26 Ottobre Ott 2018 1755 26 ottobre 2018

Chi è Chimamanda Ngozi Adichie, icona del femminismo contemporaneo

Con la sua penna ha dato voce agli aspetti più complicati della realtà delle donne nigeriane. E con il suo manifesto We should all be feminists è diventata un'icona.

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Chimamanda Ngozi Adichie

Il suo è un nome complesso, forse anche poco conosciuto in Italia, ma assolutamente necessario da memorizzare: da testa di serie del mondo della letteratura, Chimamanda Ngozi Adichie si è trasformata in una delle paladine della lotta al sessismo e al razzismo nel mondo e con la sua voce ha rivoluzionato la dimensione del femminismo contemporaneo.

CHI È CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE

Classe 1977, originaria di Enugu (Nigeria) ma cresciuta a Nsukka, la scrittrice si è avvicinata alle idee e ai temi della causa femminista da piccola, grazie all’intercessione della madre, Grace Ifeoma Adichie, prima archivista donna a lavorare nell’Università della Nigeria. Sulla scorta della passione per la scrittura e le scienze sociali, a 19 anni ha deciso di lasciarsi alle spalle casa, famiglia e amici per trasferirsi negli Stati Uniti, dove si è laureata in scienze politiche e comunicazione alla Drexel University di Philadelphia. Ed è stato proprio l’ambiente accademico il punto di partenza del suo progetto di diffusione e rivalutazione del femminismo, articolato dapprima in lezioni e conferenze e, solo successivamente, ampliato a un pubblico meno di nicchia attraverso una serie di pubblicazioni acclamate in tutto il mondo.

L’OPERA E LA BATTAGLIA IN DIFESA DELLE MINORANZE

Anche se ha esordito ufficialmente nel panorama letterario tra il 1997 e il 1998, con la raccolta di poesie Decisions e l’opera teatrale For love of Biafra, storia di una giovane donna e della sua famiglia ai tempi della guerra nigeriana, Adichie si è affermata sulla scena letteraria solo nel 2003, con la pubblicazione dell’opera L’ibisco viola. Nel romanzo, come anche negli altri due successi, Metà di un sole giallo e Americanah, la scrittrice ha sdoganato gli aspetti più complicati della realtà nigeriana e le difficoltà con cui le donne africane si sono sempre trovate a fare i conti, sviscerando gli usi, i costumi e le tradizioni di una cultura sconosciuta al resto del mondo. La sua è una penna che si concede ben poca leggerezza, calcando molto la mano su temi spinosi come l’immigrazione, l’istruzione e la politica. E, dalla sua creatività, ha preso vita un’Africa perennemente in preda ai conflitti e ai colpi di stato, dove le famiglie si affidano ciecamente alla religione e alle sette, le donne si danno alle fiamme per liberarsi dal demone della vanità, gli uomini diventano predicatori per arricchirsi sulle spalle dei fedeli e i legami familiari si rompono in nome di credenze e culti diversi. Una nazione in balìa di se stessa che si oppone nettamente all’America, vista come la terra promessa, il miraggio che pochi sono in grado di raggiungere. Le storie di Chimamanda hanno offerto, negli anni, un’immagine realistica della realtà delle minoranze, etniche, di genere o di classe, rappresentate attraverso la lente di personaggi come la giovane Kambli, in lotta contro un padre violento e alla ricerca dell’indipendenza in una società corrotta, e di Ifemelu, studentessa in preda al problema della doppia identità sociale e a una vita divisa tra Nigeria e Stati Uniti. Il coraggio di dar voce a temi come l’integrazione tra culture diverse e il tentativo di abbandonare la propria identità per una nuova le ha fatto guadagnare riconoscimenti internazionali come l’Orange Prize, tre lauree honoris causa e una menzione tra le 100 persone più influenti del pianeta secondo Time. Oltre a far approdare le sue storie anche sul grande schermo.

LA NUOVA VOCE DEL FEMMINISMO CONTEMPORANEO

Sono stati i 15 minuti sul palco del TEDxEUSTON, famoso ciclo di conferenze made in Usa, a far acquistare alle parole di Adichie una risonanza planetaria. Il suo discorso intitolato We should all be feminists (Dovremmo essere tutti femministi) ha fatto il giro del mondo, trasformandosi in uno slogan e, dopo pochi mesi, in un saggio. Con pacatezza e piglio sicuro, la scrittrice si è riservata di puntare il dito non tanto contro gli uomini quanto, piuttosto, contro una società fatta di uomini e donne ma affetta da una serio problema di genere, ben visibile dal fatto che, ai vertici, sono sempre troppo poche le figure femminili al potere. Quando, invece, dovrebbe essere automatico pensare, secondo lei, che «la persona più qualificata per comandare non è quella più forte. È la più intelligente, la più perspicace, la più innovativa, la più creativa. E per queste qualità non esistono ormoni». Ma non è tutto: oltre che alla parità di genere, il manifesto incita anche al rispetto del prossimo in quanto essere umano e all’abolizione di qualsiasi forma di disuguaglianza sociale. Un discorso che ha proseguito nel suo ultimo lavoro, Cara Ijeawele: quindici consigli per crescere una bambina femminista, un pamphlet in cui la scrittrice ha proposto una serie di suggerimenti per crescere bambine libere e consapevoli. Dalla scelta dei giocattoli (che non deve assolutamente essere condizionata dal fatto di essere femmine) alla necessità dell’avere fiducia in se stesse, bandendo l’ansia del compiacere. O ancora: dalla rilevanza di circondarsi di modelli positivi all’importanza di non indurre il messaggio che «femminismo significhi rifiuto della femminilità perché un’idea così non è altro che un invito velato alla misoginia». E se #MeToo ha generato una «spinta al cambiamento non indifferente», Adichie è convinta che la rivoluzione femminista debba attecchire ancor più in profondità. Nel modo di crescere le nuove generazioni, nel rapporto con le parole che si utilizzano per descrivere le situazioni quotidiane e nella percezione di quei ruoli che la tradizione ha accostato alle donne e che, spesso, le ha indotte a limitare lo spettro della propria realizzazione personale alle etichette generalmente riconosciute di moglie o madre.

ICONA POP

Ma We should all be feminists non si è limitato soltanto a essere parole e inchiostro. E, in pochissimo tempo, Adichie è approdata anche nel mondo della musica, della moda, del make up e dei cartoni animati. La diva del pop, Beyoncé Knowles ha riadattato una parte del discorso, inserendolo in uno dei suoi successi, Flawless. E Maria Grazia Chiuri, creative director della maison Dior, ha fatto lo stesso, stampando il titolo della prolusione della scrittrice su t-shirt del valore di 500 euro. Matt Groening, padre dei Simpson, l’ha trasformata in uno dei suoi giallissimi personaggi e la casa di make up Boots ha preteso che diventasse una delle loro testimonial.

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