Femminismo

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27 Febbraio Feb 2019 1729 27 febbraio 2019

Quattro storie di sport femminista che hanno ispirato lo spot Nike

Caster Semenya, Becky Hammon, Kathrine Switzer e Ibtihaj Muhammad, donne che sfidarono le convenzioni per sconfiggere il sessismo. La pubblicità con la voce di Serena Williams. 

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Spot Nike Donne Serena Williams

Quello dello sport è un ambiente sessista. Lo testimoniano i fatti recenti del calcio, con le frasi di Fulvio Collovati sulle donne che non possono parlare di tattica, le polemiche intorno a Wanda Nara, moglie e procuratrice di Mauro Icardi, le frasi che nel 2015 furono pronunciate dal presidente della Lega nazionale dilettanti Felice Belloli, stanco di dover destinare fondi a «queste quattro lesbiche». Lo testimonia, in generale, la situazione delle atlete, private per legge in Italia dello status di professioniste e, in generale considerate sempre meno dei colleghi maschi. Ad accendere i riflettori sulla questione ci pensa ora uno spot della Nike, presentato durante la notte degli Oscar. Dream crazier, è il titolo, sognate più pazzo. La voce fuori campo di Serena Williams e una carrellata di immagini raccontano come le atlete siano vittime di stereotipi di genere. «Se mostriamo emozioni ci definiscono teatrali, se vogliamo competere con gli uomini, siamo pazze», e il pensiero va a Lindsey Vonn, alla sua voglia rimasta inesaudita di gareggiare coi colleghi maschi, alle accuse di farlo per marketing, allo scetticismo sull'operazione perché «che senso ha?», e pazienza se nel 1973 Billie Jean King fu capace di battere Bobby Riggs su un campo da tennis. «Se sogniamo di avere pari opportunità, siamo illuse», e viene da pensare alla battaglia condotta e vinta dalla nazionale Usa di calcio femminile per ottenere compensi identici a quelli dei decisamente meno titolati colleghi maschi (ma anche, a voler essere maligni, a quella delle dipendenti Nike che hanno denunciato discriminazioni e molestie sul lavoro). Il video prosegue, continua a elencare luoghi comuni, poi svela come sfidare le barriere abbia portato atlete del passato a ottenere risultati straordinari. Storie vere, di sport e di diritti. Eccone quattro.

CASTER SEMENYA

«Quando siamo troppo brave, c'è qualcosa che non va in noi». Le parole pronunciate da Serena Williams accompagnano la corsa di Caster Semenya, mezzofondista sudafricana che nel 2009, appena 18enne, vinse la medaglia d'oro negli 800 metri ai Campionati del Mondo di atletica leggera di Berlino e vide messa in dubbio la sua sessualità. Caster aveva un aspetto mascolino, forse dovuto a una disfunzione ormonale, e fu obbligata a sottoporsi a una serie di controlli sotto l'egida della Iaaf, la Federazione internazionale di atletica leggera. I risultati dei test non sono mai stati resi noti, ma alcuni leaks parlarono di una forma di intersessualità. Semenya tornò a gareggiare, nel 2012 fu portabandiera del Sudafrica ai Giochi Olimpici di Londra, chiuse al secondo posto la gara degli 800 metri ma tre anni dopo l'argento fu trasformato in oro dalla squalifica per doping della russa Mariya Savinova. Nel 2016 conquistò l'oro a Rio e tornò al centro delle polemiche per via della sospensione dei limiti di testosterone decisa dalla Iaaf un anno prima a seguito del caso Dutee Chand contro la Federazione indiana di atletica leggera: non c'erano elementi sufficienti per affermare con certezza che il livello dell'ormone influisse sulle prestazioni atletiche delle donne. Nel 2018 quei limiti sono stati fissati, ma solo per chi corre 400, 800 e 1500 metri, casualmente proprio le tre distanze corse da Caster Semenya.

