19 Luglio Lug 2018 2008 19 luglio 2018

Chi è Zehra Doğan, l'attivista turca che ha scritto una lettera a Banksy

La giornalista e artista, condannata per un dipinto in cui denunciava le autorità di Ankara, ha ringraziato lo street artist per il murale che le ha dedicato. 

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Zehra Doğan Banksy

È bastata una foto. Uno scatto che è poi diventato un post su Instagram. Uno dei tanti che pubblichiamo ogni giorno sul social fatto di immagini. Ma quello di Zehra Doğan​ non era un post come gli altri. Non era un selfie o una spiaggia soleggiata. Era un dipinto in cui l'artista e giornalista turco-curda denunciava la distruzione di Nusaybin, la piccola città, a maggioranza curda, al confine con la Siria dove viveva e lavorava, da parte delle forze di sicurezza di Ankara. L'opera d'arte evocativa non è però piaciuta alle autorità locali che, considerandola «propaganda terroristica» e prova della sua collusione col Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan, organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari di etnia curda del sud-est della Turchia, ndr), nel luglio 2016 l'hanno arrestata. Nel marzo 2017 è arrivata la condanna a due anni e dieci mesi di carcere. La notizia non ha lasciato indifferente l'opinione pubblica mondiale. A novembre 2017 le ha scritto l’artista cinese Ai Weiwei. A ruota il sito Voice Project ha creato una petizione rivolta al presidente turco Erdoğan. A marzo 2018, Zehra ha incassato la solidarietà addirittura di Banksy, forse il più noto, e misterioso, street artist del mondo, che le ha dedicato un enorme murale nel Lower East Side a New York. Il graffito mostra la donna dietro una fila infinita di sbarre, ma con una matita in pugno. Il tutto corredato dalla scritta «Free Zehra Dogan», che è diventata un hashtag #FREEzehradogan. Insomma, una manifestazione di solidarietà importante alla quale Zehra, aggirando i filtri di sicurezza del carcere di Diyarbakir, ha voluto rispondere con una toccante lettera, pubblicata su Instagram dallo stesso artista anonimo, nella quale, oltre a ringraziarlo del suo impegno, racconta la vita, o meglio l’inferno, della prigione.

  • Il post pubblicato su Instagram da Zehra Doğan​ nel giugno 2016. Il dipinto nell'immagine racconta la distruzione di Nusaybin da parte delle forze di sicurezza nazionali. Scenario apocalittico, bandiere turche appese sulle case distrutte per denunciare una realtà che stava colpendo, nel silenzio generale, migliaia di innocenti.

LAVORAVA PER UN'AGENZIA DI STAMPA COMPOSTA DA SOLE DONNE

Prima di essere arrestata, quel 21 luglio 2016, con l'accusa di essere una cospiratrice, Zehra, nata nel 1989, lavorava come giornalista e fotografa per Jinha, un’agenzia di stampa curda, che tra mille difficoltà, prova a raccontare, cosa succede in Turchia. Una realtà, quella di Jinha, abbastanza inaspettata: l’intero staff è composto da sole giornaliste che, tra le altre cose, si battono anche per la difesa dei diritti delle donne, soprattutto appartenenti alla minoranza etnica locale.

ASSOLTA E POI CONDANNATA

Era in una bar il giorno in cui è stata portata in carcere. Ridicola la prima udienza con testimoni che confermavano il suo reato senza nemmeno sapere il suo vero nome. «Si tratta di una piccola donna con un anello al naso», dicevano. Tutto talmente surreale da spingere il giudice ad assolverla. Scarcerata il 9 dicembre, dopo sei mesi di prigione, Zehra sapeva di essere ancora in pericolo. Il processo è infatti continuato. Il verdetto finale è quello che ormai tutti conoscono: assoluzione per non aver fatto parte di una organizzazione illegale, ma condanna per la pubblicazione di un dipinto sui suoi social network. Quel dipinto. «Due anni e 10 mesi di carcere solo perché ho dipinto bandiere turche su edifici distrutti. Ma è stato il governo a causare tutto ciò. Io l'ho solo dipinto», commentò lei in un tweet poi cancellato.

  • Il murale che Banksy e l’artista Borf hanno dedicato a Zehra Doğan​. L'opera, lunga più di 21 metri, è stata realizzata a New York.

UN'ARTISTA SCOMODA

Una condanna, quella a Zehra, che per molti è il tentativo da parte dell'autorità turche di censurare il lavoro della donna che già nel 2015 si era fatta notare con alcuni articoli sulle donne Yazide fuggite dalla prigionia dell'Isis. Le loro storie fatte di violenze e vessazioni le erano valse il Metin Göktepe Journalism Award, premio che porta il nome di un giornalista torturato e assassinato dalla polizia turca nel 1996. E anche da dietro le sbarre l'attivista ha continuato il suo lavoro: insieme ad altre donne ha creato una pubblicazione illustrata, Özgür Gündem Zindan, ispirata a un giornale filo-curdo spesso chiuso dal governo.

  • La lettera che Zehra Doğan​ ha inviato a Banksy. «Questo messaggio è illegale», scrive lei nella missiva nella quale racconta anche le sue condizioni di detenzione «in una cella sotterranea che ha una storia di sanguinarie torture». Condizioni che, come spiega lei, l'avevano portata alla depressione. «Quando mi è arrivata notizia del murale a New York: il vostro appoggio mi ha ridato forza», ha aggiunto.
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