24 Luglio Lug 2018 1823 24 luglio 2018

Vanessa Redgrave, il suo attivismo non contempla il femminismo

Nonostante la sua idea sul ruolo della donna sia criticabile, l'attrice, Leone d'oro alla carriera a Venezia 2018, vanta una lunga serie di battaglie civili.

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Femminismo Vanessa Redgrave Attivismo

La 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia è sempre più vicina. Con il debutto quasi alle porte, in calendario il 29 agosto, si delineano contenuti e premi dell'appuntamento in Laguna. Il 24 luglio è stata annunciata la vincitrice di uno dei riconoscimenti più attesi: il Leone d'oro alla carriera. A portarlo a casa un'attrice «considerata tra le migliori interpreti femminili del cinema moderno, sensibile e capace di infinite sfumature, interprete ideale di personaggi complessi e non di rado controversi». Così Alberto Barbera, direttore della rassegna, ha definito Vanessa Redgrave (qui la nostra intervista del 2017). «Dotata di naturale eleganza, innata forza di seduzione e di uno straordinario talento, è potuta passare con disinvoltura dal cinema d'autore europeo alle fastose produzioni hollywoodiane, dalle tavole del palcoscenico alle produzioni televisive, offrendo ogni volta risultati di assoluta eccellenza. Le sue apparizioni, distribuite in sessant'anni di attività, emanano autorevolezza e piena padronanza dei ruoli, generosità senza limiti ed estrema raffinatezza, qualità non disgiunte da una buona dose di audacia e combattività che costituiscono uno dei tratti più evidenti della sua personalità umana e artistica», ha continuato Barbera. Il premio ha colto di sorpresa invece l'attrice che ha commentato: «Sono sbalordita e straordinariamente felice. Nel 2017 ho girato proprio a Venezia The Aspern Papers. Molti anni fa (nel 1971, ndr) ho recitato ne La vacanza ambientato proprio nelle paludi del Veneto. Il mio personaggio parlava solo in dialetto veneziano. Scommetto di essere l'unica attrice non italiana ad aver recitato un intero ruolo in dialetto veneziano. Grazie infinite cara Mostra». Di lei, però, non vi racconteremo la decennale carriera. Perché Vanessa non è solo il volto cinematografico che tutti conosciamo, ma è anche (e soprattutto) un'attivista.

DISOBBEDIENZA CIVILE E RIVOLUZIONE

Le prime informazioni che si possono recuperare sulle battaglie di Vanessa sono datate 1961, quando lei, già attrice, diventò un membro attivo del Committee of 100, un movimento inglese contro la guerra che faceva della disobbedienza civile la sua arma. Negli anni successivi lei e suo fratello Corin si unirono al Workers Revolutionary Party, il Partito rivoluzionario dei lavoratori per il quale si è spesso candidata al Parlamento, senza mai ricevere abbastanza voti per essere eletta.

«La lotta contro l'antisemitismo e l'autodeterminazione dei palestinesi sono una cosa sola»

IL SOSTEGNO ALLA CAUSA PALESTINESE

Negli Anni 80 il suo debutto negli Stati Uniti, premiato con un Emmy come miglior attrice protagonista, venne però accompagnato da una scia di polemiche. Vanessa interpretava infatti il ruolo di Fania Fénelon, una sopravvissuta al campo di concentramento nel film tivù Playing for Time di Arthur Miller. A non andar giù all'opinione pubblica era il suo sostegno all'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Un'accusa che l'attrice rispedì al mittente: «La lotta contro l'antisemitismo e l'autodeterminazione dei palestinesi sono una cosa sola», scrisse lei nella sua autobiografia uscita nel 1991. A suo dire l'appoggio a questa causa avrebbe spinto la Boston Symphony Orchestra ad escluderla da una performance. Motivo per il quale li trascinò in tribunale. La controversia si risolse con la vittoria di Vanessa, ma solo perché la controparte aveva violato il contratto e non per discriminazione.

UNICEF E CECENIA

Ambasciatrice dell'Unicef dal 1995, l'attrice nel 2002 ha pagato una cauzione di 50 mila sterline per il separatista ceceno Akhmed Zakayev che, nel mirino del governo russo, cercava asilo politico nel Regno Unito. «Se venisse estradato morirebbe in circostanze misteriose», commentò lei all'epoca. L'anno successivo un tribunale di Londra respinse la richiesta di estradizione da parte della Russia.