KATHRINE VIRGINIA SWITZER

Nel 1967 una donna si registrò per la prima volta alla Maratona di Boston. Kathrine Virginia Switzer riuscì ad aggirare la regola che impediva la partecipazione alle maratonete iscrivendosi solo con le proprie iniziali: K. V. Switzer. Corse col pettorale numero 261, un ufficiale di gara cercò di fermarla e strapparglielo di dosso, riuscì a conservarlo grazie all'intervento del fidanzato Tom Miller, ex giocatore professionista di Football americano, e arrivò al traguardo in 4 ore e 20 minuti. Un'altra donna era arrivata quasi un'ora prima, Roberta Gibb, che aveva corso senza pettorale e senza registrazione, nascondendosi tra gli alberi nell'area della partenza così come aveva fatto un anno prima. Cinque anni più tardi, nel 1972, alle donne fu permesso di partecipare alla maratona di Boston. Switzer continuò la sua carriera, fu la prima donna a tagliare il traguardo nella maratona femminile di New York del 1974, chiudendo al 59esimo posto complessivo, fu nominata la runner donna del decennio 1967-1977 dal Runner's Wolrd Magazine e nel 2011 è stata inserita nella National Women's Hall of Fame «per aver creato una rivoluzione sociale emancipando le donne del mondo attraverso la corsa».

BECKY HAMMON

Nel 2013, dopo un infortunio al crociato anteriore del ginocchio sinistro, la cestista professionista della Wnba Becky Hammon decise di sfruttare il proprio tempo partecipando agli allenamenti e alle riunioni dello staff tecnico dei San Antonio Spurs. Gregg Popovich, storico coach dei texani, rimase talmente colpito dall'attitudine e dal talento di Hammon da assumerla come propria assistente. Nel 2015, dopo un anno di gavetta, Becky si vide affidare la guida degli Spurs durante la Summer League di Las Vegas, il campionato estivo di preparazione alla stagione ufficiale, concludendo al primo posto. Becky Hammon è stata la prima head coach donna a vincere la Nba Summer League, la prima head coach donna a guidare una squadra Nba, la seconda assistant coach della lega professionistica americana maschile dopo Lisa Boyer, che nel 2001 lavorò come volontaria nei Cleveland Cavaliers di John Lucas. Nel 2016 Hammon divenne anche la prima donna a essere scelta nello staff tecnico dell'All Star Game Nba. Dopo aver fallito per pochissimo un colloquio come General Manager dei Milwaukee Bucks, è rimasta a San Antonio, con grande gioia di Popovich. Sebbene qualcuno continui a considerare un tabù quello di un'allenatrice capo, LeBron James si è dichiarato pronto a essere guidati da una coach e Pau Gasol, ala-centro degli Spurs, ha lanciato un appello perché qualcuno dia una panchina a Hammon: «Se la merita».

IBTIHAJ MUHAMMAD

A Rio 2016, per la prima volta, un'atleta di nazionalità statunitense ha partecipato a un'Olimpiade indossando l'hijab. Ibtihaj Muhammad è una sciabolatrice di Maplewood, New Jersey, figlia di genitori nati negli Stati Uniti e convertiti all'islam. Quando era bambina, mamma e papà cercavano uno sport che potesse praticare rispettando i principi coranici, e la scherma, con quelle divise bianche e la possibilità di tenere il velo sotto la maschera, sembrò il più opportuno. Aveva 13 anni quando entrò nella squadra della Columbia High School. Laureatasi in Relazioni internazionali alla Duke University, entrò nella nazionale americana di sciabola femminile nel 2010. A Rio ha conquistato la medaglia di bronzo nella prova a squadre dopo aver incontrato l'allora presidente americano Barack Obama, e avergli dato una lezione di scherma. Nel 2014 ha lanciato la linea di moda halal Louella, nel 2017 la Mattel le ha dedicato una Barbie. Pur rappresentando un simbolo di tolleranza americano, Ibtihaj Muhammad ha raccontato di non sentirsi al sicuro in quanto musulmana residente negli Stati Uniti. L'inclusione della sua storia nello spot della Nike è il segnale di una volontà di portare avanti un femminismo che sia quanto più inclusivo e multi-culturale possibile.

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