfilate di moda di Harlem. «Per un anno seguì le modelle, che erano molto disponibili, analizzando il contesto afroamericano, che cercava di avvicinarsi allo stile della parte più influente della Grande Mela. Eve colse il fermento civile della comunità, attraverso immagini nelle quali si delineano già i tratti del suo modo di fotografare, con scatti non posati, naturali, senza le luci». Il servizio, considerato scandaloso dal mercato editoriale americano, venne accettato dalla rivista londinese Picture Post, che ne fece otto pagine, copertina compresa.

L’INGRESSO ALLA MAGNUM E I VIAGGI AD HAITI

Proprio grazie a questo lavoro, che colpì Cartier – Bresson, la giovane entrò nella Magnum, con la quale collaborò stabilmente, facendo reportage da tutto il mondo, con un occhio di riguardo per la condizione femminile. Il suo interesse per il sociale emerge anche nelle immagini che documentano i due viaggi ad Haiti: nel ’54 Eve si fece accompagnare dalla prima donna medico dell’isola, che la mise in contatto con persone di diversa estrazione, facendole visitare un ospedale psichiatrico in cui una casa farmaceutica americana stava testando un medicinale, un tranquillante, su diversi pazienti. Nel secondo viaggio illustrò la pratica illegale dei riti voodoo, un mix di tradizione cristiana e gestualità tribale.

Festa di matrimonio, Dubai, Emirati Arabi, 1971.

Caption © Eve Arnold / Magnum Photos

IL DOLORE PER L’ABORTO E L'INTERESSE PER LA MATERNITÀ

Ma c’è un servizio che diede alla fotografa un enorme successo, come spiega Minuz: «Nel ’59, quando era già membro effettivo della Magnum, Eve riprese all’interno del Mother Hospital di Port Jefferson, nello stato di New York, i primi minuti di vita dei neonati, dal taglio del cordone ombelicale ai primi contatti con la mamma, al primo bagnetto». Tra queste immagini in bianco e nero, che furono pubblicate da Life, c'è anche quella che inquadra la mano di una madre mentre prende la manina minuscola del suo bimbo: «Questo scatto, utilizzato anche in campagne pubblicitarie, diede a Eve tante risorse, permettendole di affrontare altre iniziative». Fra l’altro anche a livello umano A baby’s first five minutes fu una tappa importante, perché rappresentò per la fotografa una sorta di terapia, per superare il trauma legato al dolore di un aborto.

HOLLYWOOD E DINTORNI

Nel corso degli Anni '50 Eve entrò nel lustrinato mondo delle star di Hollywood, a partire da Marilyn, con la quale rimase in contatto fino alla scomparsa dell’attrice. L’obiettivo dell’americana ritrasse fra le altre anche Joan Crawford e Marlene Dietrich, alle quali la mostra di Abano Terme dedica uno spazio ad hoc.

LE DONNE NASCOSTE DIETRO IL VELO

Nel decennio successivo invece l'artista si cimentò nel progetto Behind the veil, che intendeva documentare l’uso del velo fra le musulmane. Questo impegno la portò a viaggiare in Medio Oriente, un’area sulla quale si documentò in maniera meticolosa prima di partire. Nel ’69, sottolinea il curatore della mostra, «fece foto a colori in cui riprendeva le afgane che indossavano il velo nonostante fosse proibito per legge. In questo contesto il fatto di essere una donna con la macchina fotografica la agevolò, perché le altre donne si fidavano di lei e si sentivano a loro agio». L’anno dopo andò in Egitto e nel ’71 negli Emirati Arabi, dove riprese un harem. Sempre sul tema del velo l’americana realizzò un documentario per l’emittente inglese BBC. Di poco successivo è il reportage sull’apartheid dal Sud Africa, dove la Eve immortalò le condizioni di vita di molti neri nel distretto di Zululand, scattando molto all’interno dell’ospedale del posto.

Un’infermiera ascolta il battito cardiaco fetale, Zululand, Sud Africa, 1973.

Caption © Eve Arnold / Magnum Photos

IL LAVORO DELLE CASALINGHE

Nel frattempo si era trasferita con il marito e il figlio in Inghilterra, dove rimase per il resto della sua vita. E proprio nel Regno Unito firmò un altro servizio che nelle sale di Villa Bassi ha un impatto dirompente: è Frantic Housewife, dedicato alle casalinghe inglesi. Minuz racconta che «in mostra ci sono stampe di grandi dimensioni, due metri per uno e mezzo, delle foto in cui Arnold pone attenzione ai gesti quotidiani delle donne di casa, facendo una sorta di inventario di azioni come rammendare, stirare, stendere il bucato, preparare da mangiare, sfornare biscotti, che denotano ancora una volta il suo interesse per il sociale». Un interessa che non sorprende. Basta ripensare alle parole con cui lei sintetizzava la sua missione: «Sono stata povera e ho voluto documentare la povertà. Avevo perso un figlio ed ero ossessionata dal parto. Ero interessata alla politica e volevo sapere come influenzava le nostre vite. Sono una donna e volevo conoscere le donne».

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