LA GUERRA AL TERRORISMO

Nel 2004 Vanessa e il fratello hanno lanciato il Peace and Progress Party (Partito per la pace e il progresso) che si è battuto contro la guerra in Iraq e per i diritti umani. Un'avventura breve per l'attrice che mollò nel 2005 senza però abbandonare il suo idee sulla «guerra al terrorismo». Intervistata al Larry King Live spiegò: «Non ci può essere vera democrazia se la leadership politica degli Stati Uniti e della Gran Bretagna non difende i valori per i quali la generazione di mio padre ha combattuto i nazisti e milioni di persone hanno dato la vita contro il regime dell'Unione Sovietica». Per poi puntare il dito contro tortura, campi di lavoro, ergastoli e detenzioni senza processo: «Tali tecniche non sono presunte. È lo stesso FBI che ne parla», ha detto. Per poi rilanciare nel 2006 in un'intervista con la giornalista televisiva americana Amy Goodman: «Non conosco un singolo governo, non uno, incluso il mio, che si attiene effettivamente alla legge internazionale sui diritti umani. Tutti violano questi leggi nel modo più spregevole e osceno, direi».

Vanessa Redgrave nel 1999 in visita in un campo per rifugiati kosovari.

IL SUPPORTO AI MINATORI RUMENI

Sempre lo stesso anno ricevendo il premio alla carriera del Transilvania International Film Festival, sponsorizzato, tra l'altro da una società mineraria di nome Gabriel Resources, ha dedicato la sua vittoria a un'organizzazione di Roşia Montană, in Romania, che conduceva una campagna contro la stessa compagnia e il suo progetto di costruire una cava vicino al villaggio. In risposta il titolare dell'azienda pubblicò una lettera aperta sull'inglese The Guardian in cui sosteneva (e provava a dimostrare) il sostegno della popolazione locale.

LA LOTTA PER I DETENUTI

Nel dicembre 2007 ha partecipato al pagamento della cauzione di 50 mila sterline per Jamil al-Banna, uno dei tre residenti britannici arrestati una volta rientrati nel Regno Unito dopo quattro anni di prigionia a Guantanamo. Vanessa non ha mai voluto dire quanto ha contribuito nel raggiungimento della cifra necessaria, disse solo: «Sono felice di essere viva e averlo aiutato: quella prigione è un campo di concentramento». Anni dopo, in seguito all'introduzione di nuovi regolamenti carcerari che vietavano l'invio di libri ai detenuti, ha preso parte a una protesta fuori dalla prigione di Pentonville, nel Nord di Londra. Insieme ad alcuni colleghi, ha alternato lettura di poesie e discorsi. «Si tratta di una decisione viziosa e deplorevole. La letteratura è qualcosa che ci ispira, che ci permettere di evadere dai nostri problemi e di imparare dai nostri difetti». E il ministero della Giustizia ha seguito il loro consiglio rovesciando nei mesi a venire il provvedimento.

L'ATTIVISMO IN UN FILM

Nel 2017 l'attrice ha portato il suo impegno anche il cinema debuttando come regista del film Sea Sorrow, un documentario sulla crisi migratoria europea e la situazione delle persone che, accampate fuori Calais, in Francia, cercavano di raggiungere la Gran Bretagna. Un'occasione per criticare pesantemente la politica di esclusione del governo inglese nei confronti dei rifugiati: «Ha violato i principi della Dichiarazione dei diritti umani e continua a farlo. Trovo tutto questo profondamente vergognoso. Dobbiamo assumere degli avvocati per portare il governo in tribunale e costringerli a obbedire alla legge», spiegò in un'intervista al The Guardian.

«NON SONO FEMMINISTA»

Per non farsi mancare nulla Vanessa è finita anche nel mirino delle femministe. In un'intervista all'inglese Evening Standard nel 2015 ha detto: «Anche se hai un lavoro che ami e un marito che adori, una volta che hai dei figli, loro diventano ciò per cui vivi. È la funzione delle donne». Poi, una volta chiarito: «Non sono una femminista», si è espressa sull'uguaglianza di genere: «Le donne sono il sesso più debole. Sono diverse dagli uomini e quelle che non lo riconoscono sono stupide. Certo hanno gli stessi diritti e ci sono delle battaglie da combattare, senza però strillare. È comunque inutile combattere il sessismo».

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