24 Febbraio Feb 2019 1409 24 febbraio 2019 Aggiornato il 25 febbraio 2019

Yalitza Aparicio, la prima indigena messicana agli Oscar

Anche se non aveva mai recitato prima di Roma, è riuscita a strappare una candidatura al premio. Anche se non l'ha vinto, per Time la sua è l'interpretazione dell'anno. Viaggio alle origini di una star.

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Yalitza Aparicio Roma Oscar

Secondo Time, la sua Cleo è stata la migliore interpretazione del 2018, è stata candidata ai Satellite Awards e ai Critic's Choice Awards, ha vinto agli Hollywood Film Awards e il 24 febbraio è stata tra le protagoniste del Red carpet degli Oscar, dove ha ottenuto la nomination come migliore attrice protagonista. E pensare che Yalitza Aparicio, prima di Roma, non aveva nemmeno mai pensato di poter fare l'attrice. Al provino per il film ci è capitata un po' per caso e un po' per volontà della sorella. Yalitza non sapeva nemmeno chi fosse Alfonso Cuarón, non conosceva la trama del film (ma del resto non l'avrebbe conosciuta nemmeno durante le riprese, per esplicita volontà del regista che rivelava i dettagli del copione direttamente sul set o pochi giorni prima delle riprese), non sapeva nemmeno se fidarsi di quel provino: «Avevo paura che non fosse un casting ma una trappola, nella mia comunità cose come questa non sono mai state fatte. Era qualcosa di nuovo e strano», ha raccontato in un’intervista durante il Festival Cinematografico di Morelia, «Nessuno diceva il nome del regista o dettagli sul film, niente. Avevo paura perché l'unica cosa che mi era stata raccontata era che sarebbe stato un film girato a Città del Messico e che non erano preoccupati né dell'età, né dell'aspetto fisico delle donne che stavano facendo le audizioni, quindi era tutto molto strano».

LA SECONDA MESSICANA AGLI OSCAR

Che era un provino vero l'avrebbe scoperto presto, così come presto il regista premio Oscar per Gravity si sarebbe convinto di avere di fronte la donna giusta per interpretare quel personaggio ispirato a Libo, tata della sua infanzia. Yalitza era, come l'ha definita Time, «il gioiello che un regista cerca sempre e potrebbe non trovare mai», quella ragazza che studiava come maestra di scuola primaria sarebbe diventata la prima donna indigena e la seconda messicana in assoluto a guadagnarsi una nomination per gli Oscar dopo Salma Hayek, candidata nel 2002 per Frida. Prima, però, avrebbe dovuto risalire le sue origini e allo stesso tempo allontanarsene, lasciando per la prima volta la sua comunità a Heroica Ciudad de Tlaxiaco, nello Stato di Oaxaca per partecipare alla seconda serie di provini, un'esperienza che, come avrebbe raccontato in un'intervista a Vox, visse con «un misto di apprensione e curiosità. Ma dato che ero con mia madre, mi sono sentita un po' più sicura». La madre di Yalitza ha avuto una posizione particolare nella sua vita e ha certamente influenzato la sua interpretazione in Roma. Una mamma single che deve crescere i propri figli da sola, esattamente come capita nel film, impiegata come cameriera a bambinaia in una famiglia della borghesia messicana, come la Cleo della finzione. Naturale che l'esperienza personale sua e della madre giocasse un ruolo fondamentale nella prima esperienza artistica di Aparicio, che ha raccontato di avere a volte accompagnato la madre sul posto di lavoro, facendo anche lei, a suo modo, quel tipo di esperienza.

ALLE PRESE CON LE SUE ORIGINI

Ma per il suo primo film, Yalitza è dovuta tornare alle sue radici. Figlia di padre mixteco, non aveva mai parlato la lingua della sua etnia prima di ritrovarsi sul set. Ed è in mixteco anche il titolo sulla copertina del numero di dicembre di Vogue México: «In tiu’n ntav’i», è nata una stella, recita il claim accanto a una sua foto in Gucci. Una cover storica e dal potente significato simbolico, perché in un Paese che per il 15% è ancora popolato da discendenti degli indigeni e che per l'80% ha una popolazione meticcia, l'immagine perpetuata dai media è ancora fortemente bianca. Secondo una ricerca di BuzzFeed Messico, in alcune pubblicazioni meticci e indigeni sono ritratti in appena il 2% delle immagini, una percentuale così esigua da risultare sostanzialmente insignificante. Che il problema sia concreto è confermato anche dal body shaming che sui social ha accompagnato il servizio di Vogue su Yalitza Aparicio, con l'attrice definita «brutta» e «nera» da molti utenti.

UNA BATTAGLIA CONTRO GLI STEREOTIPI

«Stiamo spezzando certi stereotipi, che solo persone con un determinato profilo possono essere attrici o finire sulla copertina dei magazine», ha commentato Aparicio, «altre facce del Messico cominciano a essere riconosciute. È qualcosa che mi rende felice e orgogliosa delle mie radici». «Possiamo continuare ad alzare le nostre voci e dire “sì”, come donne indigene possiamo andare in tv e finire nei film, o comparire sulla cover di una rivista», ha affermato Esther Poot, 24enne attivista maya e insegnante di scuola materna nello Stato sud-orientale di Quintana Roo, «è eccitante ma anche motivante». Ecco perché il servizio di Vogue su Yalitza Aparicio, arrivato in un momento in cui il nuovo governo messicano del presidente populista Andrés Manuel López Obrador prometteva di inserire tra le priorità la questione indigena, ha un significato particolare, e la sua nomination agli Oscar, premio spesso accusato di scarsa inclusività, ha un peso non indifferente. È una questione anti razzista ma anche profondamente femminista. Nelle stesse pagine, l'attrice viene ritratta con un vestito di Dior che fa esplicito riferimento alle escaramuzas, cavallerizze che si battono per un ruolo riconosciuto nella charrería, pratica sportiva che prende le mosse dalla cultura dei charros, i cowboy messicani, impegnati a cavallo o a domare tori. Consapevole o meno, Yalitza Aparicio è diventata il simbolo di un femminismo fortemente localizzato, non uniformato ai canoni della cultura bianca. Un discorso di donne e tradizioni che reclamano la loro dignità e affermano la loro presenza dopo essere state troppo a lungo emarginate e dimenticate da conquistadores che hanno imposto i loro canoni culturali ed estetici, cancellando ogni altra identità.

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