22 Novembre Nov 2018 0800 22 novembre 2018

Chi era Marie Colvin, la reporter protagonista di 'A private war'

Il film in uscita il 22 novembre racconta la storia della giornalista del Sunday Times, voce delle atrocità della guerra nel mondo e uccisa in Siria nel 2012.

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marie colvin

La storia di Marie Colvin è quella di una reporter leggendaria che, attraverso la sua professione, ha documentato l'orrore della guerra e ha saputo dar voce alle vittime dei conflitti nel mondo. In nome del giornalismo e della verità si è spinta oltre quei confini che nessuno osava valicare ed è stato proprio tra le granate e i disastri umanitari che ha trovato la morte. Gli ultimi dieci anni della sua vita, vissuti nei luoghi più pericolosi del pianeta, sono diventati il focus del biopic A private war, ultima creatura del documentarista candidato all’Oscar Matthew Heineman e adattamento cinematografico dell'articolo Marie Colvin's Private War curato da Marie Brenner e uscito su Vanity Fair America nel 2012.

CHI ERA MARIE COLVIN

Nata a New York nel 1956 da due insegnanti della scuola pubblica di Long Island, sin dai suoi primi anni di vita Marie Colvin si è divisa tra il Queens e Oyster Bay, dove ha completato gli studi e ha conseguito il diploma di scuola superiore. Forte dell’eredità ideologica del padre, ex marine di guerra dalle spiccate tendenze democratiche, è sempre stata animata dalla lotta contro le ingiustizie che, negli anni dell’università, aveva scelto di declinare nella passione per il giornalismo. La ricerca della verità e una visione del futuro fortemente influenzata dalla guerra in Vietnam, dallo scandalo Watergate e dalla lettura di Gloria Emerson e Hannah Arendt sono stati gli inneschi della sua devozione verso un mestiere nel quale ha iniziato a muovere i primi passi a partire da una collaborazione con lo Yale Daily News. E che, negli anni, si è trasformato in una vera e propria missione. Dopo la laurea in Antropologia e una breve esperienza lavorativa al sindacato di New York, è arrivato il primo, vero impiego da giornalista alla United Press International, agenzia di informazione statunitense. Un lavoro che l'aveva portata a spostarsi da Trenton a New York e, infine a Washington, prima di accettare l’incarico di direttore presso la sede di Parigi nel 1984. È stato nel 1985 che è iniziato il suo sodalizio con il Sunday Times, dapprima come corrispondente dal Medio Oriente e, successivamente, come giornalista responsabile degli Affari Esteri. Sul suo privato si sa ben poco: ebbe una vita sentimentale burrascosa, con tre matrimoni (di cui due con la stessa persona, lo storico Patrick Bishop) finiti male e due aborti. Nonostante questo, chi l’ha conosciuta l’ha descritta come una persona «gioviale, divertente, motivata», sempre pronta a dare una mano agli amici e innamorata della barca a vela. Una leonessa, agli occhi di molti quasi indistruttibile.

UNA CARRIERA COSTRUITA AL PREZZO DELLA VITA

Il suo curriculum da giornalista è colmo di primati e record, conquistati con l’ingenuità di chi si è votato a cercare la verità a costo della sopravvivenza. Nel 1986, in qualità di corrispondente del Sunday Times, è stata la prima giornalista a intervistare Muammar Gheddafi dopo l’operazione El Dorado Canyon. In quella conversazione, il leader libico le aveva raccontato che si trovava a casa quando gli Stati Uniti avevano iniziato a bombardare Tripoli e aveva più volte ribadito che, con Reagan alla Casa Bianca, descritto come «un folle, un idiota asservito a Israele», la riconciliazione tra i due Paesi «sarebbe stata un’utopia». Ma non solo: grazie alla sua expertise nelle dinamiche della politica medio-orientale, Colvin è stata una delle prime reporter a coprire i conflitti in Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe e, in Timor Est, oltre ad aprire il vaso di Pandora sulla guerra, era riuscita a salvare più di 1500 donne e bambini dalla morte in una zona militare assediata dalle forze indonesiane. Un’impresa che, nel 2000, le aveva fatto vincere il Women’s Media Foundation Award for Courage in Journalism, premio dedicato alle giornaliste distintesi per il loro coraggio. Partita alla volta dello Sri Lanka nel 2001, è stata la prima corrispondente (dal 1995) ad addentrarsi in territorio Tamil (etnia del Nord-Est dello Sri Lanka). Dove, grazie alla sua tenacia, era riuscita a ottenere un colloquio con il comandante del movimento antiregime e a realizzare uno scoop di incredibile portata: «Viaggiando attraverso i villaggi, ho scoperto una crisi umanitaria mai documentata. Persone che muoiono di fame, assenza di rete elettrica o servizio telefonico, poche medicine, acqua e illuminazione inesistente. E più di 340 mila rifugiati». Sulla via del ritorno, assediata dall’esercito, fu colpita all’occhio sinistro e, nonostante i disperati tentativi dei medici, perse per sempre la vista.

