1 Novembre Nov 2018 1000 01 novembre 2018

La storia della prima scuola medica per donne al mondo

Nata il 1 novembre 1848, la Boston Female Medical School ha accolto schiere di aspiranti dottoresse. Nonostante il sessismo che ne ha ispirato la fondazione.

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Prima scuola medica donne al mondo

Se oggi la presenza femminile nel campo della medicina non è più un’eccezione e il sogno di diventare una Meredith Grey in gonnella non è più un’utopia, lo si deve soprattutto alla straordinaria opera di proselitismo del Boston Female Medical School (oggi New England Female Medical School), la prima scuola medica per donne al mondo.

COM’È NATA LA SCUOLA

A metà del 1800 le opportunità formative riservate alle donne stavano progressivamente incrementando. E se ormai numerose erano diventate le figure femminili che si approcciavano alla professione di infermiera o di levatrice, la scuola di medicina rimaneva un baluardo ancora impenetrabile per il gentil sesso. Fino al 1848, quando la Seneca Falls Convention, primo meeting in rosa negli Stati Uniti, iniziò a scombinare le carte in tavola. E avviò una rivoluzione senza precedenti, coronata dalla fondazione dell’allora Boston Female Medical College, il 1 novembre 1848. A entrare nelle aule dell’antico edificio di Concord Street, furono le prime 12 studentesse di medicina nella storia. Il programma di studi si articolava in due anni e, tra le tante cose, includeva una serie di corsi pratici di ginecologia, materia che, fino a quel momento, nessuna scuola aveva mai insegnato prima perché reputata tabù per gli uomini. Ed era stata proprio questa la scintilla che aveva spinto Samuel Gregory a concretizzare il progetto dell'istituto: un luogo che potesse insegnare alle donne ad attendere a un parto e a renderle autonome nella gestione del proprio, svincolandole dalla costrizione (e dall’imbarazzo) di dipendere da un ostetrico.

LE RAGIONI DELLA SUA FONDAZIONE

Quella di Gregory per trasformare l’ostetricia in una branca esclusivamente femminile fu una battaglia profondamente macchiata di sessismo. Secondo il professore, infatti, la divisione dei reparti in base ai sessi sarebbe stata una soluzione utile ad aumentare l’efficienza degli ospedali e, soprattutto, avrebbe consentito agli uomini di abbandonare una «routine meccanica e semplice, dunque, ideale per le donne come quella adoperata nella nascita di un bambino» per dedicarsi a tempo pieno a settori della medicina che richiedevano un maggiore sforzo mentale e fisico. Ma non solo: nel rispetto della deontologia dell’epoca, apertamente schierata contro l’uso di medicinali e strumentazione chirurgica, le donne ne avrebbero evitato l’utilizzo per permettere alla natura di fare il suo corso, limitandosi ad aiutare le pazienti a partorire semplicemente tranquillizzandole, forti di una sensibilità tutta femminile.

GLI OSTACOLI DELLE NEODOTTORESSE DOPO LA LAUREA

Una volta laureate, le studentesse si trovarono a fare i conti con l’assenza di una grammatica che ne riconoscesse a tutti gli effetti il percorso universitario e il titolo acquisito. E, dopo aver rifiutato per anni la denominazione di «Doctresses of Medicine» che reputavano discriminatoria, soltanto dopo 12 anni ottennero il privilegio di poter essere identificate come «Doctor of Medicine», alla pari dei colleghi uomini. E non è tutto: l’ombra della discriminazione non le abbandonò mai davvero perché tanti furono i rifiuti degli ospedali e degli istituti sanitari che, non solo negarono loro l’opportunità del tirocinio ma, mettendone in discussione le capacità, anche un legittimo posto di lavoro.

LA PRIMA SCUOLA AD ACCOGLIERE UNA STUDENTESSA AFROAMERICANA

Nel 1860, nel pieno della Guerra Civile, la Boston Female Medical School aggiunse alla sua lunga lista di record un altro, importante primato, accogliendo nelle sue fila Rebecca Lee Crumpler, la prima studentessa afroamericana. Secondo quanto raccontato dall’ex vicepreside dell’Università di Boston Dean Hughes, «ci fu parecchia indecisione sulla scelta di ammetterla o meno, più che altro per il timore di lanciare una sterile provocazione al Sud». Accoglierla, invece, si dimostrò, ben presto, una decisione saggia. Subito dopo la laurea, infatti, la dottoressa Crumpler viaggiò fino a Richmond, uno degli scenari del conflitto, per prestare soccorso a più di 10mila schiavi liberati e sparsi nella periferia della città. E, una volta installato un ospedale da campo, prestò loro soccorso, assistendoli nelle gravidanze e correndo il rischio di contrarre gravi malattie come il tifo o la malaria. Gli istituti ospedalieri non accettarono i suoi pazienti né le consentirono di attingere ai medicinali, trattandola come se fosse un'incompetente provvista di un titolo pari alla carta straccia. E fu solo grazie alla collaborazione della scuola che la dottoressa Crumpler riuscì a farsi mandare tutto l’occorrente e a prendersi cura degli schiavi per più di cinque anni. Al suo ritorno, decise di continuare a praticare la professione e firmò il primo manuale di medicina scritto da un medico di colore e, per giunta, donna.

LE ALTRE ALLIEVE CELEBRI

Oltre a Rebecca Lee Crumpler, la scuola aprì le sue porte anche a Esther Jane Hawks, moglie del chirurgo John Milton Hawks. Sulla scorta dell’attività del marito, da sempre impegnato nella tutela e nell’assistenza dei soldati di colore impegnati nella Guerra Civile, Esther dedicò la sua vita all’educazione dei militari e delle loro famiglie, fin troppo spesso schiacciate dalle persecuzioni degli schiavisti bianchi. E il suo diario sulle esperienze come medico di guerra, ritrovato nella soffitta della casa di famiglia nel 1975, fu pubblicato con il titolo di A Woman’s Doctor Civil War: Esther Hill’s Hawks’ Diary. Altrettanto esemplare fu anche la storia di Mary Harris Thompson, chirurgo, fondatrice e primario del Chicago Hospital for Women and Children. Laureatasi nel 1863, fu una delle prime donne a emergere nel campo della medicina a Chicago. Dove, nonostante le iniziali limitazioni che impedivano alle dottoresse di assistere in toto i loro pazienti negli istituti ospedalieri, si dedicò allo studio e alla messa a punto di terapie per numerose delle gravi patologie che, al tempo, si riscontravano nei bambini. Oltre a misurarsi anche con l’invenzione di alcuni degli strumenti chirurgici più utilizzati dai medici dell’epoca.

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