15 Settembre Set 2018 0800 15 settembre 2018

Cosa pensava Oriana Fallaci del femminismo?

Chiamò le attiviste italiane «false amazzoni» e «parassite». Alle donne ha sempre parlato attraverso i suoi racconti, senza però considerarle mai «una fauna speciale».

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Oriana Fallaci Femminismo

Fu la prima in tante cose. La prima di quattro sorelle, la prima donna italiana ad andare in aree di guerra come inviata speciale, la prima a fare un mestiere - quello della giornalista - in un’epoca in cui soltanto agli uomini era concesso raccontare il mondo. E, da ragazzina, fece anche la staffetta partigiana, sulle colline toscane. Era giovanissima. Eppure, sulla sua lapide, nel cimitero degli Allori, a Firenze, sotto al suo nome, ha voluto solo la parola «scrittore». Declinata al maschile. Oriana Fallaci, la sua vita l’ha spesa a raccontare, con minuzia e puntigliosità. Femminista più di fatto che per definizione, ha dimostrato, prima a sé stessa e poi agli altri, che il genere non l’avrebbe né favorita né fermata. Di fronte a nulla. Alle donne ha sempre parlato attraverso i suoi racconti, senza però farle diventare una specie a parte.

«LE DONNE NON SONO UNA FAUNA SPECIALE»

Il primo lo scrisse nel 1961, un reportage sulla condizione femminile nel mondo, dal Medio Oriente agli Stati Uniti. L’aveva intitolato Il sesso inutile, viaggio intorno alla donna e divenne uno dei suoi più grandi successi. L’inchiesta gliela propose Arrigo Benedetti, l’allora direttore de L’Europeo, per cui lei scriveva. Si trattava di un viaggio lungo migliaia di chilometri, spesi a descrivere come la donna, in alcuni contesti, fosse diventata soltanto «un complemento dell’uomo e della casa», quasi un oggetto, senza diritti: «Volevo solo percorrere un lungo tratto di terra che mi consentisse di studiare tutte le situazioni possibili in cui vengono a trovarsi le donne, per colpa loro o di certi tabù». Quella, però, non fu la prima volta in cui parlò di certe tematiche. Agli esordi della sua carriera, il 23 settembre 1956, dedicò un articolo a Soraya, moglie dello Shah di Persia, che la ripudiò perché ritenuta incapace di garantire una continuità al trono non avendo avuto figli. Nella prefazione del libro pubblicato da Rizzoli, però, scrisse: «Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne o sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico».

QUELL'INTERVISTA STORICA

Qualche anno dopo, Fallaci era in Vietnam, come reporter. Il suo lavoro le fece attraversare tutto il mondo, circondata da maschi. Colleghi, soldati, politici. Nel 1976 dichiarò, pubblicamente, il suo sostegno al Partito Radicale, soprattutto per le campagne femministe. Tre anni dopo, nel settembre 1979, la scrittrice toscana era in Iran a raccontare la Rivoluzione islamica, che aveva riportato nel Paese l’ayatollah Ruhollah Khomeini, esiliato per anni in Francia. Proprio a lei, il leader religioso concesse un’intervista (per Il Corriere della Sera). Fu l’unica rilasciata a una donna in quegli anni. Divenne una delle sue più celebri. Fallaci, in seguito, raccontò di aver tolto il velo che aveva dovuto indossare per essere ammessa alla sua presenza. Un gesto di stizza, presunzione e coraggio, di fronte all’uomo che, in quel momento, rappresentava la massima carica religiosa e politica dell’Islam sciita.

CHIAMÒ «FALSE AMAZZONI» LE FEMMINISTE ITALIANE

Amata e detestata, divenne icona controversa. Sia per la rigidità di alcune sue posizioni, soprattutto riguardo alla cultura musulmana, sia per la sua imponente personalità. In occasione dell’uscita de La rabbia e l’orgoglio, il primo libro di una trilogia, pubblicata nel 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, Fallaci criticò il movimento delle femministe italiane. In un passaggio le chiamò «cicale di sesso femminile», ossia «le femministe di cattiva memoria», accusandole di stare in silenzio sugli abusi che diverse donne, soprattutto nei Paesi a maggioranza musulmana, erano costrette a subire. Alle femministe italiane scrisse: «Giù la maschera, false amazzoni. Ricordate gli anni in cui anziché ringraziarmi d’avervi spianato la strada, cioè di aver dimostrato che una donna può fare qualsiasi lavoro come un uomo o meglio di un uomo, mi coprivate d’insulti? Ricordate gli anni in cui, anziché portarmi ad esempio, mi definivate sporca maschilista? E mi lapidavate perché avevo scritto un libro dal titolo Lettera a un bambino mai nato? (…) Ebbene, dov’è finito il vostro livoroso femminismo? Dov’è finita la vostra presunta bellicosità? Com’è che sulle sorelle afghane, sulle creature assassinate, seviziate, umiliate dai maiali maschilisti con la sottana e il turbante, imitate il silenzio dei vostri ometti? (…) La verità è che non siete nemmeno cicale. Siete e siete sempre state galline cui riesce soltanto starnazzare nel pollaio (…). O parassite. Che per tentare d’emergere avete avuto bisogno d’un uomo che vi tenesse per mano. Col che chiudo il discorso».

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