5 Novembre Nov 2018 1000 05 novembre 2018

Chi era Susan B. Anthony, la donna multata per aver votato illegalmente

Da sempre in prima linea nella rivendicazione del suffragio universale, fu arrestata per aver espresso la propria preferenza elettorale in barba alle leggi del tempo. Era il 5 novembre del 1872.

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Susan B. Anthony

Attivista e pioniera dei diritti civili, costantemente impegnata nella denuncia delle ingiustizie e nell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione in giro per il Paese, Susan Brownell Anthony è stata una delle teste di serie del movimento per l’emancipazione femminile nel XIX secolo. E, soprattutto, una delle principali protagoniste della lotta per la conquista del suffragio femminile negli Stati Uniti.

CHI ERA SUSAN BROWNELL ANTHONY

Nata e cresciuta ad Adams, nel Massachussets, nel 1820 da una famiglia di religione quacchera, Susan Brownell Anthony ha dimostrato sin da piccola un’intelligenza precoce. La mentalità aperta e progressista dei suoi genitori influì profondamente sulla sua formazione che, coadiuvata da un’educazione austera ma mai rigida ed eccessivamente moralista, ha alimentato lo sviluppo di una personalità autonoma e di un’autostima che, molti anni dopo, le sarebbero risultate preziose nelle numerose rivendicazioni dei diritti delle donne a cui ha dedicato tutto il suo tempo e la sua passione. Dopo una serie di trasferimenti e di esperienze didattiche poco positive (soprattutto a causa del clima sessista che, nell’Ottocento, imponeva alle ragazze un’istruzione di livello scarso e inferiore rispetto a quella riservata ai ragazzi), nel 1840 decise di abbandonare la casa di famiglia per andare a insegnare e, in questo modo, aiutare il padre a saldare i debiti contratti negli anni. Fu proprio la sua esperienza di insegnante (divenne Preside della sezione femminile di una scuola di New Rochelle, nello stato di New York), la portò a lottare per salari equivalenti a quelli degli insegnanti maschi, che guadagnavano grosso modo quattro volte in più delle donne impiegate nelle medesime mansioni. E, un anno dopo, abbandonato l’insegnamento e trasferitasi nella fattoria di famiglia di Rochester, iniziò a prendere parte a convenzioni e raduni legati al movimento della temperanza. Ma non solo: scelse anche di allontanarsi dai quaccheri, in parte per i comportamenti ipocriti frequentemente riscontrati in molti dei predicatori della setta. Con l’età, iniziò a condannare duramente la religione in generale, attirandosi l’odio di diversi movimenti e gruppi di preghiera.

I PRIMI PASSI NELL’ATTIVISMO SOCIALE

Nei dieci anni che precedettero lo scoppio della Guerra di secessione americana, la Brownell Anthony assunse un ruolo di spicco nel movimento anti-schiavista e, soprattutto, in quello per la temperanza di New York, che le offrì la sua prima, importante ribalta pubblica. L’incontro con la celebre femminista Elizabeth Cady Stanton fu provvidenziale e fu la scintilla che diede origine alla prima società statale per la temperanza in America, dopo che, poco tempo prima, le era stata rifiutata l’ammissione a una precedente convenzione solo perché donna. Sebbene le rivendicazioni della Stanton puntassero a chiedere una piattaforma più ampia e radicale dei diritti femminili, fu per la Anthony una grande amica e, soprattutto, la collega con cui si spinse ovunque, negli Stati Uniti, per convincere il governo della necessità di trattare uomini e donne allo stesso modo. Dopo la partecipazione alle convention di Seneca Falls e di Syracuse, acquisì una vasta notorietà come voce del cambiamento e, nel 1852, diede alle stampe il primo numero del suo settimanale, The Revolution. La rivista aveva un motto simbolico, «La vera Repubblica – gli uomini, i loro diritti e niente di più; le donne, i loro diritti e niente di meno», e non puntava soltanto a promuovere il diritto di voto per le donne e gli afroamericani ma trattava anche altre cause sociali, come l’abolizione del gender pay gap, leggi più liberali per il divorzio e la discussione della posizione della Chiesa sulle questioni femminili. E divenne il principale veicolo della crociata che la suffragetta intraprese con orgoglio, subendone anche le conseguenze meno positive.

LA CAUSA DEL SUFFRAGIO FEMMINILE

Nel 1869 la Brownell Anthony e la Stanton fondarono l’Associazione Nazionale per il suffragio delle donne. Nei primi anni di vita dell’organizzazione, provarono ad attirare le donne del movimento operaio ma con scarsi risultati. Il tentativo non andò a buon fine soprattutto perché la Brownell Anthony si alienò inavvertitamente dalla causa del movimento, prima di tutto perché il suffragio era visto come un interesse delle donne del ceto medio piuttosto che di quelle delle classi più basse, e poi perché incoraggiò le operaie a raggiungere l’indipendenza economica entrando nell’industria tipografica, dove, al tempo, i lavoratori erano in sciopero. Un proclama che le costò l’espulsione dall’Unione Nazionale del Lavoro. E la scelta di focalizzarsi unicamente sul suffragio a scapito di altre cause sposate dal movimento femminista, la portò a entrare in conflitto con la Stanton che, più volte, si trovò ad accusarla di «vedere davanti a sé solo il diritto di voto e di trascurare quella schiavitù religiosa e sociale che opprimeva le donne».

MULTATA PER AVER VIOLATO LA LEGGE

Alla sfida contro il conservatorismo e il puritanesimo del suo tempo, Susan Brownell Anthony aggiunse anche l’oltraggio al diritto del suo Paese in nome dell’uguaglianza. In occasione delle elezioni presidenziali del 5 novembre del 1872, in barba alla legge del tempo, si recò alle urne di Rochester assieme agli altri 50 membri della sua associazione. In 15 vennero fatte accomodare ai seggi, le altre furono mandate via. Susan fu arrestata assieme alle altre 14 compagne dal magistrato del distretto di New York con l’accusa di aver espresso illegalmente il proprio voto. Prima del processo, ebbe modo di sfogarsi in tutte e 29 le città della Contea: «È un crimine, per un cittadino degli Stati Uniti, votare? Questa non è più una petizione per farci sentire dal Congresso o dal governo, ma è un appello alle donne di tutto il mondo, affinché esercitino il loro troppo a lungo trascurato: diritto di cittadinee di voto». Il procuratore, preoccupato che le sue arringhe potessero corrompere la giuria popolare, ordinò lo spostamento della causa alla Corte federale. Dove, il 18 giugno 1873 il giudice Ward Hunt la condannò a una multa di cento dollari e al risarcimento delle spese processuali. Una sentenza alla quale la suffragetta rispose lapidaria: «Non pagherò nemmeno un dollaro per la vostra ingiusta condanna». E così fu: gli uomini del Governo non ebbero più il coraggio di riportarla in tribunale.

L’EREDITÀ DI SUSAN

Nel 1920, dopo anni di lotte, un emendamento della Costituzione (noto come emendamento Anthony) concesse il voto alle donne americane. Susan, però, non poté godere della sua vittoria: era scomparsa cinque mesi prima del traguardo. Ma quella non fu la sua unica conquista: tra il 1979 e il 1981, e ancora nel 1999, il suo volto venne riprodotto sulle monete da un dollaro e, per la prima volta, una donna in carne ed ossa fece la sua comparsa sulla valuta americana.

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