20 Ottobre Ott 2018 1921 20 ottobre 2018

Le cose da sapere sul processo per infanticidio a Marika Severino

Il caso della 30enne romana accusata di aver ucciso e abbandonato in un cassonetto il figlio appena nato è al centro della quinta puntata di Un giorno in pretura di Roberta Petrelluzzi.

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Un giorno in pretura processo per infanticidio

Dopo aver posto il focus sul femminicidio di Via Fiume e sul caso dell'untore dell'HIV, la quinta puntata di Un giorno in pretura, condotta da Roberta Petrelluzzi (leggi qui la nostra intervista), è dedicata alla storia del processo a Marika Severino, la 30enne romana accusata di aver ucciso il figlio appena nato e di averlo abbandonato nell'immondizia.

CHI È L'IMPUTATA

Arrestata nel febbraio del 2013 con l’accusa di infanticidio, l'imputata, secondo quanto confessato agli inquirenti, rimasta incinta a seguito di un rapporto occasionale, nella notte del 27 febbraio aveva partorito un bambino già senza vita nell’appartamento della sorella. «Il piccolo era già morto», ha spiegato lei. «Mi è anche scivolato nel water e poi l’ho ripreso. L’ho avvolto in un telo, l’ho messo nella busta, l’ho chiuso in un armadio e mi sono messa a dormire». È stato soltanto nella tarda serata del 28 febbraio che si è presentata all’ospedale San Camillo in preda a una grave emorragia, sollecitando l’intervento dei medici e confessando di aver abbandonato il bimbo, poco prima di arrivare lì, in un cassonetto nelle vicinanze. Le indagini, però, avevano capovolto la confessione e fatto emergere dettagli ancor più raccapriccianti: l’autopsia aveva dimostrato che la 30enne romana (che all’epoca dei fatti aveva poco più di 25 anni) aveva dato alla luce un bambino vivo e, prima di recarsi in ospedale, aveva vagato con il neonato in borsa per più di 20 ore. Ma non solo: era addirittura riuscita a vedere un’amica per un aperitivo, alla quale, invece, aveva confessato di aver abortito. Il cadavere del neonato era stato trovato dal personale sanitario dell’ospedale ore dopo la tardiva confessione della donna ma, viste le gravi condizioni, nessun intervento si era rivelato utile a salvargli la vita.

Marika, una ragazza di venticinque anni, ha nascosto a tutti la propria gravidanza. Infanticidio o il bambino è nato morto? #UnGiornoinPretura sabato sera su #Rai3

Geplaatst door Un giorno in Pretura op Woensdag 17 oktober 2018

IL PROCESSO

Accusata di omicidio volontario mediante asfissia e occultamento di cadavere, nel 2015 Marika Severini è stata assolta in primo grado dai giudici della III Sezione Penale d’Assise di Roma perché il fatto non sussisteva. Nonostante gli esami condotti sul feto avessero accertato che, al momento della nascita, il bambino fosse in vita. «Il neonato è nato in stato di grave sofferenza fetale per un distacco della placenta avvenuto già nell’utero», ha spiegato l’avvocato della difesa Antonio Iona. «Lo stesso perito nominato dalla Corte ha stabilito che, se alla nascita ci sono stati atti respiratori, sono stati involontari e non percepibili e, in ogni caso, la chiamata dei soccorsi non avrebbe potuto impedire il decesso». Nel 2017, dopo tre anni, la Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado. E le accuse a carico della trentenne sono cadute.

DI NUOVO MAMMA

A distanza di oltre due anni, la Severini è diventata nuovamente madre. La bambina le è stata subito tolta a scopo precauzionale attraverso un provvedimento del Tribunale dei Minori, che ne ha predisposto l’affidamento a una casa famiglia.

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