13 Settembre Set 2018 1719 13 settembre 2018

Breanna Stewart, la star del basket Wnba vittima di molestie

La 24enne statunitense ha trascinato le sue Seattle Storm alla conquista del titolo. Ora è tra le migliori al mondo. Ma dai nove agli 11 anni ha dovuto subire le violenze di un vicino. E ha sofferto in silenzio. 

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Breanna Stewart Basket Molestie Abusi

Miglior giocatrice delle Finals Wnba, Breanna Stewart ha conquistato le prime pagine dei giornali statunitensi trascinando le sue Seattle Storm al titolo del più importante campionato femminile di basket al mondo. Superando per 98-82 le Washington Mystics, Stewart e compagne succedono nell'albo d'oro alle Lynx di Cecilia Zandalasini.

UNA FINALE CHE LA INCORONA TRA LE PIÙ GRANDI

A 24 anni, coi 30 punti nel terzo match che ha aperto la strada al trionfo, l'ala nativa di Syracuse ha raggiunto l'apice della sua carriera da predestinata, che già aveva spinto il suo coach nel college del Connecticut a descriverla come «la più forte che avesse mai allenato».

IL PESO DELLE MOLESTIE SUBITE DA BAMBINA

Ma la scalata verso il successo di Breanna è stata meno semplice di quanto ora possa apparire e ha dovuto convivere con un fardello del quale lei stessa ha provato a liberarsi in maniera esplicita soltanto lo scorso anno. È stata una lettera aperta a The Player's Tribune, magazine statunitense che racconta in prima persone la vita degli sportivi nei loro aspetti meno conosciuti, a svelare al mondo le molestie subite in giovane età dalla Stewart.

DUE ANNI PASSATI SENZA RIVELARE LE VIOLENZE

Aveva appena nove anni la futura campionessa quando iniziò a essere oggetto delle morbose attenzioni di un vicino di casa, responsabile di abusi su di lei per oltre due anni, prima che Breanna trovasse il coraggio di parlare ai proprio genitori per rivelare l'orrore suibito. «Se subite maltrattamenti, raccontatelo a qualcuno, e se quel qualcuno non vi crede, ditelo ad altri ancora. Ci sono ricordi che non spariranno mai», ha raccontato lei. Stewart non ha voluto rivelare l'identità dell'uomo, limitandosi a dire che si trattava di un operaio. Ha però spiegato che è stato il basket a lanciarle un'ancora di salvataggio, una sorta di spazio di sicurezza nel quale rifugiarsi per sfuggire al ricordo ossessivo delle violenze. «Non sono mai stata in terapia, non volevo parlarne per non rivivere quei momenti. Solo negli anni ho compreso quanto fosse importante parlare di quanto mi era accaduto».

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