3 Novembre Nov 2018 1900 03 novembre 2018

Chi è Tina Montinaro, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone

La moglie dell'agente di polizia rimasto ucciso nella strage di Capaci è ospite negli studi del talk show Le Ragazze.

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Tina Montinaro

Tina Montinaro si reca spesso nelle scuole italiane per trasmettere agli studenti la memoria di quella strage, quella di Capaci, che 26 anni fa costò la vita a suo marito Antonio Montinaro, anche se è raro vederla in tv: questo sabato però è ospite della trasmissione Le ragazze condotto da Gloria Guida su RaiTre, un talk show che racconta la storia del nostro Paese attraverso i ricordi di donne emblematiche. Di certo la vedova Montinaro rientra fra queste, con il compito di riportare alla memoria dei telespettatori quell'evento che cambiò per sempre le coscienze dei palermitani sulla mafia.

QUEL 23 MAGGIO 1992

Tina Montinaro riconobbe suo marito Antonio soltanto dalle unghie mangiate quel maledetto 23 maggio 1992, quando la mafia glielo strappò via all'altezza del km 5,7 dell'autostrada A29 in direzione Palermo. Era la strage di Capaci: 500 kg di tritolo vengono fatti saltare in aria dal telecomando azionato da Giovanni Brusca, braccio destro di Totò Riina. In un attimo lo scannacristiani genera l'Apocalisse. Un cratere si apre sull'autostrada. Cinque le vite spezzate, sebbene sia uso comune – per sbrigatività, dimenticanza o chissà per quale arcano motivo - richiamarne alla memoria sempre e soltanto due: quelle del giudice Giovanni Falcone e di sua moglie Francesca Morvillo. Le altre tre restano quasi sempre relegate a fine frase nei libri di storia o nelle pagine di giornale, come se essere gli agenti della scorta li rendesse automaticamente uomini senza volto e senza nome, da far cadere nell'oblio. Tra questi c'è Antonio Montinaro, marito di Tina, capo della scorta del giudice di Palermo. Vigile e guardingo, è lui che sta in testa alle macchine che proteggono Falcone, sempre di qualche metro più avanti, a bordo di quella Fiat Croma marrone che quel giorno finisce scaraventata dall'altra parte dell'autostrada, verso il mare, in un campo di ulivi. E pensare che quel giorno Antonio non doveva nemmeno essere a bordo di quella vettura blindata. Al suo posto doveva esserci il collega Tindirelli. Ma poi un banale cambio di turno.

LA VOCE DEI MORTI È LA VOCE DEI VIVI

Da allora sono passati 26 anni e se c'è una cosa buona che ha fatto quell'assordante tuono di tritolo in tutto questo tempo è stata quella di risvegliare le coscienze dal torpore. «Se oggi abbiamo la possibilità di dire certe cose a voce alta, lo dobbiamo ai morti di Capaci», dice Tina Montinaro. I palermitani infatti, dopo quella strage, hanno imparato una cosa: che di mafia si può parlare, anzi si deve parlare.

L'ASSOCIAZIONE QUARTO SAVONA QUINDICI

Tina Montinaro per prima non ha mai smesso di farsi sentire, con quella voce forte e decisa, caratterizzata da quell'intercalare tipico partenopeo che rivela le sue origini. Grazie al suo attivo impegno ha dato vita all'Associazione Quarto Savona Quindici (era questo il nome in codice dell'auto blindata sulla quale viaggiava suo marito) con lo scopo di diffondere una memoria in marcia, portando appunto in giro per l'Italia la testimonianza di quello che resta del relitto della vettura. La vediamo spesso rivolgersi anche ai giovani delle scuole italiane perché è proprio a loro che Tina vuole consegnare un ricordo vivo della strage di Capaci.

NESSUN PERDONO

Durante i funerali di Stato delle vittime dell'attentato, Rosaria Costa, vedova dell'agente della scorta Vito Schifani, si rivolse agli assassini di suo marito, leggendo tra le lacrime un discorso che in pochi hanno dimenticato: «A nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia. Adesso, rivolgendomi agli uomini della mafia che sono anche qui dentro, certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono. Io vi perdono, però dovete mettervi in ginocchio. Se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano…». Ma Tina Montinaro è assai lontana dal perdono caritatevole tanto che, quando Totò Riina, il mandante della strage di Capaci, si spense da ergastolano il 17 novembre 2017 nel carcere di Parma, ai microfoni di LaPresse disse: «Certe cose non si possono perdonare». Lei che non crede nemmeno al reale pentimento di Giovanni Brusca, attuale collaboratore di giustizia, piuttosto vede in quel dietrofront del mafioso soltanto uno scaltro modo per ottenere la concessione dei benefici penitenziari.

GIUSTIZIA E VERITÀ NON SONO LA STESSA COSA

Se in tutti questi anni la giustizia ha fatto il suo corso infliggendo pesanti condanne agli autori materiali della strage, a correre parallela però è anche un'altra pista: quella delle presunte verità taciute, quelle che Tina Montinaro non si è mai arresa dal voler conoscere: «Io voglio che insieme alla giustizia ci sia la verità, e non lo so se le due cose camminino di pari passo». La possibile complicità dello Stato, il mistero sui concorrenti esterni di Cosa Nostra sono tutte ampie zone d'ombra che resistono da decenni e, forse, per alcuni andate ormai perse in quell'ammasso di macerie e lamiere di quel maledetto pomeriggio di maggio.

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