6 Ottobre Ott 2018 1700 06 ottobre 2018

Le cose da sapere su Valentino Talluto, l'untore dell'HIV

Nella terza puntata di Un giorno in pretura Roberta Petrelluzzi racconta la storia del processo che vede imputato il 34enne accusato di aver volutamente infettato più di 30 ragazze con il virus dell'Aids.

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Un Giorno In Pretura

Dopo aver esaminato nel dettaglio le dinamiche del femminicidio di Via Fiume e del processo che ha portato alla condanna di Mirco Alessi per la morte della transessuale Kimberly e dell’amica Mariela, la terza puntata di Un giorno in pretura è dedicata alla storia di Valentino Talluto, impiegato di Acilia accusato di aver infettato intenzionalmente più di 30 donne con il virus dell’HIV.

CHI È VALENTINO TALLUTO, IL PROTAGONISTA DELLA TERZA PUNTATA DI UN GIORNO IN PRETURA

Il protagonista della terza puntata di Un giorno in pretura è Valentino Talluto, condannato a 24 anni di reclusione con l’accusa di lesioni gravissime nei confronti delle vittime del contagio. Secondo le ricostruzioni fornite dal pm Francesco Scavo, dal 2006 al 2015 l’uomo ha infettato volontariamente le sue vittime con una serie di rapporti sessuali non protetti, ma le stime per contagi diretti e indiretti sarebbero arrivate a toccare una media di più di 100 casi. Tra i 57 casi contestati figuravano le 30 donne rintracciate dalla Procura, quelle scampate all’infezione, i casi di contagio indiretto di 3 dei partner delle vittime infettate e un bambino, nato nel 2012 da una donna straniera contagiata da Talluto anni prima. Quella dell’impiegato romano con la sieropositività è una storia che affonda le sue radici in famiglia: la madre, tossicodipendente e malata di Aids, è morta quando lui aveva quattro anni. E, per i giudici, la probabilità che questo particolare fosse stato uno dei possibili inneschi della sua furia omicida non è mai stato un elemento da sottovalutare nel corso delle indagini.

Il primo processo in Italia per epidemia dolosa. Valentino Talluto è accusato di avere volontariamente infettato con...

Geplaatst door Un giorno in Pretura op Dinsdag 2 oktober 2018

L’UNTORE HA AGITO CON VOLONTÀ PIANIFICATRICE

Come confermato anche dalle motivazioni con cui la Terza Corte d’Assise di Roma lo ha condannato, l’untore ha agito in base a un piano sistematico, studiato nei minimi particolari. Dopo aver cercato le potenziali vittime sul web, Talluto puntava a selezionare quelle più ingenue e suggestionabili. E iniziava con loro relazioni che culminavano in rapporti sessuali nei quali non confessava di essere sieropositivo e che, soprattutto, non prevedevano l’utilizzo di alcuna precauzione. Alle donne che gliene chiedevano il motivo, rispondeva di essere allergico al lattice del preservativo. All’inizio della sua folle missione di contagio, l’uomo andava alla ricerca soltanto di donne vergini, per poi, dopo anni, decidere di virare anche sulle donne sposate, con l’obiettivo di aumentare la capacità di contagio e i casi di contaminazione. E ad aggravare il tutto, subentrava anche il fatto che rifiutasse di sottoporsi a qualsiasi tipo di terapia retrovirale. Una strategia che, per nove anni, gli ha permesso di rovinare la vita alle persone alle quali dichiarava amore.

LE TESTIMONIANZE DELLE VITTIME

Dopo la condanna, molte donne hanno iniziato a raccontare la loro storia, quella di una tragedia iniziata nel momento in cui si sono innamorate di un uomo che, in apparenza, «sembrava rassicurante e pieno di attenzioni» e che invece, approfittava della loro debolezza, «agendo con malvagità». Tra le tante voci che hanno riempito le aule del tribunale, anche quella di una donna che, fidandosi di una persona che credeva le volesse bene, ha avuto con lui rapporti non protetti mentre aspettava il primo figlio: «Ho avuto rapporti con Valentino quando ero incinta. Appena nato, mio figlio non riusciva a tenere la testa dritta. Non camminava, aveva le manine chiuse e gli è stata diagnosticata un’encefalopatia, che i medici hanno ricondotto all’Aids». Talluto non ha mai chiesto perdono, sostenendo di non essere mai stato consapevole dei danni che la sieropositività avrebbe potuto recare alle sue partner e, negli anni, si sono accumulate testimonianze sempre più tragiche di vittime che, per la malattia, hanno perso familiari e amici e hanno visto sfumare sogni e progetti di vita da un momento all’altro.

IL PROCESSO

Quello dell’untore di Acilia è stato il primo processo per epidemia dolosa in Italia. Il pubblico ministero Elena Neri aveva chiesto per l’imputato l’ergastolo con due anni di isolamento diurno, il massimo della pena prevista dal codice. Dal marzo 2017 all’ottobre 2017, svariate sono state le dinamiche che si sono avvicendate: a Talluto, in carcere dal 2015, non sono stati concessi gli arresti domiciliari, per evitare il rischio che potesse ritornare a contagiare altre vittime e, caduto il reato di epidemia dolosa, la sentenza definitiva lo ha condannato a 24 anni di carcere per lesioni aggravate.

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