LA NUOVA (E COMPLICATA) VITA DA EROINA

Il ritorno dallo Sri Lanka non si è rivelato affatto semplice per la giornalista newyorchese che, all’improvviso, si è trovata a fare i conti con una benda sull’occhio e i sintomi di un forte sindrome da stress post traumatico. Nonostante Londra l’avesse celebrata come eroina, neppure l’ironia che l’aveva sempre contraddistinta l’aveva aiutata a superare gli incubi notturni e quella percezione alterata della realtà che aveva iniziato a impedirle di affrontare tranquillamente la quotidianità. E, andando contro l’insano amore per il giornalismo, aveva deciso di dimezzare il tempo passato sui campi di battaglia, prendendosi qualche momento di pausa assieme al nuovo compagno, Richard Flayne, da dedicare alla barca a vela.

LA TRAGICA FINE IN SIRIA

«Mio caro, sono tornata nuovamente a Baba Amr, il quartiere assediato di Homs, e ora sto congelando nel mio tugurio senza finestre. Starò un’altra settimana in più qui e poi andrò via. Ogni giorno è un orrore. Penso a te tutto il tempo e mi manchi». Sono state queste le ultime parole che Marie Colvin ha scritto al compagno direttamente da Homs, in Siria. Una terra dimenticata da tutti, dove le bombe cadevano come pioggia. La reporter aveva deciso di rimanere nonostante i rischi, per documentare tutto e portare finalmente alla luce una verità rimasta per troppo tempo nascosta. Il 22 febbraio 2012, alle sei di mattina, i bombardamenti sulla casa in cui si era sistemata assieme ad altri giornalisti, tra cui il fotografo e amico Paul Conroy, hanno segnato le ultime ore di vita di Marie. Che, il giorno prima, era riuscita a completare scrupolosamente il suo reportage per Channel 4. In una delle ultime dichiarazioni prima della morte, a chi le chiedeva come mai si spingesse in luoghi così rischiosi, aveva risposto senza mezzi termini: «Andiamo in zone di guerra remote per riferire quello che sta succedendo. Il pubblico ha il diritto di sapere quello che il governo e le forze armate stanno facendo in nome nostro. La nostra missione è dire la verità».

LA BATTAGLIA DELLA SORELLA CATHLEEN

A sei anni dalla sua morte, la sorella Cathleen continua a battersi perché sia fatta giustizia ed emerga la verità sul caso di Marie. E ha intrapreso una causa civile presso la corte distrettuale di Washington. Le prove fornite dalla sorella avrebbero fornito la conferma del coinvolgimento del regime di Assad nella morte della giornalista, inserita tra le vittime di un programma finalizzato a silenziare la stampa. Teoria confermata anche dal fatto che, nel 2012, è arrivata ai giornali la notizia secondo cui gli ufficiali siriani avessero fatto festa per celebrare il successo della missione e l’eliminazione fisica della Colvin.

UNA STORIA IMMORTALE

Il personaggio di Marie Colvin e l’impatto che i suoi lavori hanno esercitato sul mondo del giornalismo non sono mai caduti nel dimenticatoio. Se il suo amico Paul Conroy, il fotografo che era con lei al momento dei bombardamenti in Siria, ha scelto di raccontare la genesi di quel reportage che le è costato la vita nel documentario Under the wire, il regista Matthew Heineman ha scelto Rosamund Pike come protagonista di A private war. Un film che non si è proposto soltanto di rendere note (e celebrare) le imprese della straordinaria corrispondente del Sunday Times ma anche di denunciare il silenzio dell’Occidente (e dei suoi media) su alcune delle più grandi tragedie umanitarie di sempre.

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